Israele al voto. L’opposizione divisa può salvare Bibi Commento di Daniel Bettini
Testata: Setteottobre Data: 19 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Daniel Bettini Titolo: «Israele al voto. L’opposizione divisa può salvare Bibi»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniel Bettini dal titolo: "Israele al voto. L’opposizione divisa può salvare Bibi"
A poche settimane dalla chiusura delle liste, il fronte del cambiamento resta diviso tra Eisenkot, Bennett, Lieberman e una costellazione di piccoli partiti. Il rischio è disperdere migliaia di voti sotto la soglia di sbarramento e consegnare al premier un’altra possibilità
In Israele, come spesso accade, anche due settimane possono essere un’eternità quando si parla di notizie, di politica e degli eventi che si verificano nel Paese. Il 10 settembre si chiuderà definitivamente la presentazione delle liste dei partiti che vorranno partecipare alle prossime elezioni per la Knesset, il 27 ottobre. Senza dubbio, le elezioni più drammatiche e decisive della storia dello Stato.
Se osserviamo i partiti che in questo momento cercano di competere tra loro nella campagna elettorale, soprattutto nell’opposizione, ma anche nella coalizione e in particolare in quello spazio che si colloca tra la coalizione e l’opposizione, sembra che Israele e il suo sistema politico non abbiano imparato molto dalla catastrofe che ha colpito il Paese il 7 ottobre, cambiando Israele per sempre, cambiando completamente il modo in cui lo Stato dovrebbe essere governato dal punto di vista politico e sociale e imponendo conseguenze decisive sul piano della responsabilità politica e pubblica dopo il massacro e le guerre scoppiate successivamente su ogni fronte possibile.
Il riferimento è al numero sempre maggiore di partiti e liste che nascono con l’obiettivo di essere eletti alla prossima Knesset, alla battaglia per ogni singolo voto e al timore crescente di un enorme spreco di voti che potrebbe nuovamente, come già accaduto nelle precedenti tornate elettorali, creare una lunga incertezza e un caos politico senza fine.
Lo Stato di Israele ha chiaramente bisogno di una nuova strada e ha bisogno di un profondo risanamento. Il numero dei partiti che ultimamente stanno spuntando e che rischiano di non superare la soglia di sbarramento, fissata al 3,25 per cento, continua ad aumentare e, insieme ad esso, aumenta il pericolo che ancora una volta non cambi nulla e che Israele si ritrovi ancora una volta diviso.
I sondaggi delle ultime settimane hanno mostrato una tendenza piuttosto chiara. Se si presta fede alla maggior parte dei sondaggi diffusi dai mezzi d’informazione (con l’eccezione del canale televisivo che sostiene apertamente il primo ministro Netanyahu), il pubblico israeliano vuole un cambiamento. Ma tutti i sondaggi mostrano anche che, ancora oggi, nessuna delle due parti — né i sostenitori della coalizione né i sostenitori dell’opposizione, e va precisato che ci riferiamo agli elettori ebrei — dispone dei 61 seggi necessari per formare un governo stabile.
Gadi Eisenkot, l’ex capo di Stato maggiore, un padre che ha perso un figlio e due nipoti in guerra, sta diventando sempre più chiaramente la figura centrale di quello che viene definito il «campo del cambiamento». Da tempo ha superato nei sondaggi l’ex primo ministro Naftali Bennett e ha portato il suo partito, «Yashar», ai primi posti nei sondaggi, in alcuni dei quali risulta addirittura più avanti del Likud di Netanyahu.
La speranza di molti nell’opposizione era che questa volta, proprio a causa della prova storica davanti alla quale si trova Israele, che desidera un cambiamento, la maggior parte dei partiti dell’opposizione riuscisse a unirsi attorno al candidato che, secondo i sondaggi, è in testa: Eisenkot. O, almeno, che riuscissero a schierarsi dietro di lui e a chiarire in maniera inequivocabile che è lui il candidato.
Dichiarazioni di questo genere, oppure iniziative volte a unire diversi partiti in liste comuni, avrebbero potuto dare un’ulteriore spinta significativa nei sondaggi e chiarire, anche attraverso i numeri, che il «blocco del cambiamento» può davvero produrre un cambiamento.
Invece continuiamo ad assistere a interminabili guerre interne al blocco dell’opposizione. Candidati che sono d’accordo sulla maggior parte delle cose: sul cambiamento necessario, sulla necessità di ricucire le fratture all’interno del popolo, su un profondo cambiamento sociale, sull’arruolamento degli ultraortodossi. Ma che non riescono a mettersi d’accordo su chi debba guidare lo schieramento.
Naftali Bennett continua a girare intorno alla questione e punta chiaramente a tornare alla guida del governo. Naturalmente lo stesso vale per Eisenkot. E anche Avigdor Lieberman continua a rivendicare la corona. Con il passare dei giorni, tornano inoltre a emergere le differenze ideologiche tra i vari partiti. Tutti vogliono ottenere un cambiamento di governo, un nuovo inizio e un «ritorno di Israele sui binari». Ma quando si torna a parlare della questione palestinese o dell’ingresso dei partiti arabi in una possibile futura coalizione, tutte le differenze riaffiorano. E le dispute si inaspriscono. E quelli del blocco di Netanyahu se la godono molto. Come al solito.
Poi ci sono anche i partiti più piccoli che potrebbero impedire qualsiasi cambiamento e, paradossalmente, consegnare ancora una volta la vittoria al primo ministro Netanyahu, o quantomeno una «non sconfitta».Si tratta, va detto, di diversi partiti guidati da personalità pubbliche assolutamente rispettabili, dotate di esperienza e di un ampio apprezzamento da parte dell’opinione pubblica.
È il caso, per esempio, del partito di Yoaz Hendel e Hili Tropper. Due persone assolutamente rispettabili, uomini della «destra», ma senza dubbio appartenenti alla «destra istituzionale», che parlano continuamente di unità e della necessità di arruolare gli ultraortodossi. Competono senza dubbio per conquistare i voti degli elettori di destra del Paese che si sono stancati di Netanyahu, della corruzione del potere e dell’estremismo sempre crescente all’interno del Likud, e che condannano estremisti come Ben Gvir e Smotrich. I sondaggi, però, mostrano che sono molto lontani dal superare la soglia di sbarramento.
Poi c’è il nuovo partito degli ex membri del Likud Gilad Erdan e Yuli Edelstein, due esponenti con un profondo senso dello Stato, che hanno lasciato il Likud perché, a loro giudizio, è diventato troppo estremista e non rappresenta più quello che era un tempo: liberale, di destra, ragionevole, moderato e pragmatico. Anche loro, senza dubbio persone stimate, esperte e con solidi valori, al momento, stando a quanto emerge, non riescono affatto a superare la soglia di sbarramento.
E naturalmente c’è anche Benny Gantz, che più e più volte si è unito a Benjamin Netanyahu in governi di unità nazionale per «salvare lo Stato di Israele», come ha affermato lui stesso. È accaduto durante il coronavirus ed è accaduto dopo il 7 ottobre. Più e più volte Netanyahu ha violato le promesse fatte e Gantz si è ritrovato fuori. Dopo il 7 ottobre, Gantz ha cavalcato enormi ondate di consenso popolare ed era considerato l’alternativa più appropriata e migliore, arrivando allora a ottenere nei sondaggi ben 35 seggi. E oggi? È lontano anni luce dalla soglia di sbarramento. Eppure insiste nel continuare a candidarsi. Anche lui, come gli altri, vuole il cambiamento. Vuole sostituire Netanyahu, vuole l’unità del popolo e vuole ragionevolezza e una ricomposizione delle fratture interne alla società, per salvare lo Stato di Israele. E anche lui, se non si ritirerà o se alla fine non si unirà a un altro grande partito, «brucerà» un numero non trascurabile di voti di persone che credono in lui.
Un altro nome molto discusso che si è aggiunto di recente è quello dell’attivista sociale arabo-cristiano e super-sionista Yoseph Haddad. Ex combattente della Brigata Golani nell’esercito, Haddad è diventato negli ultimi anni una delle voci più attive e provocatorie in difesa di Israele nel mondo. È molto popolare presso l’opinione pubblica israeliana, ma è certamente percepito come un uomo di destra e come qualcuno che, dopo le elezioni, potrebbe aiutare Netanyahu. Naturalmente anche lui parla di unità e di riparazione. Insisterà anche lui nel candidarsi fino alla fine? È abbastanza certo che anche lui riceverà i voti di migliaia di persone che lo amano e credono in lui, ma probabilmente non supererà la soglia di sbarramento.
Per il blocco del cambiamento si tratta di uno scenario molto problematico, perché tutti questi nuovi partiti che si collocano nel centro-destra della mappa politica possono certamente sottrarre voti al Likud e al Sionismo Religioso, ma possono anche indebolire Eisenkot, Bennett, Lapid e Lieberman, indebolendo così l’intera opposizione. E alla fine, proprio a causa del desiderio di unità, potrebbero finire per offrire ancora una volta a Netanyahu una ciambella di salvataggio e consentirgli di sopravvivere a un’altra tornata elettorale alla guida dello Stato.
Restano ancora due settimane, che, come abbiamo detto, in termini israeliani sono un’eternità, e restano ancora possibili accordi politici tra alcuni di questi partiti. A quel punto, forse, il quadro diventerà più chiaro. La cosa più importante è che il popolo vada a votare in massa e che nessun voto venga sprecato. Questo Paese è troppo importante per noi.