Gaza. Fronte arabo-islamico contro Israele e dimentica Hamas Commento di Shira Navon
Testata: Setteottobre Data: 17 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Shira Navon Titolo: «Gaza. Fronte arabo-islamico contro Israele e dimentica Hamas»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Shira Navon dal titolo: "Gaza. Fronte arabo-islamico contro Israele e dimentica Hamas"
Otto Paesi chiedono conto a Gerusalemme delle violazioni mentre il disarmo di Hamas resta il nodo decisivo del piano americano
Otto Paesi arabi e islamici tornano a mettere Israele sotto accusa proprio mentre il futuro della Striscia di Gaza dipende da una questione che nessun accordo può permettersi di aggirare: il disarmo di Hamas. Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto hanno denunciato le violazioni israeliane e chiesto che i responsabili di quelle definite «gravi violazioni» siano chiamati a risponderne. Nel documento, tuttavia, la pressione esercitata sul movimento islamista palestinese appare assai meno esplicita.
La contraddizione pesa soprattutto perché il nuovo tentativo di stabilizzare Gaza ruota esattamente intorno alle armi. La roadmap elaborata nell’ambito del piano del presidente americano Donald Trump prevede una cessazione delle operazioni militari, il progressivo ritiro israeliano, il trasferimento dell’amministrazione della Striscia al National Committee for the Administration of Gaza e un processo verificato di smilitarizzazione. La sicurezza dovrebbe essere sostenuta da una forza internazionale, mentre un apposito comitato avrebbe il compito di certificare il rispetto degli impegni assunti dalle parti.
È precisamente qui che emerge il problema politico. Hamas ha accettato la roadmap, secondo quanto riferito a fine luglio, dopo mesi nei quali suoi dirigenti avevano respinto uno dei punti essenziali del progetto americano, cioè la rinuncia al proprio apparato militare. Il testo oggi sul tavolo parla di raccolta, deposito e messa fuori uso delle armi e prevede la distruzione delle infrastrutture militari, compresi i tunnel. Senza l’attuazione verificabile di questi passaggi, l’intero meccanismo rischia di restare sospeso.
La questione riguarda direttamente alcuni dei firmatari delle dichiarazioni contro Israele. Qatar, Turchia ed Egitto partecipano infatti alla complessa architettura diplomatica costruita attorno alla tregua e hanno preso parte ai colloqui con le fazioni palestinesi. Il Cairo, per bocca del ministro degli Esteri Badr Abdelatty, ha riconosciuto pubblicamente che Hamas deve procedere alla dismissione delle armi.
Resta quindi da capire quanto gli Stati della regione siano disposti a trasformare questo principio in una pressione politica effettiva. Una Gaza nella quale Hamas conservasse una struttura militare autonoma riprodurrebbe infatti la condizione che ha accompagnato la Striscia per quasi vent’anni, dalla presa del potere del movimento islamista nel 2007 fino alla guerra seguita al massacro del 7 ottobre 2023.
Nelle dichiarazioni diffuse ad Amman è riemerso anche un altro terreno di scontro, quello di Gerusalemme e del Monte del Tempio, Haram al-Sharif per i musulmani. I ministri hanno denunciato le iniziative israeliane che, a loro giudizio, minacciano l’identità araba, islamica e cristiana della città e hanno condannato le visite di ebrei al complesso religioso. Il linguaggio utilizzato mostra quanto la dimensione religiosa continui a sovrapporsi al conflitto politico, rendendo ancora più difficile la ricerca di un equilibrio regionale.
Il problema supera però la disputa diplomatica delle ultime settimane. Dopo il 7 ottobre qualsiasi progetto di sistemazione politica dei territori palestinesi deve rispondere a una domanda che per Israele è diventata esistenziale: chi garantirà che un territorio dal quale l’esercito israeliano si ritira non venga nuovamente trasformato in una base armata?
La prospettiva dei due Stati continua a essere indicata dai governi arabi e da buona parte della comunità internazionale come approdo politico finale. Prima di arrivarci, la partita concreta si gioca sulla capacità di costruire un’autorità palestinese che possieda davvero il monopolio della forza. Se Hamas manterrà armi, strutture militari e capacità coercitiva, qualunque nuovo assetto istituzionale rischierà di nascere già condizionato.
Per questo la credibilità dei Paesi arabi e islamici impegnati nella mediazione si misurerà anche sulla loro disponibilità a rivolgere a Hamas richieste altrettanto nette di quelle indirizzate a Israele. La roadmap americana ha messo il disarmo al centro del processo. Adesso occorre verificare chi sia davvero disposto a farlo rispettare.