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Setteottobre Rassegna Stampa
11.08.2026 Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce
Cronaca di Rosa Davanzo

Testata: Setteottobre
Data: 11 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: Rosa Davanzo
Titolo: «Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Rosa Davanzo dal titolo: "Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce"

Golan. Israele si prepara al nemico che non conosce
Fossati, terrapieni e nove avamposti oltre il confine siriano. Dopo il 7 ottobre l’IDF abbandona le vecchie certezze e costruisce la difesa sulle capacità del nemico, chiunque esso sia

La nuova frontiera israeliana con la Siria ha fossati profondi quattro metri, grandi terrapieni, sistemi di osservazione e artiglieria pronti a battere i punti più vulnerabili.
E soprattutto nasce da una convinzione maturata il 7 ottobre 2023: il pericolo maggiore comincia quando si crede di sapere che cosa farà il nemico.

Due anni fa l’IDF ha avviato lungo il Golan il progetto Mizrach Hadash, “Nuovo Oriente”, un gigantesco intervento destinato a rafforzare la barriera lungo la frontiera siriana.
Secondo quanto riferisce Ynet, circa l’80 per cento dei fossati previsti, larghi e profondi quattro metri, è ormai completato, da Majdal Shams fino alla zona meridionale vicina al punto d’incontro tra Israele, Siria e Giordania.
Anche l’IDF ha confermato nelle sue comunicazioni ufficiali il progressivo rafforzamento dell’ostacolo ingegneristico denominato “Mizrach Hadash”.
È però soltanto la parte visibile di una trasformazione assai più profonda.

La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 ha cancellato in poche ore un equilibrio durato decenni.
Israele è entrato nell’area di separazione istituita dall’accordo del 1974 e ha creato una presenza militare avanzata oltre la Linea Alpha.
Oggi la brigata territoriale 474, sotto la divisione 210, opera in territorio siriano e mantiene una rete di postazioni che consente all’IDF di controllare il terreno prima che un’eventuale minaccia raggiunga il confine israeliano.
L’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo censisce nove postazioni militari israeliane, dal monte Hermon attraverso l’area di Quneitra fino alla parte occidentale della provincia di Daraa.

L’idea è semplice e rappresenta quasi il rovesciamento della dottrina che precedette il massacro del 7 ottobre.
«Non definiamo più la risposta difensiva sulla base di chi sia il nemico», ha spiegato a Ynet un alto ufficiale del comando settentrionale.
Può essere Hezbollah, l’esercito siriano, una formazione jihadista, una milizia locale.
La domanda decisiva è un’altra: che cosa è capace di fare?
È una frase che contiene una piccola rivoluzione militare.

Prima del 7 ottobre l’intelligence israeliana aveva costruito una parte della propria sicurezza sulla capacità di interpretare intenzioni, convenienze e comportamenti dell’avversario.
Hamas era considerato interessato a governare Gaza, a preservare ciò che aveva ottenuto, a evitare una guerra devastante.
Il 7 ottobre ha dimostrato quanto possa essere letale trasformare una valutazione dell’intenzione del nemico in una certezza.
Sul Golan si cerca adesso di ragionare al contrario. Non importa stabilire in anticipo quale sigla comparirà dall’altra parte della frontiera.
Si osservano uomini, armi, terreno e possibilità operative. Un pastore può essere un pastore. Un civile armato può difendere il proprio villaggio.
Una piccola formazione apparentemente irrilevante può diventare il nucleo di una struttura jihadista.
Il sistema difensivo deve reggere in tutti questi casi.

Il problema è reso ancora più complesso dalla Siria post-Assad.
Il presidente Ahmed al-Sharaa sta cercando contemporaneamente di consolidare il nuovo Stato siriano e di arrivare a un’intesa di sicurezza con Israele.
A fine luglio ha confermato pubblicamente che Damasco persegue un accordo che possa stabilizzare i rapporti tra i due Paesi.
Sul terreno, però, il mosaico resta pericolosamente mobile: gruppi jihadisti, milizie locali, civili armati e residui delle reti costruite negli anni dall’Iran convivono in uno spazio nel quale le fedeltà possono cambiare rapidamente.

Per questo Israele ha spostato in avanti la propria linea di difesa.
Le pattuglie della 474 operano nei villaggi siriani, sequestrano armi, individuano infrastrutture militari e cercano di impedire che organizzazioni ostili possano insediarsi vicino al Golan.
Già nel 2025 l’IDF documentava decine di operazioni mirate e il sequestro di armi abbandonate dalle forze del vecchio regime.

È una presenza destinata inevitabilmente a produrre attriti con la popolazione locale e contestazioni internazionali.
Damasco chiede il ritorno alla situazione precedente alla caduta di Assad e considera la presenza israeliana una violazione della propria sovranità.
Israele, dopo ciò che è accaduto lungo il confine di Gaza, considera invece intollerabile affidare nuovamente la sicurezza delle proprie comunità di frontiera alla speranza che dall’altra parte qualcuno mantenga l’ordine.
È qui che il Golan diventa qualcosa di più di un fronte militare. Il 7 ottobre ha lasciato a Israele una lezione terribile: una frontiera può sembrare tranquilla fino alla mattina in cui smette di esserlo. Fossati, terrapieni e avamposti di “Mizrach Hadash” sono la traduzione materiale di quella lezione. Israele non pretende più di conoscere il prossimo nemico. Vuole essere pronto se mai dovesse arrivare.


info@setteottobre.com

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