Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE l'analisi di Lodovico Festa dal titolo: "Il jihadismo e la crisi della politica"

Dalla Shanghai Cooperation Organisation al Medio Oriente, il disordine globale cresce mentre l’Occidente rinuncia alla politica
L’avvenimento politico che oggi solleva più preoccupazione è il voto di domenica 6 settembre in Sassonia-Anhalt che indebolisce il governo Merz e dunque l’Europa, rafforza l’aggressività russa e rilancia sentimenti nazionalistici e reazionari tedeschi che si sperava fossero per sempre seppelliti. Però l’incontro di lunedì 31 agosto a Bishkekdell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), a mio avviso, è altrettanto allarmante dell’avanzata dell’AfD: perché un’iniziativa politica che russi, cinesi e nazioni dell’Asia centrale avevano fondato nel giugno del 2001 contro il fondamentalismo islamico, è diventata oggi quasi uno scudo del cuore del terrorismo jihadista cioè del regime degli ayatollah iraniani, coinvolgendo, pur con tutte le contraddizioni – che spesso sono presenti in certi scenari orientali –, non solo l’India ma anche turchi e pakistani.
Alla fine, tutto riporta all’11 settembre americano del 2001 quando l’ordine globale liberale che in qualche modo si era delineato dopo la fine dell’Unione Sovietica subisce un colpo devastante con la strage delle Torri gemelle di Manhattan.
Poi nel 2003 Gerhard Schröder e Jacques Chirac prendono le distanze da Washington, poi tra il 2008 e il 2011 Xi Jinping abbandona la linea non egemonistica di Deng Xiaoping, poi Vladimir Putin invade la Crimea nel 2014, e nel 2023 il terrorismo jihadista fa saltare Accordi di Abramo e Corridoio India-Medio Oriente-Mediterraneo con la strage del 7 ottobre.
Elemento decisivo che accompagna questa deriva è il tramonto della politica in parte fondamentale dell’Occidente: con Angela Merkel e il suo consociativismo, ed Emmanuel Macron con la sua distruzione del partito gollista e di quello socialista, che tendono a svuotare la democrazia determinando tendenze disgregatrici che alla fine provocano anche la devastante tendenza retorica-unilateralista di Donald Trump.
E quando la politica democratica entra in crisi, nel medio periodo l’unica alternativa per determinare gli equilibri internazionali diventa la guerra, più o meno globale e più o meno a pezzi come la definiva papa Francesco.
Io penso che ci sia ancora uno spazio per evitare che la situazione internazionale precipiti e che quindi si possano ancora fare i conti con il fenomeno che ha scombussolato il mondo cioè con il rilancio del jihadismo. Esiste ancora in Stati islamici fondamentali la convinzione che si debba seguire la via della modernizzazione e non della guerra santa: ma per rendere operativa questa condizione non serve la retorica multilateralista (l’ultimo deplorevole segnale di questa tendenza l’ha dato Macron sostenendo che la crisi libanese si può ancora risolvere con l’UNIFIL): oggi il Medio Oriente è il luogo dove si può riaprire la partita tra politica e guerra, ma ciò è realistico se si abbandona la retorica e si assumono iniziative concrete. Unione europea (pur scassata com’è) e Lega araba (con tutte le sue contraddizioni) avrebbero le risorse e il peso politico-militare per disarmare il jihad in Libano, a Gaza, in Cisgiordania e nello Yemen, colpendo a morte così anche il jihadismo iraniano, e dunque la forza per invertire il processo globale che ho descritto. Bisognerebbe, però, che traducessero questa possibilità in realtà in scelte chiare e decise.