Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Die Zeit dal titolo: "Una voce dalla Germania a difesa di Israele. Molti sono ormai portati a considerare il Paese uno “stato canaglia”. Ma sbagliano, perché in sostanza è un Paese in lotta contro l’islamismo radicale. Lo spiega il corrispondente dell’autorevole settimanale Die Zeit"

Jan Ross
Scrive Jan Ross: Lo scorso autunno ho visitato Netanya, una città costiera a nord di Tel Aviv, o più precisamente, un “ulpan”. Si tratta di una scuola di lingua per i nuovi immigrati in Israele, dove imparano l’ebraico.
Ogni ebreo, ovunque si trovi nel mondo, ha il diritto alla cittadinanza israeliana, e l’immigrazione è incoraggiata pubblicamente con incentivi come i corsi di ulpan.
Gli studenti di Netanya erano un gruppo eterogeneo: provenivano dalla Russia, dagli Stati Uniti, o dall’America Latina, alcuni laici e altri religiosi, alcuni giovani, altri già nell’età della pensione.

Passanti nel mercato del quartiere musulmano di Gerusalemme
Perché − volevo scoprire − qualcuno si trasferisce in Israele in questi tempi, in un paese sotto continuo stress e continua guerra? Un paese che è diventato un paria globale a causa della sua campagna di Gaza?
Tra gli studenti dell’Ulpan con cui ho parlato c’era John, un uomo di circa cinquantacinque anni, specialista in sicurezza informatica, che fino a pochi mesi prima viveva vicino a Chicago.
Mi ha raccontato del crescente antisemitismo in quella zona, delle minacce di bombe contro la sua comunità, dei graffiti antisemiti, delle funzioni religiose che richiedevano la protezione di guardie armate.
John era di sinistra: disprezzava Trump e attribuiva alla sua retorica denigratoria di destra la responsabilità della crescita dell’antisemitismo. Nella sua nuova patria, apprezza lo stato sociale di contro all’ipercapitalismo americano: “Negli Stati Uniti – ha detto – c’è gente che urla agli ispanici al supermercato: ‘Smettetela di parlare spagnolo, parlate inglese’, ma nessuno offre corsi. Io invece sono qui, seduto a un corso gratuito, cinque giorni a settimana”.
Per John, Israele non era solo un rifugio in un periodo di dilagante odio per gli ebrei, ma era anche, ai suoi occhi, un paese progressista e sociale.
Poi ho chiesto a John della condotta della guerra nella sua nuova patria e dell’aspra critica rivolta a Israele, proprio tra i progressisti.
La sua risposta è stata chiara e dura: “Il numero delle vittime del 7 ottobre 2023, rapportato alla popolazione americana, equivale a circa 40.000 morti. Se i canadesi avessero invaso il Montana, ucciso più di 40.000 persone e rapito quasi 9.000, cosa avrebbero fatto gli Stati Uniti? Probabilmente come dopo l’11 settembre 2001, quando abbiamo invaso l’Afghanistan, poi l’Iraq, abbiamo fatto la guerra per vent’anni e ucciso centinaia di migliaia di persone. Chi lo ha mai definito un ‘genocidio’? Ma ora, con Israele, sta succedendo”.
Il biennio che ho trascorso come corrispondente a Gerusalemme, dall’estate del 2024 fino al mio ritorno in queste settimane, è stato caratterizzato da una simpatia nei confronti di Israele incessantemente e inesorabilmente evanescente a livello mondiale, in Europa, anche in Germania.

Tel Aviv, stazione ferroviaria Hashalom: adesivi in memoria di israeliani uccisi il 7 ottobre 2023 e durante la guerra che ne è seguita
Se inizialmente, almeno negli Stati Uniti e qui in Germania, c’era ancora una notevole comprensione per una forte reazione dopo il massacro terroristico di Hamas, da allora si è radicata l’immagine di Israele come uno stato canaglia senza freni, senza limiti nella sua furia distruttiva, brutale nell’oppressione dei palestinesi, insaziabile nella sua fame espansionistica.
A volte sembra che la coscienza collettiva globale, sentendo la parola “Israele” faccia solo due associazioni: “violenza dei coloni” e “genocidio”.
Considerato questo stato d’animo, mi sento come John a Netanya: ritengo che il giudizio negativo su Israele sia sbagliato e ingiusto.
Non idealizzo il Paese: sono disgustato dal fatto che una figura da gangster politico come il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir sieda nel governo israeliano. Ancora più mi turba il sostegno di cui godono la sua retorica e il suo agire brutali presso una parte significativa della società, e il fatto che il primo ministro Benyamin Netanyahu lasci fare Ben-Gvir.
Inoltre, in un punto su Israele incombe uno sviluppo sbagliato di dimensioni storiche: in un ambito, lo stato ebraico è davvero sull’orlo di un pericolo di collasso politico e morale. Ne parleremo più avanti.
Ma la nozione sempre più diffusa secondo cui Israele sia il problema principale in Medio Oriente, se non addirittura una forza del male, è fondamentalmente errata.
Infatti, in sostanza la lotta che Israele sta conducendo in questi anni è legittima: non è nemmeno una lotta solo di Israele, o almeno non dovrebbe in ogni caso esserlo.
Hamas, Hezbollah, gli Houthi, il regime iraniano: sono tutti manifestazione di un islamismo radicale per il quale la distruzione dello stato ebraico è un articolo di fede, e che si pone in fondamentale e letale ostilità nei confronti della modernità occidentale.
Quella ideologia ha un carattere totalitario, paragonabile sotto questo aspetto al nazionalsocialismo o al comunismo di stampo stalinista. Gli israeliani sono spesso sorpresi dagli americani, e soprattutto dagli europei, che non comprendono che Israele, nel suo confronto con l’islamismo, è solo un avamposto, che in realtà sta conducendo una guerra per procura per conto dell’intero Occidente – e hanno ragione a essere sorpresi.
Fingere che tutto ciò non ci riguardi è un errore di valutazione.
Ciò non cambia la terribile brutalità con cui Israele ha condotto la sua campagna contro Hamas a Gaza. A prescindere da ciò che si possa ipotizzare sul rapporto tra civili e combattenti nel bilancio complessivo delle vittime della guerra, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha già segnalato il numero di oltre 20.000 bambini uccisi entro la fine del 2025.
Gaza sembra peggio di Berlino nel 1945 – ho sentito questo paragone sorprendente lo scorso settembre dall’ex ministro degli Esteri israeliano Shlomo Ben-Ami: i figli e i nipoti degli israeliani di oggi dovranno convivere con il ricordo di ciò che i loro genitori e nonni avrebbero fatto là.
La visita a Ben-Ami è una delle esperienze più toccanti del mio periodo come corrispondente: l’incontro con uno dei pochi politici pacifisti rimasti in Medio Oriente, disilluso ma non amareggiato dalla vana ricerca di una “soluzione a due stati”, incorruttibile nella sua critica al militarismo senza speranza di Benyamin Netanyahu.
Shlomo Ben-Ami incarna l’Israele riflessivo e autocritico.
Ben-Ami riteneva che Netanyahu avrebbe dovuto porre fine alla campagna molto prima. Ma, come il recente immigrato John, respingeva l’idea che la guerra di Israele a Gaza fosse criminale nel suo complesso. Faceva riferimento all’invasione americana dell’Iraq o alla guerra in Yemen dal 2014, con cifre di vittime di gran lunga superiori, ricordando che il cinico sacrificio della popolazione civile è il nucleo della strategia di Hamas.
Se si accusa Israele di genocidio a Gaza, quali guerre moderne non sarebbero allora genocidarie?
In sostanza, come mi è apparso più chiaro che mai in questa conversazione, coloro che condannano la condotta di Israele nella guerra non sanno rispondere alla domanda su come Israele avrebbe dovuto invece condurre questa guerra, non volendo rinunciare al suo innegabile diritto di combattere, anche per la vita e per la morte, contro un nemico che ne minaccia l’esistenza.
In definitiva, la critica non si riduce forse all’idea che, dato che Hamas è riuscita a tenere in ostaggio Gaza con tanto successo, si debba semplicemente rinunciare a eliminare il nemico e a convivere con il pericolo? La spregiudicatezza dell’organizzazione terroristica le fornirebbe una garanzia di sopravvivenza.
Shlomo Ben-Ami si è espresso anche contro un’altra idea che si è radicata nel dibattito sul Medio Oriente: il fissarsi sullo status di vittima dei palestinesi.
Come ministro degli Esteri, aveva fatto parte della squadra negoziale che, tra il 2000 e il 2001, voleva cedere ai palestinesi quasi tutti i territori allora occupati da Israele in Cisgiordania e a Gaza al fine di creare un loro stato.
Il leader dell’OLP, Yasser Arafat, non riuscì a imporre a se stesso di dire un sì.
Agli occhi di Ben-Ami, si mostrava qui uno schema storico: il carattere distruttivo e autodistruttivo del movimento nazionale palestinese: “Quando fu proposta la spartizione del paese in due stati nel 1937 e poi di nuovo nel 1947 − ha osservato − la reazione istintiva dei palestinesi fu il rifiuto”.
In definitiva, le leadership palestinesi non sono mai state veramente pronte a riconoscere allo stato ebraico legittimità morale e politica.
Bisogna tenerlo presente quando ora ci si comporta come se gli israeliani fossero gli unici responsabili del disastro in Medio Oriente, come se tutto dipendesse da una maggiore disponibilità israeliana.
I palestinesi non sono affatto semplicemente vittime: hanno fornito molti motivi per dubitare della loro volontà e capacità di pace – dalla violenza contro gli immigrati ebrei ben prima della fondazione dello stato di Israele nel 1948, fino alla diffusa esultanza per il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023.
Certo, i palestinesi sono da decenni la parte più debole in questo conflitto, e una posizione di debolezza rende difficile l’autocritica e può portare ad atti disperati.
Ma i palestinesi hanno anche ricevuto attenzione e sostegno internazionale come nessun’altra nazionalità in difficoltà. Veri partner per gli Schlomo Ben-Ami di parte israeliana non ne hanno forniti.
C’è però un tema sul quale Israele non può essere difeso: il progetto di insediamento nella Cisgiordania occupata.
Si comprende il legame religioso e culturale che molti israeliani sentono con il nucleo della terra biblica e storica del loro popolo. E’ anche vero che il colono tipo non è un teppista violento in un avamposto, ma dalla propria casa si reca come pendolare al lavoro a Gerusalemme ogni mattina, proprio come da una normale periferia.
Ma in fin dei conti, la politica di insediamento rimane un furto di terre, e i radicali messianici, che ne costituiscono la punta di diamante, minacciano di distruggere allo stesso modo il futuro palestinese e israeliano.
Quello dei palestinesi comunque, perché l’espulsione o l’oppressione permanente in una “Giudea e Samaria” annessa è il programma inequivocabile dell’estremismo dei coloni.
Ma così anche Israele stesso subirebbe un danno irreparabile: tradirebbe la rivendicazione dei suoi fondatori di essere uno stato ebraico e democratico, trasformandosi in una dittatura nazionale con una popolazione araba soggetta.
Isolamento internazionale e emigrazione di israeliani liberali ne sarebbero la conseguenza.
In una yeshiva in Cisgiordania, un’accademia religiosa ebraica, ho assistito in primavera a una conferenza sul tema “Per gli insediamenti, contro la violenza”. Era un tentativo, non da ultimo da parte di rabbini, di prendere le distanze da picchiatori e incendiari nel movimento dei coloni. Fuori dalla sala conferenze, membri della radicale “Gioventù delle Colline” protestavano facendo baccano.
Ma è inutile: tali tentativi di correzione sono troppo poco. Non solo la violenza, ma il progetto di insediamento stesso è il problema, con la sua incapacità di riconoscere gli arabi come comproprietari della terra.
La politica degli insediamenti è un vicolo cieco storico, e se Israele non torna indietro ma cerca di sfondare dal lato chiuso, ciò avrà conseguenze catastrofiche.
Ma questo non significa che l’espansione degli insediamenti sia la chiave per comprendere Israele nella sua interezza, la sua minacciosa formula di esistenza. Non esiste un piano generale per la creazione di una “Grande Israele”.
Le zone cuscinetto occupate dall’esercito israeliano in Siria, Libano o Gaza non hanno nulla a che vedere con il messianismo dei coloni: sono espressione di una dottrina di sicurezza che, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre, deve preventivamente tenere a distanza i nemici dello stato ebraico.
Israele non vuole espandersi senza controllo: se i suoi vicini stringono la pace e mantengono la pace, verranno lasciati in pace. Non si riscontra alcuna brama di territorio israeliana ai confini con l’Egitto o la Giordania.
Come andrà avanti, ora, Israele?
Il 27 ottobre, il Paese elegge un nuovo parlamento. È ben possibile che il governo di destra di Netanyahu cada. Anche se subentra una coalizione più liberale, la sicurezza militare rimarrà l’imperativo della politica israeliana.
La questione cruciale è se alla ricerca della sicurezza si aggiungerà qualcos’altro, una prospettiva di pace o, per dirla con maggiore cautela: un rinnovato interesse per lo scambio e la comprensione con i suoi vicini in Libano e Siria e anche con i palestinesi.
Lo slogan del futuro suonerebbe “sicurezza plus”. Era necessario per Israele ripristinare il suo potere di deterrenza, e deve mantenerlo anche in futuro.
Allo stesso tempo, la deterrenza non è un fine in se stesso: crea semplicemente lo spazio in cui la politica può costruire condizioni più prospere e vivibili.
Questo è il compito che ora Israele si trova davanti.