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Il Foglio Rassegna Stampa
11.09.2026 Le superbufale su Netanyahu (e i coloni) che diventano verità nel brodo antisraeliano
Commento di Giuliano Ferrara

Testata: Il Foglio
Data: 11 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Giuliano Ferrara
Titolo: «Le superbufale su Netanyahu (e i coloni) che diventano verità nel brodo antisraeliano»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giuliano Ferrara dal titolo: "Le superbufale su Netanyahu (e i coloni) che diventano verità nel brodo antisraeliano"

Immagine di Le superbufale su Netanyahu (e i coloni) che diventano verità nel brodo antisraeliano

Fino ad ora le ricostruzioni più attendibili sulla fase successiva al massacro del 7 ottobre 2023 si imperniavano sul dissenso strategico tra Netanyahu, primo ministro, e Yoav Gallant, ministro della Difesa in rapporti tumultuosi con il premier, a proposito della necessità di neutralizzare Hezbollah prima di ogni altra cosa, prima di attaccare Gaza e Hamas. Anche gli altri membri del gabinetto di sicurezza, eccettuati il capo di stato maggiore Herzi Halevi e i vertici dell’intelligence civile e militare, da Benny Gantz e Gadi Eisenkot e agli altri politici nella sfera dell’unità nazionale, erano sulla posizione di Netanyahu, appoggiata da Jack Sullivan e Joe Biden che temevano una guerra regionale.

Israele è un paese di tragica e continua e a suo modo feconda litigiosità, sembra di vivere ogni giorno l’ira di Achille e la sua formidabile rissa con Agamennone, a leggere i retroscena attendibili sugli scontri al vertice e nel sistema politico. Questioni decisive, esistenziali, si intrecciano con ferocia a dissapori personali acutissimi, a scontri politici di vertice condotti spietatamente, a visioni della tattica e della strategia militare formate a diverse scuole e ispirate a diverse fonti informative, in un clima di odio cameratesco, odio vigilante che non si ferma mai. Qualche giorno fa Yonah Jeremy Bob e Elliot Kaufman, del Wall Street Journal, hanno spiegato perché e in quale clima e con quali schieramenti, subito dopo il 7 ottobre, in giorni traumatici per Israele tutto, si decise di entrare a Gaza, evacuare il nord bombardato dagli uomini di Nasrallah, e posporre lo scontro con i proxy dell’Iran di un anno, quando con l’operazione dei pagers (settembre 2024) Hezbollah fu colpito duramente e poi quasi annientato nella famosa campagna di strike che eliminò il loro capo storico e che fu preludio alla guerra dei cieli a Teheran, la guerra dei dodici giorni con l’attacco ai siti nucleari.

Fin qui le notizie di una certa consistenza e seriamente documentate. Ora, nel giorno in cui sono state formalizzate le liste elettorali per il voto della fine del prossimo ottobre, il giornale dell’opposizione più dura a Netanyahu ha rilanciato un racconto del 7 ottobre che ha del fantastico, se non del grottesco, e che anche il New York Times non ha voluto sottoscrivere, mentre Netanyahu ha querelato per diffamazione. Dovremmo credere che il capo del governo e capo di guerra di Israele sapeva da una settimana che Hamas avrebbe colpito, e che non solo una telefonata dagli Emirati ma anche una guasconata di Yahya Sinwar lo avrebbe dovuto mettere in allarme preventivo. Sinwar avrebbe detto con tono di sfida che si doveva far sapere a Israele che sarebbero stati colpiti duramente. E Netanyahu, per tutta risposta, sarebbe rimasto in pantofole la mattina del massacro lasciando indifeso e incerto, nel più grande trauma, il vertice politico e militare del suo paese aggredito. Volendo, a tutto si può credere, ma nel mondo del cospirazionismo e di QAnon un minimo di prudenza sarebbe necessaria prima di accreditare, come ha fatto Francesco Battistini nel Corriere, un capo del governo che, nella villa al mare, circondato da camerieri filippini, indugia nel breakfast e ritarda di ore la presa di contatto con i vertici militari mentre la notizia del pogrom viene alla luce.

Un conto è la valutazione della politica di contenimento di Hamas e della sua inefficacia, fatto politico indubbio, un conto la messinscena del tradimento del leader.

Il fatto è che quella di Israele non è più una campagna elettorale, ma un giudizio di Dio, un’ordalia medievale. Abbattere Netanyahu non è un cambio drammatico di scenario politico e di governo, è la verifica del potere di influenza e di attacco che si è conquistata nel corso della guerra spietata a Gaza e sugli altri fronti l’opinione pubblica filopalestinese. Con la decisione di boicottare Israele da parte del governo britannico, e seguiranno i canadesi e i francesi a quanto pare, la linea di passare sul cadavere politico di Netanyahu per affermare il primato diplomatico della politica dei due stati si è combinata con la disperata necessità di recuperare consenso elettorale nel giro vagamente e meno vagamente antigiudaico e antisraeliano e antisionista che la fa da padrone nella mentalità media delle piazze ormai da molti mesi. E questo non è un complotto che si nutre di una superbufala, è molto di più, è una linea politica suicida delle classi dirigenti di mezza Europa e una sottocultura. I capi palestinesi non hanno voluto i due stati quando gli furono proposti, e hanno risposto con ondate di terrorismo, dalle ontifade al 7 ottobre, e ora dovremmo bere la verità convenzionale che tutti vogliono sentire, il terrorista è Israele con i suoi cittadini e coloni. Proprio vero, con Orwell, che la libertà è la libertà di dire quello che la gente non ha voglia di ascoltare.

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