Riprendiamo da IL TEMPO il commento di Souad Sbai dal titolo: "L'Europa e la capacità di affrontare la minaccia jihadista"

Dalla voce dei massimi studiosi di islamismo politico arriva la conferma di una svolta decisiva, con la minaccia jihadista che ha cambiato pelle e ha trovato nel cuore dell'Europa il suo nuovo baricentro. Pur muovendosi da prospettive e scuole di pensiero differenti, le loro analisi convergono su un interrogativo ormai ineludibile: quanto è davvero pronta l'Europa ad affrontare non solo la minaccia terroristica, ma l'intero ecosistema politico, sociale e digitale che la alimenta? E qui che emerge una delle principali vulnerabilità strategiche del continente. Per anni immigrazione, integrazione, sicurezza e radicalizzazione sono state trattate come compartimenti stagni. Eppure, la sicurezza di una democrazia non dipende soltanto dal controllo delle frontiere o dalla capacità dei servizi di intelligence di neutralizzare una minaccia. Dipende anche dalla capacità dello Stato di impedire che si consolidino spazi sociali impermeabili alle sue stesse regole e istituzioni. E l'analisi di Ahmad Mansour a portare il tema al cuore del dibattito europeo. Cosa succede quando l'integrazione viene ridotta a un'equazione contabile fatta di lavoro, lingua e accesso ai servizi, ignorando il nodo dell'appartenenza civica e dei valori democratici? Una democrazia non è un semplice perimetro geografico, ma un patto di regole da accettare e difendere. Libertà individuale, uguaglianza di fronte alla legge, pluralismo, libertà religiosa e rigetto della violenza politica non ammettono negoziati. Nel momento in cui questi principi vengono relativizzati in nome dell'appartenenza comunitaria, l'integrazione scivola inevitabilmente nella separazione. E questa è la questione che l'Europa ha spesso esitato ad affrontare. Il timore di alimentare razzismo e discriminazione ha talvolta prodotto una difficoltà nel nominare il problema.
Distinguere tra Islam, islamismo politico della Fratellanza e jihadismo significa analizzare con lucidità ideologie e organizzazioni, facendo luce sulla rete transnazionale di finanziamenti, infrastrutture e propaganda che le sostiene.
Svincolandosi dal controllo fisico di un territorio, l'islamismo radicale continua a proiettare la propria influenza attraverso l'attivismo digitale, le reti transnazionali, la pressione sulle comunità e l'elaborazione di identità alternative. Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito incarnano declinazioni differenti della medesima frattura: società multiculturali sulla carta, ma attraversate da identità frammentate e dall'incapacità di rifondare un modello condiviso di cittadinanza. La vera sfida strategica non si misura sul numero di terroristi che uno Stato riesce a individuare ma sulla sua capacità di generare appartenenza, far rispettare le proprie regole e difendere, senza concessioni, il proprio ordine democratico. La radicalizzazione rappresenta quasi sempre l'ultimo anello di una catena. La partita vera si gioca molto prima, intercettando i segnali nella scuola, nelle periferie, nelle carceri e nelle comunità digitali.
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