Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Il peccato di Marco Carrai"

Per Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, il mancato rinnovo alla guida della Fondazione Meyer è soltanto una «normale rotazione». Curiosamente, a essere ruotato è proprio l’uomo che da mesi viene attaccato perché console onorario di Israele. Una coincidenza che chiede parecchia buona volontà per essere creduta
Ci sono coincidenze che hanno una puntualità quasi commovente. Per mesi Marco Carrai viene attaccato perché è console onorario di Israele: se ne chiedono le dimissioni dalla presidenza della Fondazione Meyer, si organizzano proteste, si lanciano accuse e si sostiene che quella carica diplomatica sia incompatibile con la guida della fondazione che sostiene uno dei più importanti ospedali pediatrici italiani. Poi arriva il momento del rinnovo e, guarda caso, Carrai non viene confermato.
Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana ed esponente del Partito democratico, assicura che si tratta di una «normale rotazione», senza alcun rapporto con le polemiche dei mesi scorsi. Dev’essere una di quelle rotazioni che, per una curiosa legge della meccanica politica, finiscono sempre per girare nella direzione auspicata da chi ha esercitato la pressione.
La questione sarebbe semplicissima se Carrai avesse amministrato male la Fondazione Meyer, raccolto pochi fondi, compromesso il prestigio dell’istituzione oppure utilizzato il proprio incarico per fare propaganda politica. In quel caso mandarlo a casa sarebbe stato legittimo, forse persino doveroso. Il problema è che nessuno gli contesta qualcosa del genere. Carrai lascia ricordando un patrimonio che oggi supera i 50 milioni di euro, risultati importanti nella raccolta di fondi e il contributo dato a un’istituzione che cura bambini senza chiedere loro nazionalità, religione o opinioni politiche. Compresi, vale la pena ricordarlo, bambini arrivati da Gaza.
Il suo peccato è altrove: Marco Carrai è console onorario di Israele. Ed è qui che la vicenda smette di riguardare una nomina fiorentina e diventa qualcosa di assai più serio, perché da qualche tempo in Italia essere israeliano, rappresentare Israele, collaborare con un’università israeliana, investire in un’impresa israeliana o semplicemente dichiararsi sionista sta diventando una condizione della quale occorre giustificarsi. Una specie di fedina politica da presentare all’ingresso dei luoghi rispettabili, possibilmente accompagnata da una dichiarazione di dissociazione.
Centotrenta persone hanno scritto a Giani ricordandogli che già nel giugno 2025 avevano denunciato questo meccanismo con parole molto chiare: «Sei amico degli ebrei, o ebreo, non puoi ambire ad incarichi di evidenza pubblica». Oggi parlano apertamente di epurazione e ricordano che la pressione contro Carrai si inserisce in un clima più ampio, fatto di boicottaggi, rottura delle collaborazioni universitarie e ostracismo verso tutto ciò che porta il nome di Israele.
Epurazione è una parola pesante e va usata con cautela. Proprio per questo sarebbe stato prudente evitare di costruire una situazione nella quale quella parola diventasse plausibile. La Regione può ripetere cento volte che si tratta di un normale avvicendamento; resta una domanda molto terra terra alla quale nessuna formula burocratica riesce a rispondere: dopo una campagna politica costruita esplicitamente sul rapporto di Carrai con Israele, perché viene soddisfatta esattamente la richiesta di chi pretendeva la sua testa? Le coincidenze, anche in politica, hanno diritto alla presunzione d’innocenza. Qualche volta, però, chiedono troppo alla nostra credulità.
C’è infine qualcosa di ancora più sgradevole, perché questa storia manda un messaggio destinato a sopravvivere alla presidenza della Fondazione Meyer: se rappresenti Israele sei diventato problematico. Puoi raccogliere milioni per curare bambini, puoi aiutare un ospedale, puoi svolgere bene il tuo incarico e puoi persino occuparti concretamente di bambini palestinesi; resterà comunque quel marchio, quella colpa originaria che oggi una parte della politica italiana considera sufficiente per chiederti di farti da parte.
Carrai se ne va e chi lo voleva fuori potrà dunque festeggiare. Avrà ottenuto una piccola vittoria e, soprattutto, un precedente molto più grande: la dimostrazione che fare pressione su un’istituzione perché un suo dirigente rappresenta Israele può funzionare. La prossima volta sarà più semplice, perché qualcuno potrà ricordare che è già accaduto e che, in fondo, nessuno ha chiamato le cose con il loro nome. Le epurazioni, del resto, raramente bussano alla porta presentandosi come epurazioni. Preferiscono espressioni educate, amministrative, rassicuranti.«Normale rotazione», per esempio.