Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Alessandro Carmi dal titolo: "Netanyahu avvertito prima del 7 ottobre?"

Una nuova inchiesta sostiene che Mohammed bin Zayed segnalò al premier israeliano l’allarme su Sinwar. Netanyahu smentisce tutto
Dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, un avvertimento diretto sulle intenzioni di Yahya Sinwar. Il leader di Hamas stava preparando una «grande sorpresa» per Israele, definita con una parola araba inequivocabile, zilzal, terremoto. Il primo ministro israeliano avrebbe rassicurato il suo interlocutore, spiegando che Gaza era sotto controllo e che, semmai, il pericolo maggiore riguardava la Cisgiordania.
La ricostruzione, destinata ad alimentare nuovamente lo scontro sulle responsabilità che precedettero il massacro, emerge dal libro Ostaggi – 843 giorni di abbandono, dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruti Yuval. Secondo l’inchiesta, l’allarme aveva cominciato a circolare già a metà settembre, quando Sinwar si era improvvisamente sottratto ai contatti indiretti che riguardavano una possibile intesa con Israele e il destino di quattro israeliani allora nelle mani di Hamas, compresi i corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul.
Prima di interrompere quei contatti, Sinwar avrebbe fatto arrivare attraverso un intermediario palestinese un messaggio particolarmente minaccioso. Se Israele non avesse compiuto passi avanti, avrebbe preparato una grande sorpresa, un «terremoto». Il messaggio sarebbe giunto il 15 settembre anche al capo dello Shin Bet, Ronen Bar, che nei giorni successivi avvertì Netanyahu della crescente possibilità di uno scontro e tornò a proporre un atteggiamento più offensivo verso la leadership di Hamas.
La parte più delicata della nuova ricostruzione riguarda ciò che sarebbe accaduto successivamente. L’informazione attribuita a Sinwar sarebbe arrivata anche a un consigliere vicino a Mohammed bin Zayed. Preoccupato per la gravità del messaggio, il presidente emiratino avrebbe quindi parlato direttamente con Netanyahu attraverso il sistema di comunicazione riservato utilizzato tra Abu Dhabi e Gerusalemme. Il colloquio sarebbe durato circa 45 minuti.
Secondo Eldar e Yuval, Netanyahu avrebbe risposto che Israele era preparato sul fronte di Gaza, aggiungendo che un’eventuale esplosione della situazione era ritenuta più probabile in Cisgiordania. Di quel colloquio, sostengono gli autori, il premier non avrebbe poi informato il capo di Stato maggiore Herzi Halevi, il direttore del Mossad David Barnea e lo stesso Ronen Bar.
La presidenza del Consiglio israeliana respinge integralmente questa versione, definendola «una menzogna assoluta». Netanyahu, afferma il suo ufficio, in quel periodo non parlò con Mohammed bin Zayed e non ricevette da lui alcun avvertimento. Bar e Halevi hanno confermato, da parte loro, di non essere stati informati di una segnalazione proveniente dal presidente emiratino. Naftali Bennett, che ha incontrato recentemente bin Zayed, sostiene invece che la ricostruzione pubblicata sia vera.
La nuova rivelazione acquista un peso particolare perché si aggiunge a una questione aperta fin dai primi giorni successivi al massacro.
Il 9 ottobre 2023 Ynet riferì, citando una fonte egiziana di alto livello, che circa dieci giorni prima dell’attacco il capo dell’intelligence del Cairo, generale Abbas Kamel, aveva fatto arrivare all’ufficio di Netanyahu un avvertimento su «qualcosa di anomalo» e su una possibile «operazione terribile» proveniente da Gaza. Secondo la stessa fonte, la parte egiziana sarebbe rimasta sorpresa dall’atteggiamento israeliano, perché da Gerusalemme sarebbe stato fatto sapere che l’attenzione principale era rivolta alla Cisgiordania e che la situazione lungo il confine con Gaza era sotto controllo. L’ufficio del premier smentì categoricamente di avere ricevuto qualsiasi avvertimento dall’Egitto, parlando di «fake news». Anche l’Associated Press riportò in quei giorni l’esistenza di una segnalazione egiziana secondo cui la situazione sarebbe «esplosa molto presto» e in modo rilevante.
Il parallelismo con la nuova ricostruzione è evidente. In entrambi i casi compare un avvertimento proveniente da un Paese arabo amico o interlocutore di Israele, entrambi riguardano Gaza e, soprattutto, in entrambe le versioni attribuite agli interlocutori israeliani ricorre la convinzione che il fronte realmente preoccupante fosse la Cisgiordania. L’esistenza di segnalazioni egiziane prima dell’attacco fu successivamente confermata pubblicamente anche da Michael McCaul, allora presidente della commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti, senza che venissero chiariti destinatari e contenuto preciso delle comunicazioni.
Il punto decisivo, a quasi tre anni dal 7 ottobre, riguarda dunque il quadro complessivo delle informazioni disponibili prima dell’attacco. Israele conosceva da tempo il piano operativo di Hamas poi diventato celebre come «Muro di Gerico», mentre dalle unità di osservazione al confine erano arrivate ripetute segnalazioni sulle esercitazioni dei terroristi. Il problema che emerge dalle diverse indagini riguarda sempre più il modo in cui informazioni differenti furono interpretate, collegate tra loro e trasmesse ai vertici.
Stabilire se l’avvertimento attribuito a Mohammed bin Zayed sia realmente arrivato a Netanyahu, e quale seguito abbia avuto, diventa quindi essenziale per ricostruire le responsabilità politiche e militari del fallimento del 7 ottobre. Il tema è al centro del confronto della campagna elettorale (in Israele si vota il 27 ottobre per rinnovare il parlamento e varare un nuovo governo) e un’indagine indipendente, dotata di pieno accesso a documenti, registrazioni e testimonianze, da sempre richiesta dalle opposizioni, potrà risolvere definitivamente.