Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Alessandro Carmi dal titolo: "Fra cinque anni la maggioranza degli ebrei vivrà in Israele"

La previsione di Yaakov Hagoel parte dalla demografia e dall’aliyah. Oggi nello Stato ebraico vive già circa il 45 per cento degli ebrei del mondo
Fra cinque anni la maggioranza degli ebrei del mondo potrebbe vivere in Israele. È la previsione formulata da Yaakov Hagoel, presidente dell’esecutivo dell’Organizzazione sionista mondiale, intervenuto al Global Aliyah Live Summit organizzato da ynet Global. Se si realizzasse, sarebbe un passaggio storico, capace di modificare un equilibrio demografico rimasto immutato per quasi duemila anni e di riportare, per la prima volta dall’antichità, la maggioranza del popolo ebraico nella terra d’Israele.
I numeri spiegano perché Hagoel ritenga possibile un cambiamento tanto rapido. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio centrale di statistica israeliano, la popolazione ebraica mondiale è di circa 15,8 milioni di persone. Di queste, 7,2 milioni vivono in Israele, all’incirca il 45 per cento del totale. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale gli ebrei nel mondo erano 16,6 milioni e soltanto 449 mila, circa il 3 per cento, vivevano nell’allora Palestina mandataria. Ottantasei anni dopo la popolazione ebraica mondiale deve ancora raggiungere la consistenza precedente alla Shoah, mentre il suo centro demografico si è progressivamente spostato verso Israele.
Hagoel lega la sua previsione a due fenomeni che agiscono contemporaneamente. Il primo è il tasso di natalità israeliano, eccezionalmente elevato rispetto a quello delle altre economie sviluppate. Il secondo è l’aliyah, l’immigrazione ebraica verso Israele, che secondo il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale potrebbe acquistare ulteriore forza nei prossimi anni.
L’aliyah, tuttavia, ha sottolineato Hagoel, richiede tempo. Trasferirsi significa lasciare lavoro, relazioni, abitudini e spesso il Paese nel quale si è nati. Anche l’aumento dell’antisemitismo, dunque, può incidere sulle scelte individuali senza produrre automaticamente una partenza per Israele. Perché quella decisione maturi, secondo Hagoel, occorre rafforzare il legame con l’identità ebraica e con lo Stato di Israele. È in questa prospettiva che l’Organizzazione sionista mondiale mantiene centinaia di insegnanti emissari nelle comunità della Diaspora e lavora con movimenti giovanili e organizzazioni studentesche nei campus.
Gli eventi successivi al 7 ottobre hanno reso questo rapporto ancora più complesso. La crescita dell’antisemitismo in numerosi Paesi ha posto molte comunità ebraiche davanti a interrogativi che fino a pochi anni fa sembravano meno urgenti, mentre la guerra e le sue conseguenze hanno contemporaneamente reso Israele un luogo percepito come difficile e, per molti ebrei della Diaspora, ancora più centrale nella propria identità.
Resta poi il problema dell’accoglienza. Una crescita dell’aliyah di dimensioni significative richiederebbe a Israele uno sforzo considerevole sul terreno della casa, dell’occupazione, dell’istruzione e dell’integrazione linguistica. Hagoel ha insistito proprio su questo punto, chiedendo un impegno maggiore alle istituzioni e alla società israeliana. Una famiglia che arriva deve poter trovare condizioni che le consentano di costruire rapidamente una nuova vita, perché l’immigrazione diventi stabile e l’integrazione riesca.
La previsione dei cinque anni rimane, naturalmente, una stima e dipenderà dall’andamento dell’aliyah, dalla natalità e dalle dinamiche demografiche delle grandi comunità della Diaspora, a cominciare da quella statunitense, che con oltre sei milioni di persone resta di gran lunga la più numerosa fuori da Israele.
La direzione di fondo, però, è già visibile nei dati. Nel 1939 appena un ebreo su trentasette viveva nella terra d’Israele. Oggi la proporzione è vicina a uno su due. Se nei prossimi anni quella soglia verrà effettivamente superata, il cambiamento avrà un significato che andrà ben oltre la statistica. Per un popolo vissuto per secoli soprattutto nella Diaspora, il proprio centro demografico sarà tornato definitivamente a coincidere con il proprio Stato.