Riprendiamo dal FOGLIO l'analisi di Davide Mattone dal titolo: "Il ruolo delle flotte ombra per portare il petrolio fuori da Hormuz"

Roma. Se il prezzo del petrolio dopo tutti questi mesi di incertezza e instabilità nel medio oriente non è di nuovo schizzato verso i 120 dollari al barile, prezzo che banche come Goldman Sachs associano a un blocco prolungato di Hormuz (ormai in atto), ma resta poco intorno ai 90 è anche grazie ai flussi ombra con cui i paesi del Golfo continuano a portare il greggio fuori dallo stretto (assieme agli oleodotti che lo aggirano e all’uso delle scorte mondiali, che si sono ridotte di circa 410 milioni di barili dall’inizio della guerra secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia). Prima del conflitto da Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno mentre negli ultimi giorni i tracciatori come Kpler ne contavano in uscita circa 4, mentre il segretario all’Energia americano Chris Wright aveva rivendicato la settimana scorsa su X che la media settimanale in uscita dallo stretto era di quasi 9 milioni di barili al giorno. Domenica però Bloomberg ha rivelato che secondo delle fonti qualificate i volumi reali supererebbero i 4 milioni di barili al giorno stimati grazie al trasbordo che avviene tramite navi che viaggiano “all’oscuro”. Infatti per trasbordare i carichi petroliferi le navi cargo attraversano lo stretto di Hormuz con i transponder spenti – cioè senza trasmettere il segnale che rivela posizione e identificazione della nave – e una volta al sicuro nel Golfo dell’Oman lo trasferiscono su altri tanker, che ripartono verso l’Asia senza essere mai entrate nella zona di guerra mentre le prime tornano indietro a caricare di nuovo (un metodo dunque non troppo differente da quello usato per anni da Iran e Russia per aggirare le sanzioni imposte contro di loro). Ciò non può che voler dire che dal Golfo sta uscendo molto più petrolio di quanto si pensi.
La società di analisi Vortexa ha stimato che solo a luglio il 57 per cento delle esportazioni di greggio del Golfo è stato coinvolto in un trasferimento da nave a nave, contro il 12 per cento di un anno prima. Per dare un confronto, le immagini del satellite Ue Sentinel-1 analizzate da Bloomberg mostrano circa 150 petroliere in attesa al largo dell’Oman quando a gennaio erano una quarantina. Secondo Reuters la sola emiratina Adnoc ha venduto così oltre 100 milioni di barili grazie ad aste e gare.
L’Arabia Saudita, che ha dirottato il greggio sul suo oleodotto che arriva a Yanbu, sul Mar Rosso, ha invece incontrato numerosi problemi nelle ultime settimane. Gli attacchi degli houthi hanno reso insicura anche quella rotta al punto che secondo Bloomberg le raffinerie asiatiche faticano a trovare navi disposte a caricare a Yanbu. Così Riad ha scelto di cambiare rotta, dato che secondo le indiscrezioni di ieri anche Aramco, la compagnia petrolifera di stato, avrebbe offerto ad alcuni clienti asiatici i greggi “Arab Medium” e “Arab Heavy” con trasbordi da nave a nave al largo di Sohar e di Fujairah, fuori dallo Stretto di Hormuz. Come quei barili, che si caricano soltanto ai terminali dentro il Golfo Persico, siano arrivati e arriveranno fin lì non è forse più un mistero.
L’equilibrio però si regge sulla decisione delle compagnie e degli armatori di accettare il rischio di essere colpiti. Adnoc ha contato una ventina di navi attaccate con missili e droni dall’inizio del conflitto, dove ci sono stati venti feriti ed un marittimo ucciso a luglio. Anche gli Emirati parlano di “atti di pirateria” dell’Iran, ma le navi continuano a partire. Kpler ha registrato nell’ultimo fine settimana il passaggio di appena 5 navi sabato e nessuna domenica rispetto ai 31 petroliere seguite sui tracker il fine settimana precedente (segno che forse sempre più navi passano ormai nell’ombra). Nello Stretto di Bab el Mandeb invece gli attacchi continuano: gli houthi hanno rivendicato ieri un nuovo attacco missilistico a una nave militare saudita e alle sue scorte. A ogni modo, per ora i metodi alternativi di esportazione hanno contribuito a contenere il prezzo del barile e sembrano destinati a reggere fino a nuovi sviluppi nel Golfo. E ciò vuol dire che finché ci sarà la volontà di soddisfare la domanda di petrolio, le compagnie del Golfo dovranno continuare a trovare navi ed equipaggi disposti a passare all’ombra e con il rischio di esser attaccati.
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