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Setteottobre Rassegna Stampa
01.09.2026 Iran, condannata a morte per le proteste di gennaio
Commento di Rosa Davanzo

Testata: Setteottobre
Data: 01 settembre 2026
Pagina: 1
Autore: Rosa Davanzo
Titolo: «Iran, condannata a morte per le proteste di gennaio»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Rosa Davanzo dal titolo: "Iran, condannata a morte per le proteste di gennaio"

Iran, condannata a morte per le proteste di gennaio

Leila Abolhassani, 43 anni e madre di due figlie, rischia l’esecuzione per «guerra contro Dio». Secondo fonti vicine alla famiglia stava fotografando un supermercato in fiamme

 

Leila Abolhassani ha 43 anni, due figlie adolescenti e da più di sette mesi si trova nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan. Una Corte rivoluzionaria iraniana l’ha condannata a morte con l’accusa di moharebeh, «guerra contro Dio», uno dei reati più gravi previsti dall’ordinamento della Repubblica islamica. Il suo ricorso è ora all’esame della Corte Suprema e, se la sentenza sarà confermata, potrà essere eseguita. Chissà se qualcuno o qualcuna in questo pallido Occidente oserà alzare la voce in sua difesa. Chissà se le femministe di Me too e compagnia bella avranno mai il coraggio di pronunciarsi a sua difesa. 

La vicenda risale all’8 gennaio scorso, durante le grandi proteste antigovernative che attraversavano l’Iran. Abolhassani, che lavorava come onicotecnica (un’esperta nella ricostruzione delle unghie, per chi non lo sapesse), si trovava a Shahin Shahr, città della provincia di Isfahan, quando venne arrestata nei pressi di un supermercato Ofogh Koorosh in fiamme.

È proprio quanto accadde quella sera a rappresentare il punto centrale del caso. Secondo una fonte informata citata da Iran International e IranWire, la donna stava fotografando l’incendio. Le autorità giudiziarie le attribuiscono invece una partecipazione all’azione che provocò le fiamme. I dettagli delle prove raccolte contro di lei, così come informazioni complete sul processo e sulla sua difesa, non sono stati resi pubblici.
La sentenza sarebbe stata pronunciata alla fine di maggio dalla sezione 5 della Corte rivoluzionaria di Isfahan, presieduta dal giudice Vahid Hemmatnejad, anche se la notizia è diventata pubblica soltanto questa settimana. I legali hanno presentato appello e il fascicolo è stato trasmesso alla Corte Suprema.

Il termine moharebeh appartiene al diritto penale della Repubblica islamica e viene tradotto generalmente come «guerra contro Dio» o «inimicizia contro Dio». Negli anni è stato applicato anche nei procedimenti contro manifestanti accusati di avere compiuto atti violenti durante le proteste. La pena può arrivare alla morte e il suo utilizzo nei processi politici è da tempo contestato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Il caso di Abolhassani arriva infatti nel pieno di una nuova ondata di condanne capitali seguita alle manifestazioni di gennaio. Pochi giorni prima erano emerse le condanne a morte di altri due giovani arrestati durante le proteste, Amir Mohammad Majallal Choubari, 22 anni, e Hossein Nazari, 25.

Il 23 agosto è stato invece impiccato Majid Adineh, arrestato il 9 gennaio a Mohammadshahr, nei pressi di Karaj. La magistratura iraniana lo aveva accusato di avere compiuto azioni operative a favore di Israele, degli Stati Uniti e di gruppi ostili alla Repubblica islamica, oltre che di incendio doloso e altri reati contro la sicurezza dello Stato. La Corte Suprema aveva confermato la condanna.

Sui procedimenti di questo tipo esistono versioni radicalmente contrapposte. Teheran sostiene di perseguire persone responsabili di violenze, sabotaggi e collaborazione con potenze straniere. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano invece processi opachi, confessioni ottenute sotto coercizione, accesso insufficiente alla difesa e un uso sempre più esteso della pena capitale come strumento di repressione politica.
I numeri danno la misura del fenomeno. L’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran aveva documentato 901 esecuzioni già alla fine di luglio. Il conteggio viene continuamente aggiornato e alla fine di agosto si avvicina ormai al migliaio di persone giustiziate dall’inizio del 2026. Iran Human Rights sostiene inoltre che Majid Adineh sia stato il ventinovesimo manifestante delle proteste di gennaio messo a morte dal mese di marzo.

All’inizio di agosto anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, aveva accusato le autorità iraniane di utilizzare la pena capitale per diffondere paura nella popolazione e reprimere il dissenso, richiamando l’attenzione sulle carenze delle garanzie processuali e sulle denunce di confessioni estorte mediante tortura.

La repressione interna assume un peso ancora maggiore in un Iran provato dalla guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi israeliani e americani, dalle sanzioni e da una crisi economica che continua ad alimentare il malcontento. Il potere iraniano teme che nuove proteste possano riaccendersi e sta rafforzando gli apparati incaricati del controllo interno.

Leila Abolhassani attende adesso la decisione della Corte Suprema nel carcere di Dowlatabad. Dalla documentazione disponibile pubblicamente non è possibile stabilire quali prove abbiano convinto i giudici che una donna sorpresa vicino a un supermercato incendiato abbia partecipato materialmente all’attacco. È però sufficiente la sentenza della Corte rivoluzionaria perché quella sera di gennaio possa costarle la vita.


info@setteottobre.com

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