Riprendiamo da BET Magazine il commento di Anna Balestrieri dal titolo: "Chi organizza le proteste pro-Palestina in Gran Bretagna? La rete dietro il movimento secondo NGO Monitor"

Secondo l’organizzazione israeliana di monitoraggio delle Ong, dietro il movimento esisterebbe una rete relativamente ristretta di gruppi che svolgono funzioni diverse ma convergenti nell’organizzazione delle mobilitazioni.
Per capire la dimensione del movimento pro-Palestina che negli ultimi anni ha portato migliaia di persone nelle strade britanniche, non basta guardare alle piazze. Bisogna osservare ciò che sta dietro le manifestazioni: organizzazioni, campagne, finanziamenti, rapporti internazionali e soprattutto una rete di attivismo capace di trasformare una mobilitazione spontanea in una struttura permanente.
È questa l’ipotesi al centro di un nuovo rapporto di NGO Monitor dedicato all’«infrastruttura» delle proteste pro-Palestina nel Regno Unito. Secondo l’organizzazione israeliana di monitoraggio delle Ong, dietro il movimento esisterebbe una rete relativamente ristretta di gruppi che svolgono funzioni diverse ma convergenti nell’organizzazione delle mobilitazioni.
Il rapporto individua in particolare sei organizzazioni: Friends of Al-Aqsa, Stop the War Coalition, Muslim Association of Britain, Palestinian Forum in Britain, Palestine Solidarity Campaign e Campaign for Nuclear Disarmament.
La tesi di NGO Monitor è che questi gruppi costituiscano alcuni dei principali nodi attraverso cui passano mobilitazione, comunicazione e attività politica del movimento britannico.
Dalla piazza alla rete
Il punto centrale dell’analisi è una distinzione: una manifestazione può apparire spontanea a chi vi partecipa, ma la capacità di convocare migliaia di persone contemporaneamente richiede spesso un’infrastruttura organizzativa preesistente.
Siti web, mailing list, canali social, associazioni locali, gruppi studenteschi, campagne di raccolta fondi e rapporti con altre organizzazioni permettono di trasformare una singola protesta in una mobilitazione continuativa.
È precisamente questa infrastruttura che NGO Monitor cerca di mappare.
L’obiettivo non è sostenere che ogni persona scesa in piazza sia parte di una struttura organizzata. Il rapporto stesso distingue tra le organizzazioni che coordinano le campagne e le migliaia di cittadini che partecipano alle manifestazioni per convinzione personale.
Nella lettera introduttiva al rapporto, Lord Walney sottolinea infatti che l’analisi non vuole essere un’accusa contro il diritto di protesta né contro le persone che manifestano per sincera convinzione e compassione.
La questione, secondo Walney, riguarda piuttosto il rischio che opacità finanziaria, influenza straniera e rapporti con organizzazioni terroristiche o Stati ostili possano inserirsi nell’ambiente delle proteste senza adeguati controlli.
Le sei organizzazioni
Tra i principali nodi individuati compare Friends of Al-Aqsa, organizzazione britannica che promuove campagne sulla questione palestinese e sul rapporto con il luogo santo di Gerusalemme.
Un secondo elemento è Stop the War Coalition, storica piattaforma britannica nata nel 2001 e divenuta negli ultimi anni uno dei protagonisti delle mobilitazioni legate alla guerra a Gaza.
C’è poi la Muslim Association of Britain e il Palestinian Forum in Britain, insieme alla Palestine Solidarity Campaign, una delle principali organizzazioni britanniche dedicate alla solidarietà con i palestinesi.
Completa l’elenco Campaign for Nuclear Disarmament, movimento pacifista che negli ultimi anni ha partecipato a diverse iniziative e coalizioni contro la guerra.
La presenza di organizzazioni con storie, obiettivi e basi sociali differenti è significativa: la rete descritta da NGO Monitor non sarebbe una singola associazione, ma una coalizione di soggetti capaci di convergere su campagne comuni.
È proprio questa capacità di coordinamento a rendere, secondo gli autori del rapporto, il fenomeno più complesso di una semplice successione di manifestazioni spontanee.
Il nodo dei finanziamenti
Una parte rilevante del rapporto riguarda il denaro.
NGO Monitor esamina le fonti di finanziamento delle organizzazioni e sostiene che alcuni gruppi abbiano ricevuto risorse anche attraverso programmi e fondi pubblici europei. Il rapporto richiama inoltre finanziamenti e collegamenti che, secondo la sua ricostruzione, arriverebbero da ambienti vicini alla Repubblica islamica dell’Iran.
Tra i casi citati figura l’Islamic Centre of England, istituzione religiosa con sede a Londra storicamente legata all’Iran. Il suo imam, secondo la ricostruzione di NGO Monitor, ha ricoperto il ruolo di rappresentante dell’ayatollah Ali Khamenei nel Regno Unito.
È qui che l’analisi passa dalla questione della mobilitazione politica a quella, molto più delicata, dell’influenza straniera.
Il rapporto invita a interrogarsi su quanto sia trasparente il finanziamento delle organizzazioni che partecipano alle campagne e su quali siano i rapporti tra l’attivismo britannico e soggetti esterni al Paese.
Si tratta tuttavia di accuse che vanno mantenute nel loro corretto perimetro: l’esistenza di un finanziamento o di un rapporto con un determinato soggetto non dimostra automaticamente che tutte le attività dell’organizzazione destinataria siano dirette da quel soggetto.
La formazione degli attivisti
Un altro aspetto interessante è quello della formazione dei giovani.
Amnesty International UK gestisce da anni Rise Up, un programma gratuito e finanziato per giovani tra i 16 e i 24 anni interessati a sviluppare competenze di attivismo e campagne. La stessa Amnesty lo presenta come un percorso annuale destinato a fornire strumenti per organizzare campagne, costruire consenso, influenzare i decisori e promuovere cambiamenti sociali.
Il programma non è presentato da Amnesty come specificamente legato alla questione palestinese: le campagne sviluppate dai partecipanti riguardano diversi temi, tra cui diritti delle donne, diritti dei rifugiati, discriminazione e cambiamento climatico.
Nel 2025 Amnesty ha inoltre riferito che il proprio lavoro con gli studenti comprendeva formazione su diritti di protesta, rapporto con i media e strategia delle campagne nell’ambito delle attività relative ai Territori palestinesi occupati.
Il punto interessante, dunque, non è parlare genericamente di «indottrinamento», ma osservare come le grandi organizzazioni del movimento per i diritti umani abbiano sviluppato strumenti professionali per formare nuovi attivisti.
È un fenomeno che va ben oltre la questione palestinese e che riguarda una trasformazione più ampia della politica contemporanea: l’attivismo non è più soltanto partecipazione spontanea, ma anche acquisizione di competenze, costruzione di campagne, gestione dei social media, rapporti con la stampa e capacità di pressione sulle istituzioni.
Il confine tra protesta e influenza
La questione diventa particolarmente sensibile quando questa infrastruttura si intreccia con soggetti stranieri o con organizzazioni che hanno posizioni considerate estremiste.
Per NGO Monitor, il problema è proprio la possibilità che un movimento apparentemente composto da migliaia di singoli cittadini possa essere sostenuto, indirizzato o influenzato da una rete organizzativa molto più piccola e strutturata.
Ma esiste anche il problema opposto: il rischio di attribuire automaticamente a un’intera piazza le posizioni degli organismi che contribuiscono a organizzarla.
La distinzione è fondamentale.
Una persona che partecipa a una manifestazione per chiedere un cessate il fuoco non diventa per questo sostenitrice di ogni organizzazione presente nella coalizione. E un’associazione che collabora con un’altra su una manifestazione non necessariamente condivide tutte le sue posizioni.
Il vero oggetto dell’indagine, quindi, dovrebbe essere la rete: chi finanzia chi, chi organizza cosa, quali sono i rapporti istituzionali e quali messaggi vengono effettivamente trasmessi agli attivisti.
Una questione europea
Il caso britannico ha però una portata che va oltre il Regno Unito.
Le organizzazioni, le campagne e le tecniche di mobilitazione contemporanee operano infatti attraverso reti digitali e internazionali. Le esperienze maturate nelle piazze di Londra possono essere replicate a Berlino, Parigi, Roma o Amsterdam; gli stessi slogan, materiali e campagne possono circolare contemporaneamente in diversi Paesi.
Per questo la questione posta da NGO Monitor non riguarda soltanto chi scende in piazza a Londra, ma il modo in cui si costruiscono e si finanziano i movimenti politici transnazionali nell’Europa contemporanea.
È un terreno sul quale le istituzioni devono riuscire a tenere insieme due esigenze apparentemente opposte: proteggere senza ambiguità la libertà di manifestazione e, nello stesso tempo, garantire trasparenza sui finanziamenti e sui rapporti con governi stranieri e organizzazioni sottoposte a sanzioni o considerate terroristiche.
Il dibattito è destinato a diventare ancora più importante con il prolungarsi della guerra a Gaza e con la crescita delle mobilitazioni europee.
Perché la domanda non è soltanto quante persone scendano in piazza.
La domanda più interessante è chi costruisce la piazza, chi mette a disposizione gli strumenti per riempirla e quali idee circolano attraverso quella rete.