Unità 585, il battaglione delle IDF composto in gran parte da volontari arabi, beduini, musulmani, cristiani e drusi e che il mondo dovrebbe conoscere Articolo del Jerusalem Post
Testata: israele.net Data: 19 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Jerusalem Post Titolo: «Unità 585, il battaglione delle IDF composto in gran parte da volontari arabi, beduini, musulmani, cristiani e drusi e che il mondo dovrebbe conoscere. Perché bisogna conoscere le realtà che mettono in discussione le comode certezze: è possibile che perso»
Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "Unità 585, il battaglione delle IDF composto in gran parte da volontari arabi, beduini, musulmani, cristiani e drusi e che il mondo dovrebbe conoscere. Perché bisogna conoscere le realtà che mettono in discussione le comode certezze: è possibile che persone di religioni, lingue e storie familiari diverse scelgano di stare insieme, e difendersi insieme. È possibile essere arabo e israeliano senza che queste identità si annullino a vicenda"
Reclute dell’Unità 585 Gadsar prestano giuramento sul Corano
Scrive Danielle Yablonka: Per anni, al mondo è stata raccontata una storia molto semplice su arabi e Israele. Da una parte gli arabi, dall’altra gli israeliani.
Si parla sempre e solo di conflitto, divisione, sospetto. Ma di recente, mi sono trovata in un luogo che racconta una storia molto diversa.
Ho partecipato alla cerimonia per l’anniversario dell’Unità 585 delle Forze di Difesa Israeliane, il Battaglione di Ricognizione del Deserto (Gadsar): un’unità composta prevalentemente da soldati beduini, insieme ad altri soldati arabi e appartenenti a minoranze come drusi, cristiani e circassi, oltre ad ebrei naturalmente.
Il battaglione è stato istituito alla fine degli anni ’80 e opera da tempo nel sud di Israele, in particolare intorno al confine con Gaza.
Per molti dei suoi soldati arabi il servizio è volontario, non obbligatorio.
Mentre mi guardavo intorno durante l’evento, mi sono resa conto di quante poche persone al di fuori di Israele conoscano l’esistenza di questa unità: io stessa non ne ero a conoscenza.
La cosa è importante, perché quando il mondo parla di Israele lo fa quasi sempre in termini assoluti. Ebrei e arabi vengono presentati come due gruppi che non potrebbero mai condividere un’uniforme, una missione, un senso di responsabilità verso lo stesso Paese.
Poi uno incontra i soldati dell’Unità 585.
In occasione dell’anniversario, ho parlato con veterani che hanno prestato servizio nell’unità decenni fa. I loro nomi non si possono pubblicare, ma era impossibile non vedere loro fierezza. “Siamo soldati dell’Unità 585 – mi ha detto un gruppo di veterani – Ci siamo arruolati nel 1979 e oggi siamo venuti a onorare e festeggiare i 40 anni” (del battaglione, creato alcuni anni dopo ndr).
C’era qualcosa di suggestivo nel sentire quella frase mentre mi trovavo in compagnia di soldati arabi che prestano servizio oggi nel battaglione. Generazioni diverse, la stessa unità.
Uomini che si erano arruolati decenni prima erano tornati per stare al fianco di giovani soldati arabi che attualmente prestano servizio nell’esercito israeliano, compresi soldati che hanno operato nella regione di confine di Gaza e in tutto il sud di Israele.
Un soldato attualmente in servizio ha descritto il momento in modo semplice: “Oggi festeggiamo i 40 anni dalla fondazione del battaglione e alcuni dei nostri veterani, insieme ai soldati oggi in servizio, sono qui con noi”.
Mi sono trovata in un luogo pieno di persone la cui vita complica l’immagine di Israele che viene insegnata alla maggior parte del mondo.
Ed è esattamente per questo che credo che la loro storia sia importante.
La maggior parte delle persone al di fuori di Israele non incontrerà mai un soldato arabo israeliano, nemmeno in tv o sui social. Molti non si rendono nemmeno conto che dei cittadini arabi prestano servizio nell’esercito israeliano.
L’idea non collima con le categorie che vengono diffuse. Ma la realtà raramente si adatta alle categorie.
In Israele vivono cittadini ebrei, musulmani, cristiani, drusi, beduini e persone con innumerevoli background diversi.
Le loro esperienze non sono identiche. Le loro idee politiche non sono identiche. Il loro rapporto con il Paese non è identico.
Questa complessità non è una debolezza. È la storia stessa del Paese.
L’Unità 585 rappresenta una parte di questa storia che merita molta più attenzione.
Servire in questa unità è una scelta. Questi soldati hanno liberamente deciso di indossare un’uniforme israeliana, addestrarsi come soldati combattenti e servire al fianco di persone provenienti da comunità diverse dalla loro.
Per alcuni, il servizio militare può anche significare imparare bene l’ebraico, acquisire competenze, costruire relazioni e creare opportunità per il futuro.
Ma al di là di qualsiasi beneficio individuale, accade qualcosa di più grande. Persone che, stando a quanto viene costantemente ripetuto nel mondo esterno, dovrebbero vedersi solo come nemici, prestano servizio fianco a fianco.
Si addestrano insieme. Dipendono l’una dall’altra. Proteggono le stesse comunità. Diventano amici.
Ciò non cancella ogni disaccordo nella società israeliana. Non significa che non permangano forme di discriminazione, o che ogni cittadino arabo provi gli stessi sentimenti nei confronti dello Stato.
Non deve e non può essere così. Le società reali sono complesse.
Ma riconoscere la complessità è cosa ben diversa dal fingere che queste storie di condivisone non esistano.
Ho passato anni a parlare di Israele, e una delle cose più dolorose è vedere un intero Paese ridotto a un titolo di giornale.
Si parla costantemente di Israele, ma gli israeliani stessi sono spesso assenti dal dibattito.
Si parla costantemente anche degli arabi israeliani. Ma quante volte viene effettivamente chiesto agli arabi israeliani di parlare per se stessi?
Quante volte il mondo incontra il soldato arabo beduino che si è arruolato volontario?
Quante volte ascolta il veterano che si è arruolato decenni fa e torna ancora oggi a rendere omaggio all’unità che ha contribuito a costruire?
Quante volte le persone si imbattono in una storia che non corrisponde alla narrazione che si aspettavano?
Ecco perché la partecipazione a quell’anniversario mi è rimasta così impressa. La parte più toccante non è stata un discorso o una cerimonia. Sono state le persone.
Veterani che salutano soldati in servizio attivo. Soldati giovanissimi che rendono omaggio alla generazione che li ha preceduti.
Uomini provenienti da diverse parti del paese riuniti attorno alla stessa storia.
Si percepiva chiaramente che questa unità significa qualcosa per loro.
E continuavo a pensare a quanto questa realtà sia invisibile fuori da Israele.
Se la vostra unica fonte di conoscenza su questo Paese deriva dai social media, potreste non sapere mai che esiste un luogo come l’Unità 585.
Se la vostra idea di ebrei e arabi deriva esclusivamente dal linguaggio del conflitto, non potreste mai immaginare che possano stare fianco a fianco in uniforme.
Ecco il pericolo di raccontare storie semplicistiche su luoghi complessi: alla fine, la narrazione diventa più potente delle persone che la vivono.
Non credo che l’Unità 585 dimostri che Israele è perfetto. Non è questo il punto.
Penso che dimostri che la realtà è più interessante, più complessa e più umana della versione che spesso ci viene proposta.
È possibile che la tensione coesista con la collaborazione.
È possibile che identità diverse coesistano all’interno dello stesso Paese.
È possibile che persone di religioni, lingue e storie familiari diverse scelgano di stare insieme. E di difendersi insieme.
Ed è possibile essere arabo e israeliano senza che queste identità si annullino a vicenda.
Il mondo deve conoscere l’Unità 585 perché il mondo ha bisogno di più storie che mettano in discussione le comode certezze.
Storie che ci costringano a guardare le persone prima delle categorie.
Storie che ci ricordino che un Paese non può essere compreso limitandosi ai titoli di giornale più negativi.
Storie che ci mettano a disagio rispetto alle risposte facili.
Presenziando a quell’anniversario, circondata da soldati che hanno prestato servizio a generazioni di distanza, mi è tornato in mente qualcosa che ho imparato più e più volte attraverso il mio impegno: non si può comprendere un luogo se ci si rifiuta di incontrare le persone che mettono in discussione le nostre convinzioni al riguardo.
L’Unità 585 mette in discussione le convinzioni.
Ed è proprio per questo che la sua storia va raccontata.