Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Davide Romano dal titolo: "La disinformazione non può avere due pesi e due misure"

Davide Romano
Le fake news che tentano di orientare l’opinione pubblica e l’esito delle urne sono un attentato alla democrazia. Lo sono ancora di più quando dietro la loro diffusione si sospetta la regia di attori statali stranieri, interessati a piegare il dibattito pubblico di un altro Paese ai propri obiettivi geopolitici. È un principio che l’Unione Europea ripete da anni a proposito delle ingerenze russe o cinesi. Ed è un principio giusto.
Sulla disinformazione russa legata alla guerra in Ucraina l’Europa ha costruito una risposta strutturata: dalla task force East StratCom alle sanzioni contro Russia Today e Sputnik, oscurate perché ritenute strumenti di propaganda. Una vigilanza costante, rivendicata come presidio di sicurezza democratica e poi codificata nel Digital Services Act.
Lo si nota anche in queste ore con la nuova crisi di Ceuta, dove decine di migliaia di migranti hanno cercato di raggiungere l’enclave spagnola dal Marocco, tanto che anche Papa Leone XIV ha espresso preoccupazione all’Angelus. Sul ruolo dei social si è aperto subito un dibattito europeo: si è sospettato, come nel maggio 2021, che la viralità dei messaggi e dei tutorial per attraversare il confine non sia spontanea e che Rabat usi la pressione migratoria come leva geopolitica. Il solo sospetto basta a mettere in moto Bruxelles e i governi: gli anticorpi democratici funzionano, quando vogliono.
Da anni, però, sulle stesse piattaforme circolano narrazioni sistematicamente favorevoli ad Hamas, spesso costruite su immagini decontestualizzate, video vecchi di altri conflitti o rilanciate da account legati a un’organizzazione che l’UE qualifica come terroristica. Su questo fronte, però, non si è mai visto lo stesso livello di allerta istituzionale: niente vertici dedicati, niente ipotesi di regia indagate con la stessa determinazione, niente attivazione degli stessi anticorpi. Il dibattito sulla disinformazione, quando riguarda Gaza, non esiste con la stessa intensità.
Il risultato si vede ogni sera nei telegiornali italiani, dove i bollettini sulle vittime forniti dal “Ministero della Sanità di Gaza” — organo controllato da Hamas — vengono presi per buoni e rilanciati senza alcun fact-checking. La cornice narrativa di Hamas viene ripresa con un’autorevolezza che raramente si riserva alla versione israeliana, ovvero quella di una democrazia che risponde a un’aggressione senza precedenti e che combatte in un contesto dove Hamas usa i civili come scudi.
Lo stesso schema si è visto durante le recenti tensioni con l’Iran. Il regime di Teheran, che dal 1979 lavora per la distruzione degli Stati Uniti e di Israele, finanzia Hamas e Hezbollah e massacra il proprio popolo quando chiede libertà, è stato presentato da larga parte dell’informazione occidentale come vittima degli attacchi americani: un regime autoritario trasformato in parte lesa.
Non si tratta di stabilire quale disinformazione sia più grave, ma di chiedersi perché la vigilanza si attivi in alcuni casi e resti spenta in altri. Se l’allarme su Ceuta di questi giorni è legittimo, lo stesso standard va applicato a chi usa i social per raccontare Gaza con gli occhi di chi vuole la distruzione di Israele. Senza questo, la lotta alla disinformazione diventa selettiva e perde di credibilità.
C’è poi un paradosso: alcune forze europee accusano di disinformazione proprio Israele, accostandolo agli Stati Uniti ed all’estrema destra. Chi è rimasto in silenzio per anni sulla propaganda di Hamas si scopre improvvisamente vigile, ma punta il dito nella direzione sbagliata, scambiando una democrazia per un regime.
La coerenza non è un optional: è la misura della credibilità di chi la invoca.