Ma una Naza palestinese? Intorno al dissenso
Commento di Lidano Grassucci

Lidano Grassucci
Ciascuno ha diritto di documentare quello che crede e, in democrazia, il diverso è linfa: infatti Naza è un'opera di israeliani critici con Israele. Ma un documentario di palestinesi contro Hamas? La differenza sta tutta qui: dove si può essere diversi e dove si deve essere uguali.
A Venezia, al festival del cinema, hanno osannato questo lavoro prendendolo non per un punto di vista, ma come la Cassazione della verità. Eppure, proprio questo documentario è la prova della partita che si sta giocando. Israele è libero, ed è per questo che gli israeliani criticano il proprio Paese. Il film raccoglie commenti positivi e negativi, ma ha dibattito: esiste. Dove sono, invece, i documentari sul 7 ottobre realizzati da registi palestinesi o arabi? Perché non ce ne sono? È mai possibile che non esista un solo dissidente, ma solo osservanti?
Sarebbe saggio cercare la pietà della responsabilità anche in un lavoro su Hamas, sulla società palestinese e sull’integralismo in cui non vi sia agiografia — e in Naza non c'è.
Questo film è la prova di dove stia la libertà: dalla parte di una società capace di criticarsi, contro una che sa soltanto piangere — o piangere comunque anche quando massacra dei ragazzi a una festa.
Naza è la prova della differenza. Yuval Abraham e Rachel Szor hanno fatto un lavoro che accarezza per il verso del pelo le buone coscienze di Venezia, quegli intellettuali sempre dalla parte della ragione e mai del torto. Ma la vera lezione di questo documentario sta nella sua stessa esistenza: da una parte ci sono i liberi, che si criticano anche duramente; dall'altra chi non conosce distinzione, ma solo un acritico consenso.