Turchia-Israele. No di Erdogan ma il petrolio passa Commento di Rosa Davanzo
Testata: Setteottobre Data: 18 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Rosa Davanzo Titolo: «Turchia-Israele. No di Erdogan ma il petrolio passa»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Rosa Davanzo dal titolo: "Turchia-Israele. No di Erdogan ma il petrolio passa"
Nel 2025 le forniture di greggio azero partite dal porto turco di Ceyhan e arrivate in Israele hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi tre anni
La Turchia ha ufficialmente azzerato il commercio con Israele dal maggio 2024, eppure dal suo territorio continua a passare quasi metà del petrolio importato dallo Stato ebraico. Il paradosso emerge dai dati sul greggio dell’Azerbaigian trasportato attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e successivamente caricato sulle petroliere nel porto turco di Ceyhan. Nel 2025 le forniture arrivate in Israele attraverso questa rotta sono aumentate del 31 per cento, raggiungendo una media di 94 mila barili al giorno, il livello più alto dal 2022.
La decisione di Recep Tayyip Erdoğan era stata annunciata in termini inequivocabili. Il 2 maggio 2024 Ankara aveva sospeso tutte le importazioni e le esportazioni con Israele, estendendo a ogni categoria merceologica le restrizioni introdotte poche settimane prima. Il presidente turco aveva rivendicato pubblicamente la rinuncia a un interscambio che valutava in 9,5 miliardi di dollari, legando la riapertura degli scambi alla situazione nella Striscia di Gaza. Secondo i dati doganali turchi, il commercio diretto tra i due Paesi è effettivamente fermo dal giugno 2024.
Il petrolio azero pone però una questione diversa. Il greggio parte dall’Azerbaigian e percorre circa 1.770 chilometri attraverso Georgia e Turchia fino al terminal mediterraneo di Ceyhan. Ankara sostiene di non essere parte delle operazioni commerciali con cui il petrolio viene successivamente venduto sui mercati internazionali e precisa che la società statale BOTAŞ, che gestisce sul territorio turco parte delle infrastrutture dell’oleodotto, non compra né vende il greggio trasportato. Nel novembre 2024 il ministero dell’Energia turco aveva inoltre assicurato che le compagnie operanti a Ceyhan rispettavano l’embargo e che nessuna spedizione veniva caricata indicando Israele come destinazione.
I dati delle società specializzate nel monitoraggio marittimo raccontano tuttavia ciò che accade dopo la partenza. Secondo Kpler, nel 2025 il petrolio azero ha rappresentato il 46,4 per cento delle importazioni israeliane di greggio, molto più della Russia, seconda con circa il 28 per cento. Analisti di Kpler e Vortexa hanno inoltre rilevato che alcune petroliere partite da Ceyhan interrompono temporaneamente la trasmissione del sistema automatico di identificazione oppure dichiarano inizialmente destinazioni nelle acque di Egitto o Cipro, per scaricare successivamente il carico in Israele.
Un caso documentato riguarda la Valfoglia, che dopo aver caricato a Ceyhan ha consegnato il 7 gennaio scorso circa 680 mila barili di greggio azero in Israele. La Kimolos, partita dallo stesso terminal il 31 dicembre, ha invece disattivato per alcuni giorni il proprio segnale di localizzazione prima di scaricare, secondo i dati di Kpler, nel porto israeliano di Ashkelon.
La distinzione è importante. Il petrolio appartiene all’Azerbaigian e la Turchia, in base agli accordi che regolano l’oleodotto, sostiene di non avere il controllo sulla sua destinazione commerciale finale. Parlare semplicemente di violazione dell’embargo da parte di Ankara sarebbe quindi impreciso. Resta però il dato politico, particolarmente vistoso, di un’infrastruttura che attraversa il territorio turco e termina in un porto turco attraverso la quale continua a transitare una quota essenziale dell’approvvigionamento energetico israeliano.
Anche il resto dell’embargo presenta un quadro meno lineare di quanto suggeriscano le dichiarazioni ufficiali. La Banca d’Israele ha rilevato che alla fine del 2024 continuavano ad arrivare nel Paese merci di origine turca per un valore compreso tra 100 e 200 milioni di dollari al mese, rispetto ai circa 550 milioni precedenti al blocco. L’istituto attribuisce la discrepanza fra le statistiche israeliane e quelle turche soprattutto agli scambi attraverso Paesi terzi e alle esportazioni formalmente destinate all’Autorità Palestinese, che appartiene alla stessa area doganale di Israele.
Più difficile da dimostrare è invece il coinvolgimento della famiglia Erdoğan negli scambi successivi all’embargo. Burak Erdoğan è socio di MB Denizcilik, società attiva nel trasporto marittimo, e i suoi interessi nel settore sono documentati da anni. Alcune inchieste hanno collegato società e navi riconducibili a quell’ambiente a traffici con porti israeliani, mentre le aziende interessate hanno respinto parte delle accuse e contestato l’attribuzione a Burak Erdoğan di specifiche spedizioni. Per Bilal Erdoğan, al quale sono stati attribuiti rapporti con BMZ, mancano elementi sufficienti per affermare un suo coinvolgimento personale nelle attuali forniture destinate a Israele.
È proprio questa distinzione a rendere la vicenda più interessante della semplice accusa di doppiezza. Erdoğan ha trasformato la rottura economica con Israele in uno degli strumenti della propria politica su Gaza e continua a presentare la Turchia come uno dei Paesi che hanno adottato le misure più severe contro lo Stato ebraico. La geografia dell’energia segue però regole assai meno sensibili alla retorica politica. Il commercio diretto può essere chiuso con un decreto; un oleodotto strategico che collega il Caspio al Mediterraneo, e dal quale dipende una parte rilevante dell’approvvigionamento petrolifero israeliano, è molto più difficile da fermare.