Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Mauro Zanon dal titolo: "Il prezzo del dialogo"

Roma. Mentre l’occidente cerca canali con regimi che non riconoscono le sue regole, questi li usano per rafforzarsi. In Libia, Khalifa Haftar e il figlio Saddam si accreditano come mediatori nel Sahel, e dopo la liberazione di un americanosequestrato dall’Isis, hanno favorito il rilascio di due mercenari russi, mentre Saddam incontrava Putin. Teheran alterna minacce a Trump e repressione interna: almeno trenta manifestanti sono stati giustiziati dall’inizio delle proteste. A Parigi, la diplomazia culturale francese scopre il prezzo della fiducia, con due grafici iraniani legati al progetto “Villa Zadig” arrestati, e due diplomatici francesi interrogati e minacciati. A Hong Kong, Chow Hang-tung e Lee Cheuk-yan sono stati condannati per aver difeso lo slogan contro il partito unico, e la lunga mano dell’autoritarismo di Pechino silenzia tutto. Dalla Libia all’Iran fino alla Cina, il messaggio è quasi sempre lo stesso, e per i regimi autoritari il dialogo non è apertura, ma potere.
Parigi. Negli ultimi anni, la Francia ha moltiplicato i programmi destinati a favorire la mobilità e gli scambi culturali con la società iraniana, sul modello di Villa Medici aRomacon la società italiana. Attraverso il “passeport talent”, titolo di soggiorno pluriennale rilasciato a profili con un percorso o un progetto professionale che rappresenti un valore aggiunto per la cultura e l’innovazione francesi, il governo di Parigi ha offerto a numerosi artisti e ricercatori iraniani la possibilità di recarsi in Francia nel quadro di un programma di residenza. Villa Zadig, che per ora non è un luogo fisico come Villa Medici, è l’ultimo programma di questo tipo. Il nome è un omaggio al protagonista del romanzo di Voltaire “Zadig o il destino”, simbolo del libero pensiero contro i fanatismi. Promosso dall’ambasciata francese a Teheran, il programma aveva come obiettivo quello di individuare opportunità di mobilità, soggiorno, formazione di artisti e ricercatori iraniani. Nelle ultime settimane, però, è successo qualcosa che potrebbe pesare sulla volontà di cooperazione di Parigi con il regime iraniano.
E’ all’identità visiva di Villa Zadig che stavano lavorando due grafici iraniani, Elahe (Elly) Naghilou, 36 anni, e Aria Kasaei, 46, prima di essere arrestati lo scorso 19 luglio dalle autorità di Teheran in presenza di due funzionari del servizio di cooperazione e azione culturale dell’ambasciata di Francia in Iran. L’arresto, secondo i dettagli ricostruiti dal Monde, sarebbe avvenuto nell’appartamento di Kasaei, a Teheran. Durante il blitz, sei agenti dei servizi segreti iraniani hanno sottoposto i due diplomatici francesi a un interrogatorio di cinque ore, con minacce di morte e insulti. Uno dei due, ammanettato, sarebbe stato picchiato con l’obiettivo di estorcergli informazioni. I due diplomatici sono poi rientrati in ambasciata nella notte, mentre i due grafici iraniani sono stati condotti dalla polizia in un luogo tuttora ignoto. Da quando sono stati arrestati, secondo il Monde, Kasaei ha potuto chiamare la propria famiglia solo in tre occasioni. Sabato scorso il ministero dell’Intelligence iraniano ha pubblicato un comunicato accusando la Francia di “infiltrazione” e di “palese ingerenza negli affari internidell’Iran”. Il testo afferma che, in occasione dell’arresto di “due persone indagate” in un “importante caso di infiltrazione e ingerenza straniera”, le autorità di Teheran hanno scoperto “la presenza illegale di due diplomatici francesi sul luogo di un incontro”.
Eppure il lavoro realizzato dai due grafici iraniani per Villa Zadig non aveva nulla di “clandestino”. Diversi elementi grafici erano già stati pubblicati sull’account Instagram pubblico di Aria Kasaei, chiuso dopo l’arresto, così come sulla pagina Instagram di Villa Zadig, il cui primo post risale al 22 maggio scorso. Quasi un mese dopo la notte del blitz e le percosse e minacce ai due diplomatici francesi, Teheran ha annunciato l’espulsione definitiva dei due dipendenti del ministero di Parigi (che nel frattempo erano rientrati in Francia”. In risposta, il 18 agosto il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha annunciato che la Francia avrebbe dichiarato persona non grata due agenti dell’ambasciata iraniana a Parigi.
Contattato dal Foglio, il ministero degli Esteri francese ha preferito non commentare sulla vicenda, a conferma della sensibilità del dossier. A Parigi, che da sempre punta sulla diplomazia culturale come arma di soft power, resiste l’idea che la cultura possa favorire il dialogo, migliorare i rapporti con le autorità iraniane. Ma sempre più osservatori denunciano l’ingenuità del governo francese, che pensa di poter parlare col regime dei mullah con lo stesso linguaggio con cui parla con i suoi partner occidentali. L’interrogatorio dei due diplomatici francesi e la detenzione arbitraria dei due grafici sono un messaggio ai cittadini iraniani: qualsiasi contatto con una rappresentanza straniera può esporre a dei rischi. E sono anche un invito a Parigi a ridurre drasticamente i contatti con la società civile in Iran e a cessare le iniziative culturali considerate ormai ostili. In un comunicato inviato al Monde, i familiari dei due artisti iraniani hanno chiesto “alle autorità francesi di fare piena luce sulle circostanze dell’arresto, di ottenere informazioni precise sulla situazione di Aria ed Elly e di adoperarsi con ogni mezzo per garantire i loro diritti, la loro sicurezza e la loro liberazione”.
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