Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Shira Navon dal titolo: "Mossad. Yossi Cohen: siamo entrati nel sito nucleare dell’Iran"
L’ex capo dell’intelligence israeliana racconta le operazioni condotte per conoscere l’impianto sotterraneo poi bombardato dagli Stati Uniti nel 2025
Agenti israeliani sarebbero entrati più volte a Fordo, uno dei luoghi più protetti e segreti del programma nucleare iraniano. A rivelarlo è stato Yossi Cohen, ex direttore del Mossad, intervenendo martedì al Galilee Forum di Safed. «Abbiamo visitato il sito nucleare di Fordo molte volte per comprenderlo», ha detto Cohen, senza spiegare quando siano avvenute le missioni, chi vi abbia partecipato e soprattutto fino a quale punto gli israeliani siano riusciti a penetrare nell’impianto.
Poche parole che aprono però uno squarcio su anni di operazioni clandestine condotte da Israele all’interno dell’Iran. Fordo rappresentava un obiettivo particolarmente difficile. L’impianto per l’arricchimento dell’uranio, costruito nelle profondità di una montagna nei pressi della città santa di Qom, era stato concepito proprio per resistere a un bombardamento convenzionale.
Cohen ha aggiunto che vedere Fordo bombardato dagli americani nel giugno 2025 ha rappresentato «la realizzazione di tutti i miei sogni». Durante la guerra di dodici giorni fra Israele e Iran, gli Stati Uniti colpirono Fordo insieme agli impianti nucleari di Natanz e Isfahan utilizzando anche le bombe antibunker GBU-57, ordigni da circa 13 tonnellate trasportati dai bombardieri strategici B-2.
L’entità dei danni provocati al programma iraniano rimane ancora oggetto di valutazioni contrastanti. Donald Trump sostenne che le capacità nucleari di Teheran fossero state annientate, mentre analisi successive hanno mantenuto maggiore cautela. Una delle questioni tuttora aperte riguarda soprattutto il destino di circa 440 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60 per cento presenti in Iran prima degli attacchi. Secondo valutazioni israeliane, una parte del materiale potrebbe essere stata trasferita prima o dopo la guerra nell’area conosciuta come Pickaxe Mountain.
Le parole pronunciate a Safed acquistano un significato particolare alla luce di quanto Cohen aveva già raccontato nel gennaio scorso a Uvda, il programma investigativo di Channel 12. L’ex capo del Mossad aveva spiegato che Israele comprese nel 2010 ciò che stava avvenendo a Fordo e cominciò a progettare un’operazione clandestina di dimensioni eccezionali.
Se fosse stata realizzata, disse Cohen, sarebbe potuta diventare «la più grande operazione nella storia del Paese». Il piano richiedeva però risorse enormi, una sincronizzazione estremamente complessa e decine di uomini sul terreno, oltre alla necessità di predisporre una via di fuga dall’Iran dopo l’azione. Il Mossad preferiva inoltre impiegare propri operativi anziché affidarsi esclusivamente ad agenti reclutati localmente, rendendo l’intera missione ancora più difficile.
Benjamin Netanyahu, allora come oggi primo ministro, era favorevole a proseguire i preparativi. Quando Cohen assunse la direzione del Mossad nel 2016, tuttavia, lo scenario era cambiato. L’amministrazione Obama aveva concluso l’accordo nucleare JCPOA con Teheran e lo stesso Cohen aveva cominciato a dubitare che il piano potesse essere eseguito con ragionevoli probabilità di successo. L’operazione venne accantonata e il compito di preparare un eventuale attacco contro gli impianti nucleari iraniani passò progressivamente alle IDF.
Resta adesso da capire che cosa intendesse esattamente Cohen dicendo che gli israeliani avevano «visitato» Fordo. La formulazione lascia volutamente aperti molti interrogativi. Potrebbe riferirsi a operativi del Mossad, ad agenti iraniani reclutati dall’intelligence israeliana o a entrambe le componenti. Cohen non ha fornito dettagli e, trattandosi di una delle operazioni più sensibili condotte contro l’Iran, è improbabile che lo faccia presto.
Il precedente più clamoroso dimostra comunque quanto profondamente il Mossad sia riuscito a penetrare negli apparati iraniani. Nel gennaio 2018 agenti al servizio di Israele entrarono in un deposito alla periferia di Teheran e portarono fuori dal Paese migliaia di documenti e supporti digitali dell’archivio nucleare segreto iraniano. L’operazione consentì a Israele di ottenere una quantità enorme di informazioni sul programma nucleare militare sviluppato clandestinamente dalla Repubblica islamica.
Cohen ha fatto discutere anche per un’altra affermazione pronunciata a Safed, sostenendo che l’uranio arricchito al 60 per cento sarebbe ancora «lontano da una bomba». È un’affermazione che richiede cautela. Il 60 per cento è molto superiore ai livelli necessari per la maggior parte degli impieghi civili e rappresenta già una parte sostanziale del lavoro necessario per raggiungere livelli vicini al 90 per cento utilizzati per un ordigno nucleare. Diversi esperti hanno stimato che, disponendo di materiale e centrifughe sufficienti, il passaggio finale potrebbe avvenire in tempi relativamente brevi.
La rivelazione più importante resta dunque quella sulle visite a Fordo. Per anni Israele ha ripetuto di conoscere molto bene il programma atomico iraniano, dimostrando in diverse occasioni di possedere fonti e capacità operative all’interno della Repubblica islamica.
Adesso un uomo che ha diretto il Mossad per cinque anni suggerisce che quella conoscenza arrivava letteralmente dentro la montagna. Fordo era stato costruito perché fosse quasi impossibile distruggerlo dall’aria. Evidentemente, per l’intelligence israeliana, questo non significava che fosse impossibile entrarci.