Riprendiamo da BET Magazine il commento di Anna Balestrieri dal titolo: "Israele, il peso dei riservisti sull’economia cresce: 53 mila shekel al mese per ogni soldato"

Il costo economico del servizio militare di riserva in Israele è più elevato di quanto stimato finora. Secondo un nuovo rapporto della divisione dell’economista capo del Ministero delle Finanze, ogni riservista richiamato per un mese costa in media all’economia israeliana circa 53 mila shekel, pari a quasi 18 mila dollari.
La nuova stima è superiore di circa il 10% rispetto ai 48 mila shekel calcolati nel 2024. Il motivo è soprattutto metodologico: il Tesoro ha abbandonato il semplice riferimento al salario medio nazionale e ha analizzato più precisamente il profilo occupazionale e reddituale delle persone effettivamente richiamate alle armi.
Il peso ricade soprattutto sui lavoratori tra i 25 e i 44 anni
Il rapporto evidenzia infatti che il servizio di riserva coinvolge in maniera sproporzionata uomini ebrei non ultraortodossi tra i 25 e i 44 anni, una fascia della popolazione caratterizzata da un’elevata partecipazione al mercato del lavoro e da salari medi superiori.
I riservisti di questa categoria percepiscono mediamente circa 19 mila shekel al mese, una cifra superiore del 42% rispetto a quella di lavoratori con caratteristiche analoghe che non risultano assenti dal lavoro per servizio militare.
Nel secondo trimestre del 2026, circa il 75% dei riservisti occupati assenti dal lavoro aveva tra 25 e 44 anni, nonostante questa fascia rappresentasse soltanto il 43% circa della forza lavoro israeliana.
Il problema economico nasce quindi non soltanto dal numero di persone richiamate, ma dal fatto che una parte significativa appartiene proprio alla fascia più produttiva e meglio retribuita della popolazione.
Fino a 68 mila shekel al mese per un riservista trentenne
Le differenze diventano ancora più evidenti osservando il costo per fasce d’età.
Secondo il Ministero delle Finanze, un riservista ventenne genera un costo medio mensile di circa 39 mila shekel, rispetto ai 33 mila stimati precedentemente. Nel caso di un militare di riserva sulla trentina, invece, il costo sale a circa 68 mila shekel al mese, contro una precedente valutazione di 54 mila.
Queste cifre comprendono non soltanto le spese direttamente connesse al servizio militare, ma anche il valore della produzione economica persa durante l’assenza dal lavoro.
Il risultato è un impatto particolarmente significativo nei settori ad alta produttività, tra cui quello tecnologico, dove numerosi lavoratori sono stati richiamati per lunghi periodi dall’inizio della guerra.
Oltre 250 miliardi di shekel il costo diretto della guerra
Dal 7 ottobre 2023, il conflitto su più fronti ha determinato un forte aumento della spesa militare israeliana e della necessità di personale.
Il costo diretto complessivo della guerra è stato stimato in oltre 250 miliardi di shekel, circa 84 miliardi di dollari. Secondo i dati riportati, circa un terzo di questa somma è stato destinato al finanziamento della mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti.
Nel momento di massima mobilitazione, l’esercito israeliano aveva attivato circa 300 mila riservisti. Durante il primo anno di guerra, i soldati delle unità combattenti hanno prestato in media 136 giorni di servizio, mentre per i comandanti la media è salita a 168 giorni.
Il confronto con il periodo precedente alla guerra rende evidente la portata del cambiamento: prima del 7 ottobre, un riservista poteva effettuare fino a circa 25 giorni di attività operativa nell’arco di tre anni.
Il tema della leva degli ultraortodossi torna al centro del dibattito
I dati economici alimentano inevitabilmente anche il dibattito sulla partecipazione degli uomini ultraortodossi al servizio militare.
Il rapporto rileva che gli uomini ebrei non haredi rappresentano circa il 36% della forza lavoro israeliana, ma costituiscono l’83% dei lavoratori assenti a causa del servizio di riserva. Inoltre, circa il 70% dei riservisti assenti dal lavoro sono genitori con figli.
La questione assume quindi una dimensione che va oltre il principio dell’uguaglianza nell’obbligo militare: riguarda direttamente la sostenibilità economica del sistema.
Il Ministero delle Finanze e la Banca d’Israele hanno più volte sostenuto che un aumento del reclutamento degli ultraortodossi potrebbe ridurre il ricorso ai riservisti e generare risparmi significativi per le finanze pubbliche.
Circa 72 mila giovani haredi potenzialmente arruolabili
Attualmente, secondo le stime riportate, circa 72 mila uomini ultraortodossi tra i 18 e i 24 anni sarebbero idonei al servizio militare ma non risultano arruolati.
Parallelamente, l’IDF ha dichiarato di avere urgente bisogno di circa 12 mila nuove reclute per affrontare le necessità di sicurezza legate ai diversi fronti regionali.
Shlomit Ravitsky Tur-Paz, direttrice del Joan and Irwin Jacobs Center for Shared Society dell’Israel Democracy Institute, ha sottolineato che una maggiore partecipazione degli ultraortodossi al servizio obbligatorio potrebbe ridurre sensibilmente il ricorso ai riservisti.
Il costo economico del reclutamento di giovani haredi sarebbe infatti molto inferiore, perché in molti casi il loro ingresso nell’esercito non comporterebbe la sottrazione di lavoratori già pienamente inseriti nel mercato del lavoro.
Fino a 9 miliardi di shekel di risparmio all’anno
Secondo stime della Banca d’Israele citate nel rapporto, l’arruolamento di 7.500 uomini ultraortodossi ogni anno potrebbe produrre, entro tre anni, un risparmio annuale di circa 9 miliardi di shekel.
Si tratta di una cifra particolarmente significativa in un momento in cui il bilancio dello Stato deve sostenere contemporaneamente elevati costi militari e la necessità di finanziare sanità, istruzione, welfare e altri servizi pubblici.
Ravitsky Tur-Paz ha avvertito che l’attuale situazione rischia di diventare insostenibile: l’aumento delle spese per la sicurezza potrebbe infatti tradursi in minori risorse disponibili per altri settori della società israeliana.
Una questione economica oltre che sociale
Il nuovo rapporto del Ministero delle Finanze aggiunge quindi un ulteriore elemento al dibattito sul servizio militare in Israele.
La questione dei riservisti non riguarda più soltanto la disponibilità di personale per l’esercito o l’equità nella distribuzione degli obblighi, ma anche la capacità dell’economia israeliana di sostenere un modello di mobilitazione prolungata nel tempo.
Con una parte significativa della popolazione economicamente più attiva chiamata periodicamente ad abbandonare il posto di lavoro per il servizio militare, il costo per lo Stato e per il sistema produttivo continua ad aumentare.
La sfida dei prossimi anni sarà quindi duplice: garantire all’IDF il personale necessario per affrontare le esigenze di sicurezza e, contemporaneamente, evitare che il peso della difesa continui a gravare soprattutto sulla stessa fascia della popolazione e sul cuore produttivo dell’economia israeliana.