Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Non si scappa dalle minacce di morte"

Giulio Meotti
Le minacce di morte arrivano quasi sempre nello stesso modo.
“Devi morire lurida merda sionista”.
John Maynard Keynes lo disse: In the long run we are all dead.
Negli ultimi giorni ne ho ricevute tante di simili.
Dopo la ventesima, la trentesima, la cinquantesima variazione sullo stesso tema (“islamofobo”, “sionista”, “servo”, “devi morire”), la minaccia perde forza. Diventa rumore bianco.
Frasi così non mi sorprendono più. Non perché siano accettabili. Chi le scrive pensa di infliggere paura. Chi le riceve, se ha un minimo di rispetto per se stesso, sa che è il rumore di fondo dell’epoca maniacale in cui ci è toccato vivere.
Non mi toccano molto non perché sia immune alla violenza fisica o verbale o perché sottovaluti il rischio concreto che a volte quelle parole possono precedere.
Ma chi da anni ha scelto di scrivere contro corrente sa di essere entrato in un territorio minato. Lo sa anche chi osserva l’Europa.
E così il veleno, quando è sputato con tale frequenza, smette di fare effetto su chi ha già visto il flacone.
Se uno inizia a pesare ogni frase in base a quanto potrà far arrabbiare ha già smesso di scrivere. Ha iniziato a negoziare il proprio silenzio. E io non ho intenzione di negoziare. Tanto vale smettere e cambiare lavoro.
La resa preventiva è una forma di disonestà intellettuale.
Non significa sottovalutare il clima.
Ma si vince restando sul piano dei fatti e della coerenza. Si vince continuando a scrivere.
Ci si potrebbe ritrarre con eleganza. Un aggiustamento progressivo della voce, un ritocco al lessico, un’omissione che si finge prudenza. Tacere diventa così una forma di igiene sociale.
Chi cede raramente ammette di avere paura. Parla di responsabilità, di contesto, di non voler “alimentare tensioni”. Come se il vero eccesso non fossero le minacce ricevute, ma la propria chiarezza.
Così la frase si accorcia, l’aggettivo si smussa, il nome proprio scompare, il carnefice resta un’astrazione e la vittima un’esagerazione.
Questa è la forma contemporanea di resa: non la ritrattazione solenne, ma l’ammorbidimento. Si scopre che il silenzio ottiene applausi più facili della verità. Si scopre che l’ambiente premia chi sa rendersi inoffensivo.
Ammansire è un’arte sottile. Si continua a parlare, ma di altro. Si continua a denunciare, ma di bersagli già autorizzati. Il risultato è una lingua addomesticata, capace di descrivere tutto tranne ciò che importa.
A quel punto la censura non arriva dall’alto. Si è installata dentro, come un riflesso.
E si producono uomini e donne che apparentemente restano in piedi solo perché hanno imparato a chinarsi in tempo.
Possono arrivarne altre, di minacce. Ne arriveranno. Alcune saranno più volgari, altre più elaborate, alcune più inquietanti.
Si continua e si scrive, almeno per ora. Perché se una cosa è vera, è ancora più vera dopo che qualcuno scrive in pubblico che dovresti morire per averla detta.
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