Una sconfitta di Netanyahu nelle imminenti elezioni israeliane non fermerà l'odio
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/a-netanyahu-loss-in-israels-looming-election-wont-slow-the-hatred

Ben Cohen
Tra sei settimane, gli israeliani si recheranno alle urne per eleggere un nuovo governo. Sarà la prima volta che lo faranno dal pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha brutalmente trasformato il panorama politico sia per gli israeliani che per le comunità ebraiche al di fuori dello Stato ebraico, sempre più tormentate. Le vite, la sicurezza e il benessere delle comunità ebraiche della diaspora non sono mai stati così strettamente legati agli eventi in Israele e nella regione circostante come lo sono ora. Come ho scritto la settimana scorsa, qualsiasi decisione israeliana di riprendere la guerra contro Hamas a Gaza, a causa del suo rifiuto a disarmarsi, scatenerà probabilmente un'ondata ancora più intensa di antisemitismo su scala globale. Ciò accadrà sia che la decisione venga presa dall'attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sia, in caso di sconfitta elettorale, dal suo successore. Per gli israeliani, sono innumerevoli le questioni dolorose, così come le profonde divisioni sociali e politiche, che influenzeranno il loro voto. Non dobbiamo dimenticare (anche se ormai sembra storia antica) che alla vigilia del 7 ottobre gli israeliani erano perlopiù concentrati su questioni interne, profondamente divisi sul programma di riforma giudiziaria di Netanyahu. La questione rimane attuale, mentre il dilemma cruciale di come e se arruolare nelle Forze di Difesa israeliane gli ultraortodossi che evitano il servizio militare, sarà un fattore determinante per l'esito delle votazioni. Ma per gli ebrei della diaspora filo-israeliani, molti dei quali hanno un'opinione negativa di Netanyahu (secondo un sondaggio del Pew Research Center di luglio, tra gli ebrei americani sono il 56%), o che lo rispettano e apprezzano i suoi successi ma ritengono che sia giunto il momento di un cambiamento, le ansie legate alle elezioni sono più sostanziali: Israele può sopravvivere? E noi ce la faremo? Non credo di aver scoperto chissà quale grande verità affermando che la sostituzione della coalizione di destra di Netanyahu con un governo sionista di centro cambierà ben poco la percezione che i suoi avversari hanno di Israele. Israele non viene demonizzato unicamente a causa di Netanyahu, così come gli Stati Uniti non sono stati demonizzati durante le guerre in Iraq e Afghanistan unicamente a causa di George W. Bush. Semmai, Netanyahu, come il Presidente George W. Bush prima di lui, è diventato un potente simbolo di quell'odio, non la sua causa. Dalla Corte penale internazionale dell'Aia alla folla con le kefiah a Manhattan, coloro che lo accusano di essere un “criminale di guerra” avrebbero fatto lo stesso se Naftali Bennett, Yair Lapid o Gadi Eisenkot avessero guidato la risposta israeliana alle atrocità di Hamas. Il loro odio è molto più profondo. L'era Bush ha visto una massiccia rinascita dell'antiamericanismo ideologico in tutto il mondo, che si è attenuato durante i due mandati del Presidente Barack Obama, per poi riacutizzarsi con la vittoria di Donald Trump nel 2016. Questo schema suggerisce che il cambio di leadership può produrre lievi e temporanei miglioramenti nella percezione pubblica internazionale. Ciononostante, il discorso basilare che dipinge l'America come un'egemonia globale avida e divoratrice di risorse, così importante per il movimento pacifista degli anni 2000, è rimasto intatto. Lo stesso accadrà al nuovo Primo Ministro israeliano. Se Netanyahu verrà sostituito, il suo successore potrebbe scoprire che i rapporti diplomatici saranno meno tesi, almeno fino a quando, naturalmente, non si verificherà la prossima crisi. Ma per il movimento filo-Hamas, le cui idee nefaste hanno contaminato ogni aspetto, dalla copertura mediatica del conflitto alle elezioni municipali in Europa e Nord America, già da subito tutto procederà come al solito. Nessun delinquente antisemita si asterrà dal lanciare una molotov contro una sinagoga solo perché Netanyahu non è più Primo Ministro. La stessa logica vale per i tuttologi e i sapientoni dai capelli blu sui social media, nel mondo dei podcast, e persino per le menti più raffinate dei media tradizionali, dal momento che il New York Times pubblica accuse stravaganti sull'uso di cani da parte delle Forze di Difesa Israeliane per violentare prigionieri palestinesi. Anzi, si consiglia ai potenziali successori di Netanyahu di iniziare a prepararsi mentalmente fin da ora ad assumere il ruolo di “Comandante in Capo dei Cattivi del Mondo”. Quando i manifestanti inizieranno a bruciare immagini di Bennett o Eisenkot, invece di quelle di Netanyahu, o a rappresentarli sotto forma di marionette durante le loro proteste con immagini grottescamente antisemite, il loro vero obiettivo rimarrà sempre Israele stesso. Quando i giornalisti diranno al loro pubblico che il successore di Netanyahu non è poi così diverso dall'attuale Primo Ministro per quanto riguarda i palestinesi, ciò verrà presentato come una conseguenza delle presunte politiche di “apartheid” di Gerusalemme, piuttosto che come la scelta propria di un leader. Le elezioni israeliane rivestono dunque un'importanza cruciale per gli israeliani – e per gli ebrei in generale – perché il risultato determinerà chi guiderà Israele nei prossimi anni, in un periodo in cui la minaccia proveniente dall'Iran e dai suoi alleati, tra cui Hamas, rimane concreta, mentre l'odio antiebraico non accenna a diminuire. Per i detrattori di Israele, invece, chi governa il Paese non fa alcuna differenza. Vogliono semplicemente vederlo sparire dalla mappa. Nessuno Stato al mondo si trova ad affrontare un'opposizione retorica alla propria esistenza come fa Israele . Proprio la settimana scorsa, Khawaja Asif, Ministro degli Esteri pakistano, ha descritto Israele come una “minaccia per l'intero mondo musulmano”, prima di fustigarlo come uno “Stato illegittimo” le cui origini risalgono alla Dichiarazione Balfour del 1917 del governo britannico. Per gli appassionati di storia tra noi, la cosa è risultata alquanto divertente, considerando che il Pakistan, uno Stato fallito, corrotto e afflitto dalla povertà, era a sua volta una creazione dell'impero britannico, che in seguito si macchiò di un vero e proprio genocidio quando il Pakistan orientale, oggi Bangladesh, tentò di separarsi nel 1971. Ma ormai tanto tempo è passato da quando accumulare consensi serviva a qualcosa. Soprattutto quando si tratta di Israele, c'è una netta tendenza a credere a ciò che si vuole credere, piuttosto che a quella che è effettivamente la verità. Mentre gli ebrei della diaspora osserveranno gli ebrei israeliani votare a ottobre, dovrebbero tenere a mente le parole di Asif. A quasi 80 anni dalla creazione del moderno Stato ebraico, il Ministro degli Esteri di uno Stato membro delle Nazioni Unite – per di più uno Stato che possiede armi nucleari e si vanta di essere un alleato degli Stati Uniti – può augurarne pubblicamente la distruzione senza subire conseguenze concrete. In un contesto del genere, le elezioni non riguardano fondamentalmente gli scaglioni delle imposte o l'ampliamento della libertà di scelta scolastica. Riguardano i metodi migliori per garantire la sopravvivenza stessa del Paese e della Nazione.
Per Israele nel 2026, questo significa pace attraverso la forza e forza prima della pace.