Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Se l’Occidente è solo un vuoto a perdere"

Giulio Meotti

Foto di Giulio Meotti (10 agosto 2026)
Di ritorno dagli Stati Uniti voglio condividere con i lettori della newsletter impressioni e letture che hanno segnato la mia tournée americana.
Due grandi quadrati neri che sembrano feritoie cosmiche e dove un tempo si levavano le Torri Gemelle a New York.
Il memoriale dell’11 settembre si chiama “Reflecting Absence”. L’acqua, densa e scura, non scorre: precipita. Cade senza tregua nei vuoti, in un continuo sgorgare che non riempie nulla, non consola e non dimentica.
È un buco d’acqua, un gorgo verticale che inghiotte la luce e restituisce un suono basso, monotono, liturgico.
Mi avvicino al bordo uscendo dalla metro che sorge sotto l’Oculus di Calatrava. Mancavo da questo luogo agghiacciante da molti anni. Ne sono passati venticinque dall’11 settembre.
La superficie è immobile fino all’orlo, si spezza e precipita in migliaia di fili neri, sottili come capelli di lutto. Non è una cascata: è un’emorragia oscura e continua. L’acqua non schiuma, non schizza: scende con una dignità funerea, come se sapesse di dover custodire un silenzio più grande di sé.
E si ha la sensazione che il mondo occidentale stia ancora facendo acqua, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo.
Un rettangolo di cielo sostituito da un pozzo che non ha fondo. Le torri non sono state abbattute: sono state sottratte all’orizzonte e al loro posto è rimasto questo doppio abisso che continua a bere. L’acqua nera non riflette i volti di chi si china a guardarla; li assorbe, li dissolve, li porta via. Chi si affaccia qui non cerca la propria immagine: cerca ciò che non può più essere trovato.
Osservo i nomi dei tremila morti incisi sul bronzo. Ognuno di essi è un filo che l’acqua nera continua a trascinare verso il basso. Non c’è gerarchia, non c’è consolazione retorica. Solo l’elenco infinito di chi non è tornato. L’acqua cade su quei nomi, li bagna senza cancellarli, li fa brillare per un istante prima di portarli via di nuovo. È un battesimo alla rovescia: non lava il peccato, ma perpetua la memoria del sangue.
La città che ha visto le torri precipitare sotto il peso di aerei pilotati da uomini che invocavano Allah ha eletto un sindaco che si inchina alla stessa tradizione culturale che parla la lingua di chi, in altre latitudini, ancora oggi considera l’Occidente un nemico.
Cinque anni fa, per un anniversario dell’11 settembre, pubblicai un lungo dialogo fra Pascal Bruckner e Pierre Manent: “Il suicidio di civiltà non è un’opzione”.

Pubblico da Le Figaro lo straordinario dialogo fra il filosofo cattolico Pierre Manent e lo scrittore e saggista ateo Pascal Bruckner. Qui il mio podcast con Bruckner nella newsletter. Si tratta di un dialogo di rara profondità e originalità fra due voci importanti della cultura contemporanea.
Esco dall’area delle Torri Gemelle e prendo in mano la rivista più patinata di New York.
E che suicidio!
New York come “Habibi City”.

Il fenomeno descritto dalla rivista più patinata d’America si concentra sulla generazione SWANA, acronimo di Southwest Asia and North Africa (Asia sud-occidentale e Nord Africa), che comprende persone provenienti da una serie di Paesi dalla “Palestina” e dall’Iran al Sudan. Tutti musulmani.
Secondo l’articolo, firmato dalla giornalista Zaina Arafat, New York è ora una “enclave mediorientale” che offre workshop per bambini in una libreria dedicata alla cultura mediorientale e raccolte fondi per Gaza in un club siriano gestito da donne velate.
Consiglio a tutti di comprare e leggere il libro di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, due giornalisti speciali e grandi esperti di America.

L’elezione di Zohran Mamdani a sindaco è la prova decisiva dell’età dell’oro di questa comunità. Mamdani, nato in Uganda e di origine indiana, è sposato con Rama Duwaji, americana di prima generazione di origine siriana. Sebbene non sia tecnicamente originario della regione geografica, il sindaco è profondamente immerso nella sua cultura, parla arabo quasi senza accento e tiene a documentarsi mentre partecipa a cerimonie musulmane, come i pasti di rottura del digiuno del Ramadan, comprese quelle con detenuti musulmani.
Mentre ero a New York ho letto di un seminario cattolico, il Montfort di Long Island, che è stato appena venduto per 5 milioni di dollari a una organizzazione islamica.
Diventerà una moschea e una scuola musulmana.

Siraj Wahhaj, vicepresidente della Islamic Society of North America (ISNA), dice che “la democrazia crollerà e non resterà nulla, l’unica cosa che rimarrà sarà l’Islam”. Wahhaji si è fatto fotografare con Mamdani. “Se solo i musulmani fossero abili politicamente, potrebbero prendere il controllo degli Stati Uniti e sostituire il suo governo costituzionale con un califfato. Se otto milioni di musulmani si uniscono in America, il Paese verrà a noi”.
Come dargli torto se l’Occidente è solo un vuoto a perdere?
I legislatori del Massachusetts intanto vogliono una commissione con il compito di consigliare i leader statali su questioni che riguardano i musulmani americani, tra cui istruzione, assistenza sanitaria, lavoro e diritti civili. La commissione studierebbe anche l’“islamofobia”.
Intanto in Michigan si festeggia la vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie democratiche per il Senato.
El-Sayed è figlio di immigrati egiziani e, qualora venisse eletto alle elezioni di novembre, diventerebbe il primo musulmano nel Senato degli Stati Uniti.

Scrive Kamel Daoud su Le Point:
“Ci si sveglia su questa notizia in Francia. L’America, quella che ha conosciuto il maccartismo contro il comunismo, l’11 settembre, l’Obamacare e l’ipernazionalismo, si sta islamizzando? L’America sarà un giorno un impero islamista? Forse sì. La democrazia occidentale, questa soluzione universale ormai sotto l’assalto delle sue contraddizioni, somiglia a una partita di poker truccata. Come un’eco divertita, un articolo pubblicato qualche settimana fa su Al-Quds Al-Arabi, uno dei principali giornali arabi: ‘I musulmani hanno scoperto l’America prima di Colombo?’. L’articolo è un po’ confuso, ma riassume bene ciò che oggi si trama: un’America da rivendicare, nel suo passato mitizzato come nel suo futuro da conquistare”.
Intanto la conquista procede secondo i piani.
“Benvenuti a Dearborn, la capitale della Jihad americana”, titola il Wall Street Journal. “Migliaia di persone marciano a sostegno di Hamas, Hezbollah e Iran. I manifestanti, con la kefiah che copre il volto, gridano ‘Intifada, intifada’, ‘Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera’ e ‘L’America è uno stato terrorista’. Gli imam locali tengono sermoni antisemiti infuocati. Questo non è il Medio Oriente. È il sobborgo di Dearborn, Michigan”.
A Dearborn, metà della popolazione sono arabi.
Dearborn fu colonizzata all’inizio del XX secolo da cristiani libanesi, assiri e caldei in fuga dalla persecuzione islamica in Medio Oriente. I cristiani mediorientali costituivano la maggioranza della popolazione di Dearborn fino agli anni ’80, quando iniziarono ad arrivare i musulmani sostenitori di Hezbollah e Hamas provenienti dal Libano meridionale, dallo Yemen, dall’Iraq e dal Bangladesh. Questi cristiani non si sentivano più accolti nella città che avevano contribuito a costruire. Così se ne sono andati da Dearborn. L’estremismo islamico ora governa la città. Le chiese maronita, caldea e ortodossa sono state trasformate in moschee. L’eredità cristiana orientale di Dearborn è andata perduta per sempre.
Ora anche le megachiese evangeliche di Dearborn passano all’Islam per 4 milioni di dollari. Anche la Chiesa di San Paolo ora è una moschea.
Il numero di residenti dello stato di New York che si identificano come aventi radici arabe è triplicato dal 1980, senza contare le comunità provenienti da paesi come l’Afghanistan. Questa rapida crescita è in linea con le segnalazioni secondo cui il numero di residenti musulmani a New York potrebbe ora superare la popolazione ebraica della città.
Aisha Wahab intanto vince coi Democratici in California…
Poche ore prima che lasciassi New York c’è stato un tentativo di attentato alla Sinagoga Centrale di Manhattan.
A Habibi City non c’è posto per gli ebrei.

Boualem Sansal questa settimana dice una cosa drammatica:
“Il male assume diverse forme. L’islamismo è un male gigantesco. Il wokismo ne è un altro. I due vanno spesso insieme. È necessario, più che mai, guardare a ciò che accade in modo lucido e mettere le parole esatte su di esso. Camus lo aveva detto in un altro modo con la sua celebre frase: ‘Nominare male le cose significa aggiungere alla sventura del mondo’. L’Islam è una religione potente, proselita, una civiltà conquistatrice, un’ideologia totalitaria, una lingua sacra intoccabile”.
Alla domanda su quale sia il più grande male, Sansal risponde:
“È l’islamizzazione. È un’onda di fondo che i ciechi non vedono ancora, ma è là, straordinariamente potente”.
Mi chiedo quanto tempo dovrà ancora cadere questa acqua oscura perché il vuoto occidentale si riempia. La risposta, lo so già, è: nessuna.
Quel buco non è destinato a chiudersi, ma a restare aperto, a continuare a sgorgare, a ricordare a chiunque passi che qualcosa di irreparabile è avvenuto qui, e che l’irreparabile ha preso forma di questa energia demografica che tutto trasforma.
Continuerà a sgorgare, nera e incessante, perché l’Occidente ha scelto di non riempire quel buco con la propria cultura. Habibi City non è un destino imposto: è il risultato di un’assenza di volontà.
L’acqua nera scende e noi contiamo le gocce invece di costruire dighe.
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