Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Essere coloni. Cosa si nasconde dietro la prima linea di Israele"

Dimenticate la Repubblica islamica dell’Iran, il partito di Dio libanese, Hamas (“è pronta alla non violenza” assicura Repubblica del 23 agosto), la Jihad islamica palestinese, gli houthi, tutti i fronti popolari dal fiume al mare, i salafiti e gli emiri di Doha. La pace in medio oriente ha un solo ostacolo: i coloni israeliani.
Nessuno costruisce archetipi negativi sul colono turco a Cipro Nord, il colono russo nel Donbas e il colono cinese in Tibet. Occupazioni da glissare per le redazioni dei giornali e la bella gente come Mark Ruffalo che si mette la spilletta. Solo il colono ebreo è diventato una maschera malefica. Non si scusa di esistere, non parla il linguaggio woke della colpa coloniale, non considera la terra una metafora, non porge l’altra guancia e ai ponti preferisce i muri. Fra i coloni ci sono famiglie benestanti dell’alyah francese e britannica, messianici con le treccine, laici nazionalisti arrivati dopo la guerra del Kippur, giovani teppisti delle colline vestiti da allevatori di capre e intellettuali borghesi col PhD in informatica e filosofia. E’ la tribù ebraica più strana e odiata in occidente, ma senza la quale Israele sarebbe solo l’’“entità” di cui tutti parlano.
Lo sapevano i laburisti Yitzhak Rabin e Shimon Peres, i grandi paladini della pace e i primi a costruire gli insediamenti ebraici, dalla “capitale” Ofra fuori Ramallah (nel municipio c’è la foto di Peres che pianta alberi nella colonia) agli insediamenti di Gaza (“la vostra sicurezza è come Tel Aviv” disse Rabin ai coloni di Gush Katif). Lo sa Haaretz, il giornale palestinese in lingua ebraica, che giorni fa titolava: “La sinistra israeliana deve combattere gli insediamenti, non costruirli”.
Nessun politico israeliano oggi è contrario agli insediamenti: non Naftali Bennett, che ne fu il portavoce; non Yair Lapid e Benny Gantz, che hanno promesso di non smantellarli; non Avigdor Lieberman o Yuli Edelstein, che in una colonia ci vivono, e non certo il principale pretendente a prendere il posto di Netanyahu, l’ex generale Gadi Eisenkot, spesso in visita negli insediamenti.
Se domani venisse firmato un accordo con confini definitivi, la stragrande maggioranza dei coloni farebbe le valigie. Le fecero a Gaza, dove abitavano i più agguerriti che dissero che anziché la pace sarebbero arrivate la guerra e i pogrom e avevano ragione. C’è chi potrebbe persino restare sotto uno stato palestinese. Ma in occidente si considera cosa buona e giusta che non ci siano ebrei fra il Giordano e il Mediterraneo, quando il venti per cento della popolazione israeliana è araba palestinese (la famosa apartheid), in Israele ci sono cinquecento moschee e alla Knesset siedono numerosi partiti arabi (anche ostili a Israele), mentre si accetta che l’Autorità palestinese sia jüdenrein (e chi gli vende la terra per legge merita la pena di morte) e che le uniche sinagoghe funzionanti nei territori palestinesi siano nelle enclave sotto controllo israeliano.
E’ il segno di due progetti nazionali opposti: uno ebraico democratico che, con tutti i suoi difetti, ha integrato minoranze e costruito istituzioni plurali; l’altro islamista e tirannico che, quando assume il controllo, pratica la pulizia etnica degli ebrei e continua a educare alla delegittimazione. Solo il colono israeliano non fa dormire l’Onu. Israele è definito “potenza occupante” 530 volte nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale. Non l’Indonesia a Timor Est, non la Turchia a Cipro, non la Russia in Crimea e Ucraina, non il Marocco nel Sahara.
Gli ebrei hanno vissuto per tremila anni in Giudea e Samaria tranne che dal 1948 al 1967, quando la Cisgiordania fu sotto controllo giordano, gli ebrei furono cacciati e nessuno pensò di chiedere la nascita di uno “stato palestinese”, che emerse con forza solo dopo che Israele conquistò la terra in una guerra difensiva. Eppure, anziché chiamarli “residenti israeliani nei territori contesi o occupati”, c’è il “colono”, l’intruso, l’alieno, il settler bianco che parla inglese e che un famoso poeta visiting professor negli Stati Uniti scrisse di voler “accoppare”.
Senza contare che la terra che i coloni abitano fu prima dell’impero ottomano, poi del Mandato britannico, poi del regno giordano e dal 1967 sotto amministrazione israeliana. Come il fatto che Israele dal 1967 a oggi non ha cacciato i palestinesi da quelle terre. In luoghi come il Sahara e Cipro del Nord, i coloni sono oggi la maggioranza e c’è stata espulsione su larga scala degli abitanti preesistenti. Basta chiederlo ai greci di Cipro. Nel 1967 gli israeliani fecero un censimento di Cisgiordania e Gaza e rilevarono una popolazione palestinese di 586 mila (più 69 mila a Gerusalemme Est), contro i tre milioni di oggi. Lo strano “genocidio”.
Gli accordi di Oslo quella terra l’hanno divisa in tre zone, un puzzle di sicurezza e sovranità da spartirsi fra Autorità palestinese e Israele e da definire in un accordo di pace definitivo ben più complicato della cittadina belga-olandese di Baarle-Hertog, divisa a metà da piste ciclabili e semafori. Ehud Barak prima ed Ehud Olmert poi offrirono ai palestinesi tutta la sovranità sulla Cisgiordania, colonie comprese, ma i sinceri democratici Yasser Arafat e Abu Mazen rifiutarono. E Ariel Sharon, che dei coloni fu l’hamelech, il re, li portò via da Gaza e dal nord della Samaria in cambio della pace. Ma per i palestinesi, islamisti o nepotisti laici poco importa, Israele è una grande “colonia”: non solo i settlers che vivono tra Hebron e Nablus, ma Jaffa, Haifa, Tel Aviv, Nahariya e Sderot. Sì, la Sderot invasa da Hamas nel pogrom del 7 ottobre. “Credevano che avrebbero rovesciato Israele e avrebbero iniziato a dividerlo in cantoni già il giorno successivo alla conquista”. Parla così ad Haaretz un pezzo grosso di Hamas che aveva partecipato alla conferenza voluta dal leader Yahya Sinwar, in cui si era messo nero su bianco il piano per il “dopo Israele”. “Un giorno mi chiama un noto esponente di Hamas e mi dice che stanno preparando l’elenco completo dei capi dei comitati per i cantoni che verranno creati in Palestina. Mi offre la presidenza del comitato Zarnuqa”. Un villaggio arabo sul cui territorio sorge il quartiere Kiryat Moshe di Rehovot. Altra colonia. Ma anche lasciando stare la Bibbia, la memoria, i diritti, le risoluzioni di San Remo e le guerre vinte sul campo (non poca cosa, le guerre difensive vinte), la Cisgiordania non è un pezzo di terra qualunque. E’ il sistema di dorsali che tiene in pugno la costa israeliana, il cuore demografico ed economico dello stato. Dalle sue colline si vedono Tel Aviv, l’aeroporto di Ben Gurion e le autostrade che collegano il nord al sud. Chi controlla le alture controlla un paese largo, in molti punti, venti chilometri. Un territorio che, se lasciato vuoto o sotto controllo ostile, diventerebbe la rampa di lancio per chiunque voglia spezzare Israele in due. Ronald Reagan lo capì e disse: “Ho sostenuto la lotta eroica di Israele per la sopravvivenza sin dalla fondazione: nei confini precedenti al 1967, Israele era largo dieci miglia. La maggior parte della popolazione israeliana viveva a portata di artiglieria degli eserciti arabi. Non chiederò a Israele di vivere di nuovo così”. Da qui il dilemma israeliano: non lasceranno più quelle terre perché non hanno istinti suicidi, non dopo la Seconda Intifada e il 7 ottobre (oltre tremila morti israeliani), ma non vogliono neanche governare altri due milioni di palestinesi. L’area C, dove si trovano gli insediamenti, a Oslo fu messa nelle mani dell’amministrazione militare israeliana in vista di un accordo che Gerusalemme ha offerto più volte (il piano Trump prevede l’annessione dell’area C). Racconta il colonnello Danny Tirza, che ha costruito la barriera antiterrorismo, che su richiesta del Vaticano 19 dei 22 siti cristiani di Gerusalemme furono inclusi all’interno d’Israele (come le Sorelle del Rosario).
La Cisgiordania è dominata da una catena di creste: i monti della Samaria a nord e i monti della Giudea a sud, tra i settecento e i mille metri. La dorsale è adiacente alla piana costiera israeliana, dove si concentra il 70 per cento della popolazione ebraica e l’80 per cento della capacità industriale dello stato. In alcuni punti (zona di Netanya) la distanza tra il mare e la linea verde del 1967 scende a quindici chilometri. Fra la città palestinese Tulkarem e la cittadina israeliana di Kfar Saba: mezzo chilometro. Le infrastrutture critiche (aeroporto, autostrada, linee elettriche, condotte di acqua) si trovano a pochi chilometri dalle alture cisgiordane. Il controllo dello spazio aereo sopra la dorsale è decisivo: tre minuti in volo per attraversare l’intera larghezza dal Giordano al Mediterraneo. Senza esercito (e coloni) su quelle alture, la sicurezza israeliana collasserebbe. Peres lo disse in una intervista a David Frost: “Eravamo contro quaranta milioni di arabi. Abbiamo usato tutti i nostri insediamenti per difenderci”.
La valle del Giordano, poco popolata e ostile, è poi da sempre la barriera contro infiltrazioni di armi e forze convenzionali. Controllarla significa accorciare la linea di difesa rispetto alla vecchia linea del 1967. E’ una geografia che non si negozia, ma si insedia, si gestisce, si difende o si perde, con tutti i torti che ne conseguono. E i coloni svolgono una funzione che nessun esercito può sostituire. La loro presenza civile stabilisce fatti sul terreno (e in medio oriente i fatti contano più delle belle parole). Senza di loro ci sarebbe un corridoio da Teheran a Tel Aviv, passando per le reti di proxy e terrorismo che già operano a Gaza e in Libano.
Basta prendere una carta geografica. A ovest d’Israele, il mare. A nord, Libano e Siria. A sud, Gaza ed Egitto. Chi assicurerebbe da est l’esistenza dello stato ebraico? La Giordania, al settanta per cento palestinese e che si regge grazie all’intelligence israeliana e alle basi americane? L’Iraq, per un terzo caduto in poche ore in mano all’Isis e per l’altro terzo una colonia iraniana? Israele non può permettersi di diventare un paese lungo e sottile difendibile con muri sempre più alti e che il 7 ottobre ha mostrato fragili come l’argilla. Prima del ritiro del 2005, gli insediamenti di Gaza erano un avamposto che proiettava profondità verso sud ovest, ostacolava il riarmo via Egitto (il famoso corridoio di Filadelfia) e integrava la difesa del Negev in un sistema che non si limitava alla barriera. Dopo il 2005, via i coloni, la profondità scomparve: Hamas consolidò il controllo, i tunnel proliferarono e i razzi si moltiplicarono, dimostrando a posteriori quanto la loro presenza avesse vincolato le capacità dei terroristi. La protezione non era assoluta né a costo zero, ma era decisiva. Fu un altro laburista, Yigal Allon, a idearla.
Si obietta che i coloni impediscono la pace. Alcuni insediamenti creano attriti quotidiani e certe frange alimentano tensioni violente. Ma il vero ostacolo alla pace non è la presenza di qualche migliaio di famiglie ebraiche a Hebron e Ariel, che potrebbero essere annesse domani in cambio di territori israeliani ai palestinesi (land for land funziona meglio di land for peace). E’ invece il rifiuto sistematico, da parte della leadership palestinese, di accettare la legittimità di uno stato ebraico in qualsiasi confine. Finché anche Jaffa e Haifa resteranno “colonie” e Israele una “entità”, ogni ritiro israeliano non sarà un passo verso la convivenza, ma un precedente per il passo successivo e i coloni non un ostacolo alla pace ma alla guerra. I terroristi lo sanno, ecco perché li attaccano. Nel 2024, 6.300 attacchi terroristici palestinesi contro ebrei in Cisgiordania, che hanno causato la morte di 27 israeliani e il ferimento di trecento. Nel 2025, 5.051 attacchi palestinesi, 24 israeliani uccisi e quattrocento feriti. E no, gli attacchi di coloni israeliani contro i palestinesi non sono equivalenti. Il premio Nobel per la Letteratura Günter Grass disse di avere una soluzione: “Israele deve lasciare non solo i territori occupati, l’occupazione della terra palestinese è criminale”. Tradotto: tutti coloni.
L’Università di Tel Aviv sorge in quello che era un villaggio arabo, Sheikh Munis, prima che i palestinesi lo abbandonassero in attesa che cinque eserciti arabi togliessero di mezzo Israele. Che poi è quello che vogliono non ancora tutti i terroristi islamici, i regimi che li finanziano e le canaglie onusiane, ma anche i pacifisti occidentali che hanno letto troppo e male lo psichiatra Fanon, che dei coloni francesi d’Algeria scrisse: “Far fuori un europeo è prendere due piccioni con una fava, sopprimere oppressore e oppresso. Restano un uomo morto e un uomo libero”. Restiamo umani, uccidiamo coloni ebrei immaginari.
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