Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Pierluigi Battista dal titolo: "L’antisemitismo normalizzato"

Magari fossero solo i naziskin. Magari fosse solo la Bulgaria in cui le squadracce naziste minacciano i giovani ebrei chiusi in un hotel. Magari fossero i soliti antisemiti doc, con la svastica al posto del cervello e il cranio vuoto e rasato secondo il costume neo-nazi. Magari. Ma l’antisemitismo, l’odio antiebraico, travestiti da antisionismo, hanno scavalcato la recinzione che li teneva rinchiusi nella sfera infetta dell’inaccettabile e dell’impresentabile. Nel silenzio mortale di una cultura democratica e progressista sempre più vulnerabile al richiamo di un estremismo radicalizzato non più combattuto a viso aperto, l’antisemitismo – la violenza antisemita per meglio dire – dilaga indisturbato anche a sinistra. Gli ebrei di sinistra lo sanno, e ne soffrono terribilmente. Ma l’impermeabilità del grosso della cultura democratica, di un’università degradata e di un sistema mediatico alla deriva, non li sta nemmeno più ad ascoltare. Nel corso di pochi anni il furore antisemita è diventato normale. Non si reagisce più. Non si combatte più. Non si manda nemmeno un biglietto di solidarietà (o lo si fa tra gli sbadigli, svogliatamente) a Liliana Segre, bambina sopravvissuta ad Auschwitz, quando viene bullizzata da Francesca Albanese, che con le onorificenze regalatele stoltamente dai Comuni di sinistra arriva a fare la negazionista sugli stupri delle donne ebree nell’inferno del 7 ottobre. Tutto normale. L’antisemitismo normalizzato. Magari fossero solo i neo-nazi di Sofia.
Una delle ultime di questa follia normalizzata. Un gruppo di docenti nostalgici dello stalinismo proclamano arroganti: chi dovrà assumere l’incarico di Rettore deve sottoscrivere obbligatoriamente un atto di fede antisionista (antisemita, è uguale oramai) e dimostrare la sua fedeltà all’ortodossia antisionista con un atto esplicito di vibrante “opposizione al genocidio e alla politica di costante aggressione di Israele”, e tra l’altro si pretende in modo perentorio che si assumano “impegni programmatici, limpidi e vincolanti” per l’ostracizzazione dello Stato ebraico. Ma i professori della Sapienza non si fermano a questi dogmi della propaganda antisionista. No, vanno decisamente più in là, e proprio loro che per concorso e funzione dovrebbero aver superato un esame di idoneità culturale ed aver assorbito da qualche libro almeno una spruzzatina di storia, i rudimenti di un’elementare conoscenza storica se non altro per rispetto dei poveri studenti costretti a seguire queste cattedre di ignoranza, vaneggiano invece del presunto genocidio come “esito delle politiche attuate in Palestina da 78 anni”.
O meglio, non è che vaneggino, semplicemente fanno proprio il proclama più frusto dell’islamismo fondamentalista antiebraico che fa coincidere la nascita stessa dello Stato di Israele nel 1948 (“78 anni” fa, appunto) come la tappa decisiva di un progetto genocida che contraddistinguerebbe il sionismo per propria stessa natura. Cioè, secondo questa vulgata che sta infestando anche l’università italiana, i superstiti della Shoah, come Aharon Appelfeld, che hanno combattuto contro i paesi arabi dalla parte del nascente Stato di Israele, si sarebbero trasformati ipso facto da vittime del genocidio a carnefici di un altro genocidio, nel giro di pochissimi anni. E’ stupefacente che venga ignorato in tutta la cultura democratica e progressista l’orribile sapore antisemita di questo falso storico propagandato dagli inquisitori della Sapienza. E’ stupefacente che non abbia ricevuto anche nella stampa più autorevole un minimo accenno dipreoccupazione questo spropositato attacco alla libertà accademica in cui si vincola un candidato Rettore di una delle un tempo prestigiose sedi universitarie italiane a osservare le prescrizioni di un manipolo di intolleranti. E’ stupefacente che la sinistra sappia ricadere così facilmente negli errori del passato. Solo che in passato il Pci e la Cgil di Luciano Lama tentarono (fallendo) di arginare l’estremismo forsennato che si era insediato con prepotenza e violenza nell’Università di Roma. Oggi invece le forze istituzionali della sinistra, e una Cgil oramai a rimorchio di sigle estremiste che un tempo venivano tenute ai margini, sono diventate così subalterne dal non saper vedere il sottinteso antisemita che agita e inquina il diktat del Kollettivo dei docenti. La normalizzazione dell’antisemitismo, appunto.
Tutto normale, tutto accettabile, tutto ridimensionato a fenomeno politicamente e culturalmente irrilevante.
E’ stupefacente, del resto, che nei mesi scorsi abbiamo dovuto attendere invano una parola, una sola parola di afflizione da parte della segretaria del Pd Schlein perché nell’un tempo prestigiosa Ca’ Foscari di Venezia, era stato impedito di parlare a un esponente del suo partito, Emanuele Fiano, colpevole solo di essere “sionista”, insomma ebreo. Anzi, in aggiunta, la stessa Elly Schlein non ha voluto accompagnare Fiano a una cerimonia di simbolico risarcimento a Ca’ Foscari insieme alla ministra dell’Università Bernini e non ha nemmeno commentato la richiesta di messa al bando del sionista Fiano da parte dei giovani del Pd di Bergamo, prova, ahinoi, di un inquinamento antiebraico in un partito che a maggioranza incredibilmente non ha voluto firmare un atto parlamentare dallo spirito bipartisan a contrasto dell’antisemitismo.
E adesso sono arrivate anche le liste di proscrizione, l’invito alla delazione per stanare gli israeliani, anche gli ebrei non israeliani ma “sionisti”. Una campagna che ricorda sempre più da vicino la sceneggiatura del film “Concorrenza sleale” di Ettore Scola, quando nel 1938 gli italiani di sangue puro dovevano fare il vuoto attorno ai negozi ebrei come accompagnamento corale delle leggi razziali del fascismo. Non è un’esagerazione retorica, è proprio così. Su alcune piattaforme, alla vigilia del periodo delle vacanze, è comparso un appello a riempire in massa un questionario utile per segnalare online e censire capillarmente la presenza di cittadini israeliani o ebrei in alberghi, strutture ricettive e attività commerciali: una caccia all’ebreo in vacanza. L’obiettivo del questionario, amplificato e rilanciato attraverso numerose chat era infatti quello di realizzare una “mappatura del turismo sionista”. Proprio così: una “mappatura”, un elenco dettagliato degli ebrei che si recano in vacanza, con gli albergatori e gli altri titolati di strutture ricettive, zelanti militanti della causa antisemita, a denunciare al Gauleiter antisionista di turno l’inqualificabile e tentacolare invasione turistica della lobby ebraica. Tra l’altro, i promotori dell’iniziativa, ignoranti come sono, non sanno nemmeno (ma bastava leggere “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani) che uno dei soprusi contenuti nelle leggi razziali prevedeva il tassativo divieto per gli ebrei di frequentare luoghi di villeggiatura. Ma le liste di proscrizione hanno suscitato blanda e distratta attenzione, la cultura democratica è rimasta silente. E silente, omertosa, indifferente, cinicamente accondiscendente con il senso comune dominante che identifica lo Stato ebraico come un mostro sanguinario, l’unico mostro sanguinario del mondo, è rimasta la cultura democratica di fronte all’esclusione (poi solo molto tardivamente rientrata) degli ebrei Lgbtq+ dal Gay Pride romano. I militanti pro Pal omosessuali dovrebbero sapere che Israele è l’unico stato del medio oriente dove è consentito manifestare con il Gay Pride, ma fanno finta di non saperlo. Dovrebbero sapere che gli omosessuali dei paesi islamici che circondano Israele sono perseguitati, massacrati, uccisi e che gli omosessuali di Gaza o sono stati scaraventati dai tetti nel giubilo dei predoni di Hamas oppure sono costretti a scappare e chiedere rifugio proprio alla tollerante democrazia israeliana, ma fanno finta di non sapere. La cultura democratica, un tempo argine contro le derive antisemite, fa finta di non vedere, di non sentire. L’argine si è rotto, l’esclusione degli ebrei dal Gay Pride non suscita indignazione. Le liste di proscrizione sui vacanzieri ebrei (non in Bulgaria, in Italia) non suscita indignazione. Il diktat antisemita dei docenti della Sapienza non suscita indignazione. Tutto è diventato normale, senza argini, senza contrasti. Il tabù dell’antisemitismo si è frantumato, e i liquami scorrono indisturbati senza un alveo civile che li contenga.
E’ una storia lunga, oramai quasi tre anni, con il morbo antisemita e la sconfitta epocale della cultura democratica e progressista che gradualmente si sono gonfiati a dismisura fino a rendere normale l’inimmaginabile prima del pogrom di Hamas. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, per così dire a “genocidio” cronologicamente non ancora consumato, a Berlino hanno minacciato il Memoriale della Shoah, a Barcellona hanno assaltato un albergo che aveva la grave colpa di essere proprietà di un ebreo, oppure nella “progressista” università di Stanford un professore antisemita aveva imposto a uno studente ebreo, tolta la kippah, di mettersi con la faccia al muro per sentire sulla sua persona l’umiliazione vissuta dai palestinesi oppressi da Israele. Solo dopo pochi mesi, all’inizio del 2024, una studentessa ebrea torinese rivelò che a Torino “quasi nove su dieci ragazzi ebrei hanno cambiato le loro abitudini”, “hanno smesso di seguire le lezioni all’università, non portano più la kippah in luoghi pubblici, non utilizzano il proprio nome e cognome se tipicamente ebraico, non utilizzano oggetti e indumenti che siano riconducibili alla loro identità”, e a uno di loro addirittura “hanno sputato perché indossava la collana con la stella di David”. Un episodio di palese e abnorme antisemitismo in via di normalizzazione totalmente ignorato dal mondo dell’informazione e dal mondo politico. In altri tempi, magari tutelati da una barriera di ipocrisia che confinava ancora nel campo dell’indicibile l’odio antiebraico, ci saremmo aspettati reazioni veementi da parte delle più alte istituzioni a difesa di cittadini italiani di religione ebraica costretti a nascondersi, a mimetizzarsi e a non poter frequentare le più turbolente aule universitarie per non diventare bersaglio delle squadracce di bulli che non sopportano nemmeno la vista di una stella di David.
E invece, neanche un comunicato in cui si dicesse più o meno: “Cari concittadini ebrei, in Italia sarete al sicuro e non permetteremo che i facinorosi mettano a repentaglio la vostra sicurezza e la libertà della cultura”. Niente di niente. Niente a sinistra. Niente a destra. Niente al governo. Niente al Quirinale. La normalizzazione dell’antisemitismo anche se travestito da antisionismo o addirittura, colmo di ogni ipocrisia, da “critica al governo omicida di Israele” sta tutta in questo rassegnato silenzio. Nei giornali l’episodio fu derubricato come manifestazione marginale di un gruppetto di “radicalizzati” di poco conto. E del resto gli stessi giornali, e il mondo politico che seleziona la sua agenda sui ritmi e le modalità offerte dal mondo dei media e soprattutto da quello dei social, oramai incapaci di persino di difendersi dal grottesco, presero per buona, come se fosse una normale colluttazione tra ultras del calcio avvinazzati, la terribile caccia all’ebreo scatenata ad Amsterdam nell’autunno del 2024 dopo una partita tra la squadra della città e il Maccabi di Tel Aviv. Ci sono immagini feroci che dimostrano come i singoli tifosi israeliani siano stati malmenati per strada da gruppi islamisti radicali come “sporchi ebrei”, identificati da tassisti complici che indicavano gli spostamenti degli ebrei, da gestori degli hotel complici che avvertivano le squadracce quali fossero i clienti ebrei da raggiungere e pestare dieci contro uno prima dell’ingresso in albergo. “Scontri tra ultras” fu la parola d’ordine dei media, e tutto perché i tifosi israeliani si erano permessi di fischiare l’esibizione di una bandiera palestinese. Della feroce caccia all’ebreo nemmeno l’ombra. Nemmeno un interrogativo. Nemmeno un minimo di distanza critica da parte dei giornali che ogni giorno tuonano contro il predominio delle fake news. Eccola, la bugia stava ad Amsterdam.
Ovviamente ci si rifugiava ancora nella retorica minimizzatrice che addossa tutte le colpe della febbre antisemita alle voci stridule e dissonanti di gruppi marginali, estremi, appannaggio di ancora sparute frange minoritarie. Poi questo ultimo diaframma difensivo si è lacerato fino a sparire. Durante il corteo milanese dell’ultimo 25 aprile, stavolta i fanatici non si sono limitati (le solite “frange” cui accollare ogni responsabilità) a fischiare e lanciare invettive contro la bandiera della Brigata Ebraica. Hanno fatto molto di più: centinaia e centinaia di manifestanti inferociti hanno circondato gli ebrei colpevoli di aver dato vita all’associazione Sinistra per Israele, li hanno bersagliati di sputi e spintoni senza che qualcuno intervenisse in loro soccorso, qualcuno ha addirittura intonato lo slogan atroce “siete saponette mancate”, corollario e variazione sul tema caro all’antisemitismo più osceno “Hitler non ha finito il lavoro”. Non è più il vomito dei gruppetti neo-nazi. Sulpiano verbale e simbolico, è piuttosto la saldatura definitiva tra l’antiebraismo di matrice nazista e l’antisionismo che si fa scudo della retorica anti-imperialista per dare sfogo a un odio antigiudaico tenuto malamente a bada nel decenni successivi alla Shoah. Una saldatura aberrante che si è manifestata in una trasmissione condotta da una figura “democratica” come Bianca Berlinguer, incapace di contraddire un comico di serie B e colmo di rancore per lacatena di insuccessi che ha coronato la sua mediocre carriera. E cioè Enzo Iacchetti, che si era permesso senza un minimo di decente contraddittorio di sproloquiare sullafamigerata “lobby ebraica” che controlla “il mondo e le banche”, un classico della propaganda hitleriana e di chiunque ha ideologicamente dato credito a un notorio falso storico di fabbricazione russa pre sovietica come “I protocolli dei Savi Anziani di Sion”. Una saldatura sconcertante che però non ha suscitato se non proteste svogliate e reticenti da parte della sinistra che in teoria dovrebbe essere all’avanguardia nella denuncia dei criminidell’antisemitismo. Ma oramai, purtroppo, solo in teoria. Non una parola di condanna forte degli
energumeni pro Pal delle “saponette mancate” e di solidarietà a chi è stato impedito di presentare libri non ortodossi. Mai niente, come se fosse normale. Forse perché è effettivamente diventato normale.
Come dimostra il caso bulgaro, non si può dire certo che l’Italia abbia il monopolio incontrastato della velenosa predicazione antisemita dominante nel mondo dei presunti “buoni”, buoni presunti come i flotilleros che senza nessun pudore hanno versato lacrime e si sono lacerati le vesti durante i funerali del dittatore iraniano Khamenei, a poche settimane dallo spaventoso massacro dei dissidenti a Teheran: anche qui, saldatura definitivamente compiuta con i burattinai di Hamas. Recentemente il cantante Boy George, reo di aver cantato un brano, “We will dance again”, dedicato ai giovani israeliani morti nella carneficina del Festival Nova del 7 ottobre 2023, è stato massacrato nei commenti antisemiti apparsi sui social, così violenti da indurre la tremebonda piattaforma che pubblica le sue opere a cancellare, sotto il peso del linciaggio online, quella di un suo artista, lasciato in balia della canea che non tollera il ricordo degli ebrei morti ammazzati durante il più grande pogrom dopo la Shoah. In Francia, come ha raccontato su queste pagine Giulio Meotti, un editore ha deciso di non pubblicare un libro sulla Shoah dello storico Rafael Medoff perché l’autore si era rifiutato di inserire una presa di posizione contro Israele, come imperiosamente gli era stato prescritto. E sempre In Francia, a Grenoble, una folla scatenata ha interrotto poche settimane fa un concerto con urla e bottiglie lanciate sul palco per cacciare la dj Barbara Butch, attivista lesbica, regina del mondo queer, la protagonista di uno dei tableau più controversi, una parodia in chiave Lgbtq+ dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, in cui nella cerimonia d’apertura delle Olimpiadi francesi del 2024, lei appariva con una corona in testa, circondata da drag queen. Una figura molto amata nel mondo progressista francese, ma quando, soprattutto nei paraggi dell’estremismo antisemita di marca melenchoniana, hanno scoperto che era ebrea e non intendeva allinearsi ai dogmi pro Pal l’anatema è stato scagliato contro di lei. Ora per lei ogni palco pubblico è e resterà interdetto. Mentre Mélenchon si prepara a diventare candidato per le prossime presidenziali dopo aver ricevuto l’ovazione dei suoi seguaci perché in un comizio ha voluto pronunciare con la folla in delirio il nome di Epstein non con il corretto “Epstin”, ma con l’urlato “Epstain” (con la a) per rimarcare l’identità ebraica di un mascalzone morto in carcere in circostanze molto misteriose. Gli stessi seguaci, non va dimenticato, che cacciarono da una manifestazione unitaria della sinistra il socialista ebreo Raphaël Glucksmann, inseguito dai picchiatori di Mélenchon che gridavano nefandezze contro l’orrido “sionista”. Anche in Francia, come in Italia, reazioni molto blande e convenzionali. La normalizzazione dell’antisemitismo non conosce confini.
Del resto, il clima di spaventosa regressione culturale che oramai mette sullo stesso piano di indegnità morale l’antisionismo che veste panni di sinistra e l’antisemitismo classico ha reso normale persino la mostrificazione e la disumanizzazione degli ebrei e del loro Stato, già bersagliati dall’accusa di “genocidio” fatta propria da una sinistra oramai totalmente priva di memoria storica. Su un giornale che dovrebbe essere il simbolo dell’autorevolezza, il New York Times, è stata pubblicata come fosse vera la balla dei cani che sarebbero stati addestrati dalle forze armate israeliane per violentare i detenuti palestinesi. Uno scrittore “de sinistra” in Italia diffonde la panzana che gli israeliani abbiano consentito che i cani divorassero i piccoli corpi dei bambini ammazzati a Gaza. Una influencer sproloquia davanti ai suoi follower di fabbriche israeliane di organi umani rifornite dai palestinesi uccisi dai genocidi. E’ normale. Tutto spaventosamente normale.
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