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Il Foglio Rassegna Stampa
17.08.2026 Mamdani and friends
Articolo di Kamel Daoud (tradotto da Mauro Zanon)

Testata: Il Foglio
Data: 17 agosto 2026
Pagina: 11
Autore: Kamel Daoud
Titolo: «Mamdani and friends»

Riprendiamo dal FOGLIO la traduzione di un articolo di Kamel Daoud tradotto da Mauro Zanon dal titolo: "Mamdani and friends"

Da New York al Michigan, una generazione di candidati musulmani coniuga socialismo, causa palestinese e un risentimento anti occidentale rivendicato, scrive sul Pointlo scrittore franco-algerino Kamel Daoud. Editorialista del Point, Daoud ha vinto il premio Goncourt du premier roman per “Mersault, contre-enquête” (Actes Sud). Il suo ultimo romanzo è “Houris” (Gallimard), grazie al quale ha ottenuto il premio Goncourt. Con l’accusa di aver violato in “Houris” la cosiddetta “legge sulla riconciliazione nazionale” che vieta di parlare del “decennio nero”, la sanguinosa guerra civile tra i militari e gli islamisti che ha funestato il paese nordafricano dal 1992 al 2002, il tribunale di Orano, lo scorso aprile, lo ha condannato a tre anni di prigione.

“Si chiama Abdul El-Sayed, è un medico di 38 anni diventato politico. Ha appena vinto le primarie democratiche per l’elezione al Senato nel Michigan, al termine di una campagna che il suo team ha definito ‘le primarie senatoriali più costose della storia americana’. In Francia ci si sveglia con questa notizia. L’America, quella che ha conosciuto il maccartismo come difesa contro il comunismo, l’11 settembre, l’Obamacare e l’ipernazionalismo, si starebbe forse islamizzando? Sì, un po’, ma non tanto quanto lascia credere l’effetto lente d’ingrandimento dei media. Contagio post-Mamdani o effetto a lungo termine? L’America diventerà un giorno un impero islamista? Forse sì: il mamdanismo, termine con cui il sindaco newyorkese definisce il nuovo profilo dei candidati musulmani in corsa per le cariche di potere negli Stati Uniti, trova ulteriore conferma proprio in questo caso del Michigan. Sui social, El-Sayed è già soprannominato il ‘Mamdani del Michigan’, in riferimento alla figura del socialismo islamo-progressista: stessa ricetta, stesso lessico, stessa postura ‘morale’. Il sindaco newyorkese, figura di spicco della ‘diversità’ militante, applaude, mentre i conservatori vedono moltiplicarsi i ‘mini-Mamdani’. Il neoeletto ha l’aria giovane, è barbuto ma ‘soft’, e pronuncia le frasi giuste, ormai ben collaudate: discorsi ‘socialisti’, giustizia utopica, aiuti generalizzati, uso cosiddetto etico del denaro pubblico. Ma la realtà della sua figura si gioca soprattutto su altri temi subliminali: l’islam, Israele, gli ebrei, la guerra a Gaza, la parola ‘genocidio’ e l’ostilità anti Netanyahu. Quando parla di Gaza, la patina socialdemocratica cade: sulla Cnn è sbottato: ‘In realtà, hanno commesso un genocidio, Manu, e permettimi solo di farti una domanda: in che senso un genocidio non è negativo ai tuoi occhi?’. In un’altra intervista, ha riassunto il suo credo: ‘Il problema è che il denaro dei contribuenti viene utilizzato incondizionatamente a favore di uno stato etnico attivamente colpevole di genocidio. Ciò dovrebbe preoccupare tutti’. Questo mix ben dosato è esattamente ciò che i media occidentali, anche in Francia, definiscono, con la loro retorica pudica, ‘progres-sista’. Insomma, un guevarismo senza armi, un terzomondismo cosiddetto equo e solidale, un fanonismo per giustificare il 7 ottobre, un vittimismo ‘musulmano’ per l’11 settembre, una ‘tessera per giovani elettori’ contro gli anziani corrotti. Un punto diincontro tra un islamismo americano rivendicato, soft e rivisitato, elettoralista e prudente, che sostiene il dogma universale ma non la pratica, e un attivismo antioccidentale, proprio nel cuore dell’occidente.

E’ la Mamdani & Co. Questo genere ibrido, dal discorso incisivo, avrà un futuro? Si potrebbe parlare di esagerazione retorica. I candidati di questa categoria, però, ci credono. La democrazia occidentale, quella soluzione universale ormai sotto l’assalto delle sue contraddizioni, assomiglia a una partita di poker truccata. Se ci si oppone a Mamdani & Co., si viene immediatamente accusati di sostenere il ‘complotto ebraico’, la guerra, i bambini che muoiono a Gaza, l’utopia estatica della generazione Z. Siamo i ‘cattivi’. Il tutto si riduce a un duello tra l’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), la lobby filoisraeliana, e il Cair (Council on American-Islamic Relations), la grande organizzazione musulmana per i diritti civili. Se si vota “a favore”, ci si lascia lentamente convertire, nella dolcezza della beatitudine militante. Si sognerà la ‘Gaza celeste’, dove vivrebbero fianco a fianco militanti Lgbt, imam radicali, democratici e islamisti, messia dello sterminio dell’occidente empio. E mentre i giovani iraniani sognano la democrazia e vengono impiccati per questo sogno, alcuni giovani americani, in certi ambienti militanti, sognano l’islam all’insegna dello slogan universale dei Fratelli musulmani: ‘L’islam è la soluzione’. Fine. La domanda continua a ronzare nella mente confusa di questo giorno post-elettorale: e se l’America diventasse un impero islamista? Come un’eco divertita, mi torna in mente quell’articolo pubblicato qualche settimana fa su Al-Quds Al-Arabi, uno dei principali quotidiani arabi: ‘I musulmani hanno scoperto l’America prima di Colombo?’. L’articolo è un po’ confuso, ma riassume bene ciò che oggi si sta tramando: un’America da rivendicare, sia nel suo passato mitizzato che nel suo futuro da conquistare. L’autore conclude sottolineando ‘la necessità di riesaminare quelle che sono state definite le verità acquisite della Storia, poiché non è più accettabile parlare della scoperta dell’America da parte di Colombo, ora che sono disponibili prove storiche che indicano che musulmani e altri popoli sono giunti su quelle terre diversi secoli prima di Colombo’. Da leggere, ma nel senso di un’annunciazione del futuro. Si rimane pensierosi: ecco che l’America si sta islamizzando (si parla di ‘progressismo’ per intellettualizzare la sconfitta) e allo stesso tempo si sta radicalizzando con Trump. Un tempo, la soluzione consisteva nel fuggire dagli islamisti nei paesi musulmani. E oggi? Dove trovare un’altra America?”.

(Traduzione di Mauro Zanon)

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