Iran. Cyberattacchi: nel mirino anche le università israeliane Commento di Alessandro Carmi
Testata: Setteottobre Data: 21 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Alessandro Carmi Titolo: «Iran. Cyberattacchi: nel mirino anche le università israeliane»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Iran. Cyberattacchi: nel mirino anche le università israeliane"
Una rete legata ai Guardiani della Rivoluzione ha violato migliaia di account accademici nel mondo sottraendo oltre 31 terabyte di ricerche e proprietà intellettuale
Università israeliane sono finite nella gigantesca operazione di spionaggio informatico attribuita dagli Stati Uniti al Mabna Institute, organizzazione di hacker con base a Teheran che per anni ha sottratto ricerche scientifiche, proprietà intellettuale e credenziali accademiche in tutto il mondo. Secondo le accuse americane, l’operazione era condotta anche per conto dei Guardiani della Rivoluzione iraniani e ha consentito di compromettere circa 8.000 account universitari, sottraendo almeno 31,5 terabyte di materiale.
L’inchiesta affonda le sue radici nel 2018, quando il dipartimento di Giustizia statunitense incriminò nove cittadini iraniani collegati al Mabna Institute. L’organizzazione, fondata a Teheran nel 2013, era stata creata per procurare illegalmente a università e istituti scientifici iraniani l’accesso a risorse accademiche straniere. Secondo gli investigatori, lavorava contemporaneamente per organismi governativi, tra i quali i Guardiani della Rivoluzione, e per clienti interessati ad acquistare il materiale trafugato.
Le dimensioni dell’operazione erano enormi. Più di 100 mila account di docenti furono individuati come possibili bersagli e circa 8.000 vennero effettivamente violati. Negli Stati Uniti furono colpite 144 università; altre 176 istituzioni accademiche furono compromesse in 21 Paesi, tra i quali Israele e Italia. Le autorità americane non hanno reso pubblici i nomi degli atenei israeliani coinvolti né il numero degli account sottratti in ciascuna istituzione.
L’obiettivo era molto più ampio della ricerca militare o delle tecnologie immediatamente utilizzabili per la difesa. Gli hacker cercavano pubblicazioni e documenti relativi a scienze, ingegneria, medicina, discipline professionali e scienze sociali. Una volta ottenute le credenziali di un professore potevano accedere alle biblioteche digitali dell’università, scaricando articoli scientifici, libri elettronici, tesi e dissertazioni. Il dipartimento di Giustizia ha calcolato che le sole università americane avevano speso circa 3,4 miliardi di dollari per procurarsi e mantenere l’accesso alle risorse depredate.
Il metodo utilizzato contro gli accademici faceva leva soprattutto sullo spear phishing. Gli hacker studiavano il lavoro del ricercatore scelto come bersaglio, quindi gli inviavano un messaggio apparentemente proveniente da un collega interessato a una sua pubblicazione. Il collegamento inserito nell’e-mail conduceva a una falsa pagina di accesso, costruita per assomigliare a quella dell’università. Inserendo nome utente e password, la vittima consegnava inconsapevolmente le proprie credenziali.
Il materiale sottratto seguiva poi percorsi differenti. Una parte, secondo l’accusa americana, veniva acquisita per conto dei Guardiani della Rivoluzione e di altri clienti iraniani; un’altra diventava merce. Attraverso i siti Megapaper.ir e Gigapaper.ir venivano venduti documenti accademici oppure l’accesso agli account universitari compromessi, permettendo ai clienti in Iran di entrare direttamente nelle biblioteche digitali straniere.
La campagna andò inoltre molto oltre le università. Il Mabna Institute colpì decine di aziende negli Stati Uniti e in Europa e organismi pubblici, tra i quali il dipartimento del Lavoro americano, la Federal Energy Regulatory Commission, le amministrazioni delle Hawaii e dell’Indiana, le Nazioni Unite e l’UNICEF. In questi casi veniva utilizzato anche il cosiddetto password spraying, con tentativi di accesso a numerosi account attraverso password comuni o predefinite. Una volta penetrati nelle caselle di posta, gli aggressori potevano scaricarne l’intero contenuto e impostare inoltri automatici delle nuove comunicazioni.
Il caso Mabna mostra con particolare chiarezza quanto la ricerca universitaria sia diventata un obiettivo strategico della guerra informatica condotta dagli Stati. Il valore di un’incursione cyber, infatti, può risiedere nella possibilità di appropriarsi in poche ore di anni di lavoro scientifico, competenze e investimenti altrui.
Per Israele il dato assume un significato ulteriore. Il confronto con l’Iran si combatte da tempo anche nel cyberspazio e università, centri di ricerca e aziende tecnologiche rappresentano obiettivi particolarmente appetibili. Il furto di proprietà intellettuale compiuto attraverso il Mabna Institute dimostra che il confine tra spionaggio, acquisizione tecnologica e criminalità informatica è diventato sempre più sottile. E che anche un professore davanti alla propria posta elettronica può trovarsi, senza saperlo, sulla prima linea di questo conflitto.