"I bambini di Himmler", di Caroline De Mulder, Einaudi, euro 18.50

“A volte pensa che non le resta più nulla. Non ha più niente e nessuno, ma se non altro non soffre la fame. Ha venduto la sua anima, il suo Paese e il suo onore per nutrirsi?”
Alla sua terza prova narrativa la scrittrice belga Caroline De Mulder firma un’opera intensa e sconvolgente che apre uno squarcio su una delle pagine meno conosciute e più inquietanti della Seconda Guerra Mondiale.
Letteralmente “Sorgente di vita” il Progetto Lebensborn è stato uno dei tanti programmi ideati dal gerarca nazista Heinrich Himmler volto a realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich. Con questo progetto, avviato nel 1935, fiorirono in Germania e anche in alcuni territori occupati dalle truppe naziste diverse cliniche destinate ad accogliere ragazze madri, donne sposate o amanti, purchè razzialmente pure, le quali potevano mettere al mondo i loro figli in sicurezza, usufruendo di assistenza medica e di una alimentazione adeguata. Col procedere della narrazione il lettore apprende che in questi luoghi venivano portati anche bambini polacchi o di altre nazionalità, “puri” sotto il profilo razziale, che erano stati rapiti alle loro famiglie d’origine. Una volta cresciuti i bambini geneticamente perfetti avrebbero infoltito le fila dell’esercito del Reich e per questo fin dalla nascita venivano sottoposti a esami e misurazioni, mentre gli altri, deboli o malati, subivano un destino tragico.
In questo scenario storico si colloca il libro di De Mulder che, con stile scorrevole e una prosa a tratti frammentata, ci porta all’interno di una di queste cliniche, la Heim Hochland presso il paesino di Steinhoring, poco distante da Monaco.
In questo “vivaio” di Himmler (traduzione del titolo dal francese) fondato su principi aberranti si muovono tre protagonisti le cui vicende vengono narrate a capitoli alterni, offrendo tre diverse prospettive dinanzi a una vicenda storica dai risvolti così inquietanti.
Helga è una giovane infermiera entusiasta del suo lavoro che affianca il dottor Ebner, il responsabile della clinica. Attenta e scrupolosa si occupa dei bambini e delle madri con efficienza ma anche con sensibilità. Seppur dedita alla causa non è priva di scrupoli e quando la verità sui bambini viene a galla (che fine ha fatto il piccolo Jurgen, così bello ma troppo debole per mangiare o da dove arrivano quei piccoli scaricati dai treni?) le sue certezze crollano e incomincia a farsi domande che giorno dopo giorno le tolgono il sonno e le insinuano dubbi sulla liceità della causa che ha abbracciato.
Fra le pazienti della clinica c’è Renée, una giovane francese della Normandia arrivata all’Heim Hochland su indicazione del soldato delle SS che le aveva fatto promesse d’amore non mantenute. Se all’inizio Renée crede che il padre di suo figlio torni a prenderla col passare dei mesi e con la nascita del bimbo quell’ingenuità tipica della giovinezza si tramuta in odio, fomentato dalla profonda solitudine in cui trascorre le giornate e dall’ostracismo delle compagne di cui non capisce la lingua.
De Mulder analizza in modo accurato il conflitto interiore che lacera queste due donne alle prese con una realtà inimmaginabile: l’una con la crescente consapevolezza di aver servito una ideologia folle, l’altra ancora troppo giovane con la difficoltà di accettare, in una vita di solitudine e di emarginazione, la responsabilità di un figlio.
Il terzo punto di vista è quello di Marek, un polacco che ha conosciuto l’orrore di Dachau e ora è stato trasferito insieme ad altri prigionieri nei terreni della clinica per costruire nuove ali dell’ospedale dove alloggeranno le giovani madri tedesche. Debilitato dalla fame, dall’esperienza del lager e dalle violenze delle guardie cerca di sopravvivere con l’unico pensiero di arraffare qualche buccia di patata. Solo il costante pensiero di Wanda, la donna che ama, e del figlio che non ha mai conosciuto gli impediscono di abbruttirsi completamente e intanto per rivederli medita di fuggire “Si chiede se sia meglio restare o tentare di fuggire. Ha calcolato le possibilità a suo favore, vestito di stracci, col suo tedesco approssimativo…quanto tempo ci vorrebbe prima che qualcuno si accorgesse della sua assenza: trenta minuti, tre quarti d’ora al massimo?” Con l’arrivo degli Alleati Marek trova conforto nella compagnia di Renée: vittime di una ideologia folle condividono il dolore di sapersi soli al mondo e la speranza di un futuro migliore. E forse pensando al figlio nel grembo della donna amata si avvicina con particolare tenerezza al piccolo Arne, il figlio di Renée, che gli sorride tendendo le manine, inconsapevole delle brutture del mondo che lo circonda.
Accanto a queste figure, le cui vicende scandiscono la narrazione, si muovono altri personaggi indimenticabili solo in parte secondari, che l’autrice tratteggia con maestria. C’è anche il racconto minuzioso della quotidianità di queste donne, con orari rigidi per mangiare, allattare o occuparsi dell’igiene dei loro bimbi, regole passate al vaglio delle solerti infermiere e programmi che non è consentito mettere in discussione, fino a quando il progressivo ritiro delle truppe tedesche e l’arrivo dei soldati americani svela l’orrore compiuto in quel luogo immerso nella natura che pareva un’oasi di perfezione, ordine e pulizia.
Con “I bambini di Himmler” l’autrice ci restituisce una pagina di Storia ancora poco nota, un racconto narrato con sobrietà, senza indulgere in scene sensazionalistiche o in qualsivoglia giudizio morale.
Un romanzo denso di riflessioni, un viaggio nella coscienza umana che scuote il lettore per il contesto umano e storico in cui si svolgono le terribili vicende narrate ma imprescindibile perché l’autrice, attraverso personaggi ben riusciti, accende i riflettori sulle drammatiche conseguenze che tante donne e bambini hanno affrontato nel nome di un’ideologia criminale. E nel prendere coscienza di quanto accaduto ci invita a rinnovare il monito: mai più!
Giorgia Greco