Apartheid, la più stupida delle bugie su Israele. Una menzogna che non regge alla minima prova dei fatti: bastano le imminenti elezioni politiche per dimostrare la pluralità profondamente democratica che caratterizza la società israeliana Articolo del Jerusalem Post
Testata: israele.net Data: 18 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Gil Hoffman Titolo: «Apartheid, la più stupida delle bugie su Israele. Una menzogna che non regge alla minima prova dei fatti: bastano le imminenti elezioni politiche per dimostrare la pluralità profondamente democratica che caratterizza la società israeliana»
Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "Apartheid, la più stupida delle bugie su Israele. Una menzogna che non regge alla minima prova dei fatti: bastano le imminenti elezioni politiche per dimostrare la pluralità profondamente democratica che caratterizza la società israeliana"
Scrive Gil Hoffman: Quando, molti anni fa, visitai il potente Museo dell’Apartheid a Johannesburg, appresi delle lezioni di vita che non mi abbandoneranno mai.
Gil Hoffman
La più ovvia è quanto possa essere orribile il razzismo istituzionalizzato. Ciò che subirono i non bianchi in Sudafrica ha lasciato una macchia terribile sulla storia umana.
Ma ci furono anche un paio di lezioni che mi sorpresero. Appresi dell’immenso coraggio e dell’abnegazione di ebrei come Helen Suzman e Denis Goldberg nella lotta contro il regime dell’apartheid, una storia che spero venga insegnata oggi nelle scuole ai comuni sudafricani e che non venga mai dimenticata.
E imparai quanto sia offensivo paragonare l’apartheid sudafricano a qualsiasi altra tragedia della storia umana, così come la Shoah non dovrebbe mai essere paragonata a nient’altro che sia accaduto in qualsiasi altra parte del mondo.
Giugno 2017. L’allora presidente d’Israele Reuven Rivlin si congratula con il giudice arabo Salim Joubran nel giorno del suo giuramento come vicepresidente della Corte Suprema. Apartheid?
Da allora, provo ancora più disgusto quando persone di qualche fama usano quella sacrosanta parola per demonizzare Israele.
Ad esempio, quando il sindaco di New York, Zohran Mamdani, nel secondo anniversario del massacro del 7 ottobre ha vergognosamente chiesto la fine delle politiche israeliane da lui denunciate come apartheid.
La bufala dell’apartheid è sempre stata una delle accuse contro Israele più facili da confutare.
Le politiche del vero apartheid promuovevano iniquamente il dominio su basi razziali di una minoranza sulla maggioranza, una situazione già di per sé completamente diversa da quella di una democrazia in cui il 73,2% della popolazione è ebraica.
Israele è tutt’altro che perfetto (nessuna democrazia lo è) e la sorte delle persone, palestinesi ed ebrei, che vivono al di là dell’ex linea di confine pre-1967 rimane complessa, e ancora da definire (sperabilmente con un pacifico negoziato).
Ma i cittadini arabi all’interno di Israele godono di pari diritti: diritti che i neri in Sudafrica durante l’apartheid non si sognavano nemmeno.
Il fatto che i giudici arabi George Karra e Salim Joubran abbiano condannato al carcere (in due separati processi, uno per abusi sessuali, l’altro per corruzione ndr) rispettivamente il presidente ebreo Moshe Katsav e il primo ministro ebreo Ehud Olmert, è quanto di più lontano si possa immaginare da un regime di apartheid.
Ciononostante, il mondo ha bisogno di continuo che gli si ricordi che Israele è e rimane un paese democratico e non razzista, soprattutto in periodi delicati come questo.
Per questo motivo è particolarmente rilevante che le imminenti elezioni in Israele stiano per ridicolizzare Mamdani e tutti gli altri impenitenti antisemiti.
In abissale differenza dal Sudafrica dell’apartheid, dove ai non bianchi era vietato votare e candidarsi, ciò che sta diventando sempre più chiaro è che in Israele i cittadini arabi non solo – come sempre – potranno votare ed essere eletti, ma saranno loro a decidere in buona misura l’esito delle elezioni politiche del 27 ottobre.
Mentre l’affluenza alle urne degli ebrei in Israele è rimasta relativamente costante, il voto degli arabi ha subìto notevoli fluttuazioni a seconda che i loro partiti si presentino uniti o meno, e se i più recenti sviluppi dell’attualità conferiscono maggiore o minore leva di potere al voto degli arabi israeliani.
Nelle elezioni per la Knesset degli ultimi anni l’affluenza degli elettori arabi è fluttuata da un minimo del 44,6% a un massimo 63,5%. I due massimi picchi di affluenza alle urne si sono registrati nel 2015, quando venne creata la Lista Comune dei partiti arabi (Hadash, Ta’al, Balad) e nel 2020, quando la Lista Comune conquistò 15 seggi diventando la terza più grande formazione politica di Israele.
Le affluenze minime si sono verificate dopo la scissione della Lista Comune.
Questa grande differenza tra alta e bassa affluenza al voto dei cittadini arabi potrebbe risultare determinante per stabilire se il futuro candidato alla carica di primo ministro otterrà un sostegno parlamentare sufficiente per formare il governo o se bisognerà tornare alle urne all’inizio del 2027.
Poi c’è il fattore Ra’am (Lista Araba Unita), una formazione arabo-islamica che ha già fatto parte della coalizione durante il governo Bennett–Lapid negli anni 2021-22.
Gadi Eizenkot, il candidato attualmente in testa nei sondaggi per la corsa a primo ministro, ha lasciato intendere che accoglierebbe con favore, in un modo o nell’altro, il sostegno di Ra’am. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di un sostegno esterno alla coalizione che permetta a Eizenkot di formare un governo.
Dal canto suo il leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha dichiarato di voler tornare nella coalizione come membro a pieno titolo. Ha anche aggiunto, però, che se il cosiddetto “blocco del cambiamento” senza il suo partito non dovesse arrivare a 61 seggi, lui sarebbe disposto a fare la propria parte pur di contribuire a estromettere il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi partner di coalizione di estrema destra.
“Voglio che il blocco del cambiamento ottenga 61 seggi – ha detto Mansour Abbas al giornalista di Yediot Aharonot Nahum Barnea – Se non li ottengono, cosa faremo? Lasceremo che Ben-Gvir e Smotrich continuino a governarci?”.
Lo scorso fine settimana, un sondaggio di Israel Hayom attribuiva a Ra’am sei seggi. Un sondaggio di Canale 13 gliene attribuiva sette se nella lista di Ra’am si candidasse (come si vocifera) il parlamentare Yoav Segalovitz, appena uscito dal partito Yesh Atid (di Lapid).
Richieste di cittadinanza israeliana da parte di arabi drusi nelle Alture del Golan (clicca per ingrandire). Nel 1981, quando Israele annesse il Golan, la maggior parte degli arabi drusi non accettò la cittadinanza israeliana, ritenendosi siriani occupati. Dall’inizio della guerra civile in Siria, il numero di drusi che ha chiesto e ricevuto la cittadinanza israeliana è aumentato costantemente. Dopo la strage 12 bambini drusi a Majdal Shams per un missile Hezbollah (luglio 2024), il sostegno ricevuto da Israele, il massacro di drusi a Sweida (Siria sud, luglio 2025) e l’intervento delle IDF in loro difesa, il numero delle domande di cittadinanza è salito vistosamente
Nel governo Bennett-Lapid, Segalovitz è stato viceministro della sicurezza interna ed ha avuto un ruolo determinante nel ridurre il tasso della criminalità comune nel settore arabo, una delle piaghe in vetta alle preoccupazioni degli elettori arabi israeliani.
Molto deve ancora accadere prima della convention di Ra’am del 22 agosto, affinché l’adesione di Segalovitz diventi realtà. Ma in ogni caso, che un ebreo, già capo del dipartimento investigativo e di intelligence della polizia, si possa candidare in un partito religioso arabo-musulmano direi che non sembra affatto un esempio di apartheid.
Come riuscirà a spiegarlo Mamdani?
Anche prima della notizia della partnership potenzialmente innovativa con Segalovitz, un sondaggio condotto dallo psicologo politico Nimrod Nir, di Agam Labs, ha rilevato che quasi tre quarti degli elettori dei partiti oggi all’opposizione sono favorevoli all’opzione di fare affidamento sull’appoggio esterno di Ra’am, se questa sarà l’unica possibilità per formare un governo del cambiamento.
In particolare, il 63% dei sostenitori del partito Yisrael Beytenu (di Liberman) sarebbe disposto a sostenere un simile scenario.
Ciò significa che il sondaggio ha rilevato un risultato straordinariamente opposto a qualunque idea di apartheid anche fra gli elettori di quello che potrebbe essere il partito più di destra della futura coalizione.
C’è poi un altro partito che potrebbe nascere a breve per iniziativa dell’attivista arabo (cristiano-ortodosso) Yoseph Hadad, un veterano di guerra delle Forze di Difesa Israeliane che si batte per spiegare le ragioni di Israele in giro per il mondo e dirige un’organizzazione che si adopera per promuovere la piena integrazione dei cittadini arabi nella società israeliana.
Hadad è vicino alle posizioni del Likud. Se Netanyahu dovesse formare il prossimo governo e nominasse ministro l’arabo Hadad, qualcuno potrebbe ancora definire Israele un regime di apartheid senza coprirsi di ridicolo?
Naturalmente, chi si nutre di odio troverà sempre scuse e pretesti. E né Mamdani né l’attuale leadership del Sudafrica cambieranno la loro opinione su Israele dall’oggi al domani.
Ma a prescindere dall’esito finale, direi che le imminenti elezioni politiche israeliane sono più che sufficienti per seppellire definitivamente la leggenda dell’apartheid in Israele.
(Da: Jerusalem Post, israele.net, 14.8.26)
In vista delle prossime elezioni per la Knesset, l’ex parlamentare laburista ed ex presidente della Knesset Avraham Burg ha aderito a un partito di estrema sinistra arabo-ebraico di recente costituzione.
Secondo quanto riportato dai media israeliani, Burg sarà candidato nella lista di Makom Lekulanu (“Un posto per tutti noi”), insieme ai due leader del neonato partito: l’araba Rula Daood e l’ebreo Alon-Lee Green.