Gaza, Israele sfida l’ONU sui numeri degli aiuti Commento di Shira Navon
Testata: Setteottobre Data: 22 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Shira Navon Titolo: «Gaza, Israele sfida l’ONU sui numeri degli aiuti»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Shira Navon dal titolo: "Gaza, Israele sfida l’ONU sui numeri degli aiuti"
Seicento camion al giorno, prezzi alimentari crollati e oltre 70 mila metri cubi d’acqua. Secondo Tsahal le forniture superano ormai il fabbisogno indicato dagli organismi internazionali
Seicento camion di aiuti al giorno, per il 70-80 per cento carichi di generi alimentari, oltre due milioni di tonnellate di cibo entrate dall’inizio del cessate il fuoco e prezzi diminuiti del 72 per cento. Sono i nuovi dati diffusi da Tsahal (צה״ל) sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e servono a sostenere una tesi precisa: la quantità di aiuti che oggi raggiunge l’enclave supera significativamente il fabbisogno calcolato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni internazionali durante la guerra.
È questo l’elemento nuovo del rapporto israeliano. La questione, per Gerusalemme, non riguarda più soltanto la quantità degli aiuti autorizzati a entrare nella Striscia, bensì la distanza crescente tra l’immagine di Gaza come territorio ancora privo di approvvigionamenti sufficienti e i volumi di merci che attraversano quotidianamente i valichi.
Il cambiamento appare particolarmente evidente sul fronte alimentare. Oltre alle derrate di base entrano carne, pollame, uova, latticini, frutta e verdura. Quarantuno panifici gestiti con il sostegno di organizzazioni internazionali producono complessivamente più di tre milioni di pita al giorno, ai quali si aggiunge la produzione di decine di forni locali. Secondo i dati israeliani, la maggiore disponibilità di prodotti ha determinato dall’inizio del cessate il fuoco una riduzione media dei prezzi alimentari intorno al 72 per cento.
Proprio l’andamento dei prezzi rappresenta un indicatore importante perché consente di osservare ciò che accade al mercato interno oltre il semplice conteggio dei camion. Anche il World Food Programme ha registrato nei mesi scorsi una diminuzione del costo di numerosi prodotti, mentre l’Integrated Food Security Phase Classification ha riconosciuto che l’aumento degli aiuti e delle merci commerciali seguito alla tregua ha prodotto un netto miglioramento della sicurezza alimentare.
Il quadro resta tuttavia fragile. Le organizzazioni internazionali continuano a segnalare sacche di grave insicurezza alimentare e sottolineano che la presenza complessiva di cibo nella Striscia non garantisce automaticamente che ogni famiglia possa procurarselo. Distribuzione, prezzi, reddito disponibile e accessibilità dei punti di consegna incidono quanto la quantità che attraversa i valichi.
Anche sull’acqua Israele presenta numeri considerevoli. Più di 70 mila metri cubi vengono forniti ogni giorno, una quantità che, secondo le stime israeliane, corrisponde a oltre 60 litri per abitante. Circa 250 autocisterne riforniscono 2.800 punti di distribuzione, mentre quattro condotte sono operative e tre di esse portano acqua direttamente da Israele. A queste fonti si aggiungono gli impianti di desalinizzazione e decine di pozzi all’interno dell’enclave.
Sul fronte sanitario, Tsahal riferisce che dall’ottobre scorso sono entrate nella Striscia più di 21 mila tonnellate di materiale medico e che il numero dei posti letto disponibili negli ospedali è aumentato di oltre il 50 per cento. Rimane una situazione sanitaria pesantemente segnata da quasi tre anni di guerra, con strutture danneggiate e servizi ancora insufficienti in diverse aree.
È dunque sul significato dei dati, più che sulla loro semplice esistenza, che si concentra ormai il confronto. Israele sostiene che l’offerta complessiva di beni essenziali abbia superato i livelli indicati come necessari durante la guerra e contesta implicitamente l’idea che l’attuale emergenza possa essere spiegata attraverso una carenza di merci in ingresso. Le agenzie internazionali spostano invece l’attenzione sull’accesso effettivo della popolazione alle risorse e sulla precarietà delle infrastrutture.
Resta poi la questione della distribuzione. Israele accusa Hamas di continuare a interferire nei meccanismi umanitari, di cercare di esercitare il proprio controllo sui flussi e di tentare l’ingresso di materiali vietati sotto la copertura degli aiuti. È un punto decisivo, perché separa due domande spesso sovrapposte nel dibattito internazionale: quanto entra a Gaza e quanto di ciò che entra raggiunge effettivamente chi ne ha bisogno.
I nuovi numeri israeliani spostano così il terreno della discussione. Il conteggio dei camion, da solo, racconta ormai soltanto una parte della storia. Se le quantità di cibo, acqua e materiale sanitario disponibili superano davvero i parametri fissati dagli organismi internazionali, il problema umanitario di Gaza riguarda sempre più il funzionamento della distribuzione, il controllo del territorio e la ricostruzione delle infrastrutture. Ed è su questi dati, oltre che sulle immagini della Striscia, che dovrà misurarsi il confronto sulla situazione umanitaria dei prossimi mesi.