Ahoo Daryaei, la donna che l’Iran vuole dichiarare pazza Commento di Daniele Scalise
Testata: Setteottobre Data: 18 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Daniele Scalise Titolo: «Ahoo Daryaei, la donna che l’Iran vuole dichiarare pazza»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Ahoo Daryaei, la donna che l’Iran vuole dichiarare pazza"
Quasi due anni dopo la protesta in biancheria intima contro l’obbligo del velo emrgono nuovi particolari sulla sorte della studentessa iraniana che il regime vuole pazza
Guardatela ancora, Ahoo Daryaei. Il video è del 2 novembre 2024. Cammina nel campus della Islamic Azad University di Teheran in reggiseno e slip, i capelli scoperti, le braccia incrociate. Intorno a lei c’è la Repubblica islamica con le sue leggi, i suoi guardiani, la sua ossessione per il corpo femminile e lei che sembra incredibilmente calma.
Tutto era cominciato con il velo. Secondo le testimonianze raccolte all’epoca da organizzazioni iraniane per i diritti umani, gli addetti alla sicurezza dell’università l’avevano affrontata per l’hijab, arrivando a strattonarla e a danneggiarle gli abiti e Ahoo rispose togliendoseli. Poco dopo venne caricata a forza su un’auto e portata via. IranWire – media indipendente della diaspora iraniana – riferì del suo trasferimento all’Iran Psychiatric Hospital e che le prime osservazioni del personale sanitario non avrebbero rilevato disturbi psichiatrici; successivamente, secondo una fonte interna citata dal sito, l’accesso alla studentessa sarebbe stato riservato a medici legati agli apparati di sicurezza. Hengaw denunciò contemporaneamente pressioni sulla famiglia affinché accettasse la versione della «malattia mentale».
Ora sappiamo qualcosa di più. O, più precisamente, disponiamo di nuove e gravissime accuse che devono ancora essere verificate in maniera indipendente. Un’amica di Daryaei ha raccontato al Daily Mail che la donna sarebbe rimasta per 18 giorni legata mani e piedi a un letto dell’ospedale psichiatrico. La famiglia e l’ex marito sarebbero stati sottoposti a pressioni perché confermassero l’esistenza di problemi mentali. Solo dopo l’accettazione di questa versione Ahoo sarebbe stata liberata, ma liberata è una parola che, in questa storia, richiede molte virgolette.
Secondo la stessa testimonianza, le sarebbe stato comunicato che sarebbe rimasta sotto sorveglianza e che il telefono sarebbe stato controllato. Avrebbe inoltre dovuto assumere farmaci antipsicotici. Quando le autorità avrebbero sospettato che non li prendesse perché appariva troppo «normale», si sarebbe passati alle iniezioni mensili di flupentixolo, un antipsicotico impiegato anche nel trattamento della schizofrenia. Le somministrazioni, sempre secondo l’amica, continuerebbero ancora oggi sotto controllo medico.
È difficile immaginare un’immagine più precisa della natura di una dittatura: una donna si ribella e il potere decide che è pazza. Se protesta, la sua protesta diventa sintomo. Se disobbedisce, la disobbedienza diventa patologia. Se rivendica il proprio corpo, quello stesso corpo viene immobilizzato e medicalizzato.
Il meccanismo era apparso evidente già nel 2024. La magistratura iraniana annunciò che contro Daryaei non sarebbe stato aperto alcun procedimento proprio perché era stata giudicata «malata» e riconsegnata alla famiglia. Il Parlamento europeo denunciò esplicitamente il ricorso alla detenzione psichiatrica contro di lei e lo inserì nel quadro della repressione sistematica delle donne iraniane.
E allora una domanda bisogna pur farla. Dove stanno le femministe? Hanno perso di nuovo la voce?
Nel novembre 2024 alcune la usarono, ed è giusto ricordarlo: ci furono manifestazioni a Parigi, Bruxelles, Marsiglia, iniziative di Femen e associazioni femministe. Le donne iraniane della diaspora furono in prima fila.
Ma oggi? Dove sono le grandi mobilitazioni occidentali davanti alla notizia che una donna potrebbe essere sottoposta da quasi due anni a trattamento psichiatrico obbligatorio per aver sfidato l’obbligo del velo? Dove sono le piazze, gli appelli, le università, le intellettuali, le organizzazioni che fanno del controllo del corpo femminile uno dei cardini della propria battaglia politica?
Le iraniane non hanno certo bisogno che qualcuno spieghi loro che cosa significhi essere donne sotto una teocrazia. L’hanno imparato – letteralmente – sulla propria pelle. Mahsa Jina Amini lo ha pagato con la vita. Ahoo Daryaei potrebbe stare pagando ancora oggi il prezzo di quei pochi minuti nei quali, davanti agli uomini incaricati di dirle come vestirsi, compì un gesto di una semplicità devastante: si tolse i vestiti. La Repubblica islamica sostiene che quella donna sia malata. Forse perché, per un regime così, una donna libera è davvero la più intollerabile delle anomalie.