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israele.net Rassegna Stampa
22.08.2026 Dunque, come procede la “resistenza”? Soddisfatti dei risultati e dei vantaggi concreti per i palestinesi? Non è polemica: è la domanda più importante che dovrebbe porsi chi a loro tiene veramente. La strategia della “resistenza” violenta e intransigente
Articolo di James Delmore e Walter E. Block

Testata: israele.net
Data: 22 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: James Delmore e Walter E. Block
Titolo: «Dunque, come procede la “resistenza”? Soddisfatti dei risultati e dei vantaggi concreti per i palestinesi? Non è polemica: è la domanda più importante che dovrebbe porsi chi a loro tiene veramente. La strategia della “resistenza” violenta e intransigente»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di James Delmore e Walter E. Block di jns.org dal titolo: "Dunque, come procede la “resistenza”? Soddisfatti dei risultati e dei vantaggi concreti per i palestinesi? Non è polemica: è la domanda più importante che dovrebbe porsi chi a loro tiene veramente. La strategia della “resistenza” violenta e intransigente rappresenta uno dei più clamorosi fallimenti strategici della storia. Ma persiste, sostenuta da un’industria globale che sopravvive grazie al fatto che non finisce mai. A scapito dei palestinesi"

Scrivono James Delmore e Walter E. Block: Ecco una domanda per i palestinesi e i loro sostenitori in tutto il mondo: come sta andando la resistenza? Tutti soddisfatti dei risultati? Ha portato benefici agli arabi palestinesi?

Dopo decenni di guerre, intifade, lanci di razzi, stragi, rapimenti, campagne internazionali, boicottaggi, offerte di pace respinte e miliardi di dollari in aiuti umanitari, il popolo palestinese rimane povero e senza uno stato.

Gaza è ora in rovina, dopo che i palestinesi ne avevano preso il controllo nel 2005. Ammesso che le cifre di Hamas siano accurate, dopo la carneficina del 7 ottobre 2023 a Gaza sono state uccise decine di migliaia di persone, tra combattenti civili. Altre migliaia, se si calcolano tutti coloro che sono stati uccisi nell’intero conflitto dal 1948.

Giudea e Samaria (Cisgiordania ndr) sono suddivise in enclave scollegate fra loro. I cosiddetti “insediamenti” ebraici si sono moltiplicati.

Gerusalemme non è mai assurta al ruolo di capitale politica palestinese.

Dopo che le offerte di riconoscimento di uno stato palestinese sono state respinte dalla dirigenza palestinese del 1947, nel 2000 e nel 2008, il mondo arabo ha in gran parte voltato pagina, normalizzando le relazioni con Israele senza aspettare all’infinito che i palestinesi accettino un compromesso.

L’unico ambito in cui i palestinesi hanno oggettivamente avuto successo è quello del marketing. Hanno ottenuto una vittoria strepitosa nel tribunale dell’opinione pubblica.

Le migliori università del Nord America sono invase da accampamenti studenteschi che sostengono la causa palestinese.

Il New York Times e testate simili sono diventato un gigantesco megafono anti-israeliano.

Il grido “genocidio” riecheggia in tutto il mondo, soprattutto in Europa, ma anche in paesi lontani come l’Australia.

Gli ebrei hanno paura a farsi vedere con la Stella di David, la kippah o qualsiasi altro simbolo che li identifichi come ebrei. Templi, sinagoghe, scuole e centri comunitari ebraici devono essere presidiati da guardie armate.

La Corte Penale Internazionale accusa leader israeliani di crimini di guerra. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, minaccia di arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima di ammettere che non ha l’autorità per farlo.

Le Nazioni Unite sentenziano contro l’unica democrazia del Medio Oriente accusandola di comportamenti criminali con una frequenza più che doppia rispetto a tutte le altre nazioni del pianeta messe insieme.

Esistono persino gruppi come “Queers for Palestine”, anche se nella Striscia di Gaza quei queers verrebbero presumibilmente torturati o uccisi, mentre Israele organizza ogni anno parate Gay Pride e Tel Aviv è ampiamente conosciuta come la capitale LGBTQ+ del Medio Oriente e una delle città più gay-friendly al mondo.

Alla luce di questi “straordinari risultati “, ripetiamo la domanda: come sta andando la resistenza?

Certo, può darsi che abbiate vinto la guerra delle pubbliche relazioni. Ma come si è tradotto questo in risultati concreti sul terreno?

Non vuole essere una domanda ostile o irriverente. È forse la domanda più importante che dovrebbe porsi chiunque abbia realmente a cuore i palestinesi.

La strategia della “resistenza” – violenta, ostinata, intransigente – rappresenta uno dei fallimenti strategici più cari della storia.

Eppure persiste, sostenuta in buona parte da un’industria globale la cui sopravvivenza finanziaria dipende dal fatto che non finisca mai.

Dal 1993, sono stati devoluti alla causa palestinese più di 50 miliardi di dollari in aiuti internazionali. L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso degli (eterni) profughi palestinesi, ha ricevuto miliardi dalla sua fondazione nel 1949: solo gli Stati Uniti le hanno elargito oltre 7,3 miliardi di dollari dal 1950 al 2016.

Organizzazioni di beneficenza private dedite al soccorso dei palestinesi raccolgono collettivamente altre centinaia di milioni di dollari ogni anno.

Esistono ormai migliaia di carriere, istituzioni e flussi di finanziamento la cui esistenza dipende dal fatto che la crisi palestinese rimanga irrisolta.

Quando un problema diventa un’industria, l’incentivo non è a risolverlo, ma a perpetuarlo.

Chi perderà le proprie fonti di finanziamento quando i profughi palestinesi saranno finalmente reinsediati e integrati? Cosa ne sarà dell’UNRWA se non ci saranno più profughi?

Coloro che più strenuamente proclamano di parlare a nome dei palestinesi servono davvero gli interessi dei palestinesi o i loro propri interessi?

Spesso, coloro che difendono con più veemenza i palestinesi sono proprio quelli che hanno più da perdere da una società palestinese pacifica e prospera, che non abbia più bisogno dei loro servizi.

Come si configurerebbe un vero successo per i palestinesi? Non nel senso di sconfiggere Israele, ma nel senso che la loro gente possa vivere bene?

Paesi circondati da vicini ostili come Hong Kong, Taiwan ed Estonia hanno costruito la loro prosperità non attraverso la “resistenza” militare, ma grazie a commercio, stato di diritto, mercati aperti, sviluppo del capitale umano.

Come sarebbero le cose se i dirigenti palestinesi avessero deciso, in un qualsiasi momento, che il principale indicatore del loro successo era il benessere economico, l’istruzione e la libertà individuale del proprio popolo?

Se invece di convogliare enormi risorse in armi e fazioni armate e campagne di lobbying internazionali, avessero costruito istituzioni trasparenti, abbracciato le libertà civili, coltivato un settore tecnologico e reso le attuali enclave palestinesi una calamita per gli investimenti?

In altre parole, e se si fossero davvero dedicati a costruire un paese pacifico e fiorente?

Non sarebbe impossibile. C’è almeno una persona che sta tentando questa strada, creando un polo tecnologico in Giudea e Samaria. Rawabi, la città palestinese progettata dall’imprenditore Bashar al-Masri, rappresenta un primo tentativo, seppur ancora preliminare. Ha incontrato enormi ostacoli, molti dei quali di natura politica. Ma è quantomeno un tentativo di adottare una strategia diversa, e indica la strada verso un futuro differente.

La definizione di fallimento strategico non è perdere una singola battaglia. È perseguire sempre lo stesso approccio, decennio dopo decennio, mentre si vede che produce sempre più distruzione, più povertà, più sfollamenti e più morti rispetto alle alternative che ci si è rifiutati di prendere in considerazione.

Una celebre definizione della follia è continuare a fare sempre la stessa cosa aspettandosi ogni volta un risultato diverso.

La cosa più radicale che la leadership palestinese potrebbe fare ora non è lanciare un’ennesima campagna di “resistenza” o sparare altri razzi contro Israele.

Sarebbe invece annunciare, in modo credibile, che d’ora in poi misurerà il successo in base al benessere del proprio popolo, ai tassi di scolarizzazione, al reddito pro capite, alla creazione di nuove imprese, alla qualità di ospedali, tribunali e strade.

La strategia della resistenza perpetua ha prodotto sofferenza perpetua.

E se invece i leader palestinesi scegliessero la prosperità? Quella sì che sarebbe davvero una scelta rivoluzionaria.

(Da: jns.org, israele.net, 19.8.26)


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