Ragionamenti di sionista non ebreo
Commento di Lidano Grassucci

Lidano Grassucci
Non amo gli estremisti: sono come chi vede tutto dal proprio posto e non immagina neppure che, spostandosi, potrebbe aggiungere altro senza togliere nulla alla vista di prima.
Sono duemila anni che tutti cercano il bisogno di un cattivo che, per contrasto, ci faccia sentire buoni. Il prete di Gerusalemme ora sta con quelli che fino a ieri voleva cacciare dal luogo della morte di Dio, quelli contro cui muoveva guerra — ma guerra "buona", perché di Croce. Il Saladino era feroce; oggi lo descrivono solo da bambino, e i bambini si sa, son buoni tutti.
Ecco, l’umanità si massacra finché non trova qualcuno da massacrare insieme, in amicizia.
L’ebreo è reo per gli uni e per gli altri. «Dice, ma uccide», accusano. E io rispondo: chi è esente da questo difetto? Quale popolo non ha fatto del sangue la propria radice? Ma se questo vale per tutti, si pretende l'eccezione per l’ebreo: lui deve restare errante, senza terra, inerme al prossimo sfogo. Il prete spiega che sono cattivi a volere una Patria; lui che ancora pensa che il mondo appartenga ad Augusto, che chiama Papa e che da Roma divide l’olio dal grano.
Noi? Noi sionisti non ebrei siamo come osservatori radi di un’insana questione di differenza che, se non la combattiamo, ci renderà complici; mentre noi vogliamo essere semplicemente umani. Davanti al bisogno passano i giusti e tirano dritto, poi arriva un Samaritano e cura contro la sua stessa natura. Ecco perché sono sionista: perché loro hanno saputo raccontare come il migliore dei giusti proprio uno che non era dei loro.