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Shalom Rassegna Stampa
09.09.2026 Il grave conflitto diplomatico fra Israele e la Gran Bretagna
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 09 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Il grave conflitto diplomatico fra Israele e la Gran Bretagna»

Riprendiamo da SHALOM l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "Il grave conflitto diplomatico fra Israele e la Gran Bretagna"

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Ugo Volli

 

Una crisi annunciata

È la crisi più dura da molto tempo fra Israele e un paese occidentale importante come la Gran Bretagna: una crisi annunciata, minacciata, su cui si è tentato un negoziato con interventi di prevenzione dell’amministrazione americana, che è però esplosa con molta violenza. L’oggetto del contendere sono gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, cioè nel territorio rivendicato dall’Autorità Palestinese e la pretesa dei britannici che Israele accetti le rivendicazioni dell’AP. Nonostante la riaffermazione continua di molti Stati e anche dell’Onu che si tratti di “territori palestinesi occupati”, non vi è però nessuna base internazionale, nessun trattato o nessuna continuità giuridica che assegni questi territori a uno “Stato Palestinese” – che peraltro ancora non esiste secondo i criteri giuridici internazionale e secondo i fatti sul terreno.

Le “colonie” in Giudea e Samaria

La crisi è nata a proposito delle “colonie”, cioè degli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria, quelle terre che impropriamente vengono chiamate “Cisgiordania” o “West Bank”. Vale la pena di ricordare i precedenti. Questo territorio, dopo essere stato governato dagli ottomani per cinque secoli, facevano parte del mandato britannico destinato alla costituzione di una “Casa Nazionale ebraica”; fu occupato militarmente fra il 1948 e il 1967  dalla Giordania senza riconoscimento internazionale; dopo la Guerra dei Sei Giorni fu amministrato da Israele. Negli accordi di Oslo del 1993 (dove non si parla mai di uno “stato Palestinese”) esso fu diviso in tre zone, quella A  (18% circa) che doveva essere amministrata in esclusiva dall’Autorità Palestinese; quella B (22% circa) dove l’Autorità doveva gestire l’amministrazione e Israele avere il controllo militare e di sicurezza; e quella C (60%), esclusivamente affidata a Israele. È in questa zona C che a partire dagli anni Sessanta (anche con governi laburisti) furono costruiti gli insediamenti israeliani. Ormai gli israeliani che vivono oltre la “linea verde” degli accordi armistiziali del 1948 sono circa 800.000 (senza i sobborghi di Gerusalemme 550.000). Dopo anni di sospensione dovute alle pressioni politiche soprattutto dei democratici americani, il governo attuale ha ripreso ad autorizzare l’espansione degli insediamenti esistenti e la costruzione di nuovi, il che è pienamente legittimo, ma risulta intollerabile agli Stati e ai politici che vorrebbero che tutto il territorio al di là della linea verde costituisse “la Palestina” e che questo fosse, secondo le regole dell’Autorità Palestinese, Judenrein, come dicevano i nazisti, cioè “ripulito dagli ebrei”.  Fra o sostenitori di questa linea vi sono stati decisamente anti-israeliani come Irlanda e Spagna, ma anche altri che hanno finora mantenuto posizioni più elastiche come Francia e soprattutto Gran Bretagna, con cui è esplosa la crisi attuale.

La zona E1

La crisi sugli insediamenti continua da decenni, arricchita da polemiche sulle “violenze dei coloni” (che senza dubbio occasionalmente accadono, ma riguardano piccoli gruppi isolati e non hanno confronti per numeri e gravità con le violenze terroristiche (omicidi, stragi, rapimenti, attentati vari) che gli israeliani subiscono ad opera dei sudditi dell’Autorità Palestinese, al di qua e al di là del confine. Ma l’esplosione di questa crisi è dovuta a  una singola decisione governativa di qualche mese fa, quella di attivare le procedure di costruzione nei pochissimi chilometri quadrati di una “zona E1” finora disabitata, che si trova fra la città di Ma’ale Adumim  (circa 40.000 abitanti, fondata nel 1975) che sorge a Nord-Est di Gerusalemme, subito al di là della zona universitaria. È importante dire che entrambe queste località sono in zona C. La zona E1 è importante perché si trova sulla direttrice fra Ramallah (a nord di Gerusalemme)  e Betlemme (a sud) e quindi potrebbe permettere di circondare la capitale, secondo un progetto demografico, urbanistico e in prospettiva militare che l’Autorità Palestinese nasconde sotto il nome ingannevole di “continuità dello Stato di Palestina”. In realtà questa continuità non è in gioco, perché già passa più a est, attraverso Gerico. La posta in gioco è il legame del territorio urbano di Gerusalemme con sobborghi ebraici o arabi, con le relative conseguenze demografiche.

Le sanzioni britanniche

Il nuovo governo inglese e in particolare, il ministro degli esteri Ed Miliband  (di origine ebraiche ma caratterizzato da posizioni di sinistra fortemente antisioniste) ha preso di petto la questione, anche se certamente la Gran Bretagna non ha interessi diretti nella zona, salvo le sue responsabilità di ex potenza coloniale. Miliband ha minacciato spesso nelle ultime settimane che non avrebbe accettato una situazione in cui lo Stato Palestinese diventasse impossibile e ha parlato di sanzioni per impedire le costruzioni di E1. Israele ha fatto sapere che in caso di sanzioni le avrebbe ricambiate e anche l’amministrazione americana ha appoggiato queste posizione. Ieri finalmente Miliband in un discorso ai Comuni ha annunciato una posizione durissima: “Pensiamo – ha detto – che in “Cisgiordania” sia in atto una “pulizia etnica” e agiamo per impedirla”. In particolare il governo britannico ha stabilito il divieto di importazione nel Regno Unito di beni prodotti negli insediamenti; ha deciso sanzioni economiche contro aziende e persone che forniscono servizi per la loro espansione (costruzioni, infrastrutture, finanziamenti, immobiliare) e sanzioni personali contro i dirigenti dei “coloni”; ha stabilito il blocco sulle forniture militari con rifiuto di tutte le richieste di licenza per armi e anche delle altre esportazioni che contribuiscono materialmente all’ “occupazione”.  Questa decisione è stata annunciata insieme a un comunicato congiunto con una dozzina di stati, che in parte già boicottano Israele o intendono cominciare a farlo ora. Sono Islanda, Irlanda, Danimarca, Norvegia, Spagna, Polonia, Portogallo, Finlandia, Francia Canada e Svezia. È interessante notare che dall’elenco mancano altri stati importanti, come l’Italia, la Germania, l’Austria e che l’iniziativa in questa forma deriva dal fallimento inglese e francese di portare tutta l’Unione Europea al boicottaggio di Israele.

La reazione israeliana

Israele ha immediatamente reagito con la chiusura del consolato britannico nella parte orientale di Gerusalemme,  l’espulsione dei rappresentanti britannici dal Quartier Generale della forza di pace per Gaza situato a Kiryat Gat, l’interruzione dell’assistenza britannica per l’addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese, la proibizione a un certo numero di politici britannici di entrare in Israele. Il Ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar ha dichiarato: “Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla sotto la pressione degli islamisti, antisemiti, jihadisti, e persone che promuovono ideologie progressiste di estrema sinistra.” La crisi probabilmente è solo incominciata.


redazione@shalom.it

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