Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Anna Borioni dal titolo: "La nuova Hamas pacifista nasce sulle pagine di Repubblica"

Ahmed Youssef rinnega la strategia del 7 ottobre e presenta un movimento ormai votato alla politica e alla non violenza. Nell’intervista del quotidiano, però, le sue affermazioni restano senza contraddittorio
Ahmed Youssef, veterano di Hamas ed ex consigliere politico di Ismail Haniyeh quando questi ricopriva la carica di primo ministro a Gaza, sta suscitando l’interesse dei media occidentali con le sue critiche alle attuali posizioni dell’organizzazione islamista. Youssef ritiene che Hamas abbia commesso un grave errore compiendo “l’attacco” del 7 ottobre.
Anche Repubblica, il 23 agosto, pubblica una sua lunga intervista a firma di Gabriella Colarusso, nella quale Youssef motiva le sue critiche affermando: “Per me abbiamo vinto una battaglia (quella della conquista dell’opinione pubblica mondiale, ndr), ma abbiamo perso la guerra”.
Ora, quando un giornalista occidentale intervista un importante esponente di Hamas, o qualcuno che ha comunque militato nell’organizzazione terroristica ricoprendo ruoli di primo piano, dovrebbe porre una domanda scomoda, indispensabile per dare credibilità alle sue parole: lei critica Hamas e sostiene che dovrebbe riconoscere di aver perso la guerra, ma da questa posizione deriva anche una condanna morale del massacro del 7 ottobre, degli stupri, del rapimento degli ostaggi e delle tremende violenze commesse?
È questa la domanda chiave per comprendere la credibilità delle critiche di Youssef. Una domanda che nell’intervista non viene posta.
Così Ahmed Youssef può accreditare, senza alcun contraddittorio, una versione a dir poco fantascientifica di Hamas, lontanissima dalla storia e dal programma che caratterizzano l’organizzazione terroristica: “Il movimento non crede più nella violenza e vorrebbe seguire il processo con un approccio politico non violento… Ai negoziati del Cairo c’erano Kushner, Blair e tutti sanno che il problema non è Hamas, è Netanyahu che continua a non accettare questo o quello… Ci sono ancora uomini delle Brigate al-Qassam, ma non sono armati e non credono più alla violenza”.
Ci sarebbe voluto ben poco per mettere alla prova questa rappresentazione pacifista di Hamas. Sarebbe bastato, per esempio, ricordare il comunicato di Amnesty International del 21 agosto scorso, nel quale l’organizzazione denuncia uccisioni illegali, arresti arbitrari, maltrattamenti e torture perpetrati dalle Brigate al-Qassam contro i palestinesi (vedi articolo sul nostro magazine).
Oppure si sarebbe potuta ricordare la denuncia del luglio scorso, quando un alto funzionario dell’Onu ha accusato “uomini armati delle autorità de facto”, vale a dire Hamas, di ostacolare le operazioni umanitarie nella Striscia, rubare gli aiuti e assalire con le armi i centri di distribuzione alimentare, mettendo in pericolo il personale che vi lavora.
Colarusso non contesta, non avanza dubbi, non chiede spiegazioni. Ahmed Youssef, lasciato a ruota libera, può così affermare anche che “Arafat firmò gli accordi di Oslo e gli israeliani li hanno smantellati cercando di rendere impossibile uno Stato palestinese”.
Dimentica però che nel programma di Hamas non c’è la creazione di uno Stato palestinese accanto a quello ebraico, bensì la distruzione di quest’ultimo, e che Arafat rifiutò di firmare l’accordo con cui Stati Uniti e Israele proponevano uno Stato palestinese che avrebbe compreso la Striscia di Gaza e gran parte della Cisgiordania.
Alla fine, ciò che colpisce dell’intervista non sono tanto le dichiarazioni distorsive di Ahmed Youssef quanto il quadro di riabilitazione di Hamas che ne emerge. Scompare l’organizzazione terroristica che fa del terrore, della violenza e dell’arbitrio la cifra della propria azione. Scompare l’organizzazione armata e finanziata dal regime degli ayatollah per attaccare Israele, capace di commettere una barbarie come quella del 7 ottobre.
A dare credito alla nuova Hamas pacifista dipinta da Ahmed Youssef ci pensa Repubblica, che titola: “Hamas è pronta alla non violenza, ma servono garanzie”.