venerdi 07 agosto 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Israele sta eliminando i nuovi nazisti con una taskforce che si chiama NILI (Video di Ciro Principe) 02/08/2026


Clicca qui






Il Riformista Rassegna Stampa
07.08.2026 Boy George, uno dei trentasei giusti
Commento di Francesco Lucrezi

Testata: Il Riformista
Data: 07 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: Francesco Lucrezi
Titolo: «Boy George, uno dei trentasei giusti»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Francesco Lucrezi dal titolo: "Boy George, uno dei trentasei giusti"

Una toccante leggenda ebraica, detta dei Lamed-vav Tzadikìm, “i trentasei Giusti”, narra che, in ogni generazione, ci sono sempre 36 Giusti, nascosti in qualche parte del mondo, grazie alla cui rettitudine morale il Signore non distrugge il mondo, come già fece in occasione del diluvio universale. Non si conoscono tra di loro, nessuno sa che lo sono, e loro non sanno di esserlo. Anzi, se lo scoprissero perderebbero quel merito così prezioso. Non sono degli eroi, si presentano comedelle persone semplici, normali, che non danno nell’occhio. Forse ne abbiano incontrato qualcuno, ma non lo abbiamo riconosciuto. 

Eppure, sono loro che salvano il mondo. Senza il Bene che loro portano, il mondo sarebbe perduto. Nei tempi funesti che stiamo vivendo, abbiamo un particolare bisogno di credere che i Giusti esistano. Ne abbiano bisogno, per contrastare il funesto pensiero che il mondo meriti una nuova distruzione. Un nuovo diluvio, che sommerga un Male dilagante, che non ha neanche il coraggio di chiamarsi col suo vero nome, e si camuffa dietro la maschera del Bene.

In genere, dai racconti dei fratelli Singer, abbiamo imparato che i Giusti sono delle persone di condizione molto umile: mendicanti, ciabattini, straccivendoli. Io credo di avere identificato uno dei 36 Giusti di questa generazione, ma non è come i personaggi dei Singer, anzi, direi che è l’opposto. 

Si tratta infatti di una rockstar di grande successo internazionale, noto per i suoi abbigliamenti particolarmente eccentrici e colorati. L’esatto contrario del tipo che “non dà nell’occhio”. Mi riferisco al cantante britannico Boy George (al secolo George Alan O’Dowd), che ha deciso – unico del suo ambiente – di dire, attraverso la sua arte, delle parole di verità e di umanità sulla crudele cappa di piombo andata a calare, ancora una volta, sul popolo ebraico. Lo fa attraverso una canzone di straordinario impatto emotivo, cantata in inglese e in ebraico, accompagnata da uno straziante video che mostra le immagini dei ragazzi vittime del 7 ottobre, poste nel luogo del massacro, tra piante e fiori. 

Rivolgendosi a un interlocutore indistinto – forse il mondo intero, ma, probabilmente, soprattutto i suoi colleghi musicisti, la maggioranza dei quali “propal” –, George dice, con pochissime parole, tutto quello che c’è da dire: “Voi parlate di genocidio, ma io dico che è guerra. Cosa dovrebbe fare un esercito di fronte a chi vuole uccidere un intero popolo, fino all’ultima persona? Voi non avete detto niente sul Ottobre, quando giovani ragazze sono state violentate contro degli alberi e poi brutalmente massacrate, per il loro crimine di avere danzato. Voi condannate gli ebrei con una memoria selettiva. Vedo musicisti che sventolano bandiere e belano come pecore, ripetendo a pappagallo quello che dice internet, senza sapere di cosa parlano. Una propaganda così stupida. Ma, credetemi, noi danzeremo ancora, e non ci sarà guerra. Se voi avete le idee confuse, io sto dalla parte degli ebrei. I don’t feel brave, I just need to behave like a human. Non mi considero coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi come un essere umano”.

Queste ultime parole mi ricordano quelle pronunciate da un grande uomo che, certamente, fu tra i Lamed-vav Tzadikìm della sua generazione, Giorgio Perlasca. A chi gli chiedeva dove avesse trovato lo straordinario coraggio di fare quello che aveva fatto, Perlasca, con disarmante semplicità, rispose con una contro-domanda: “perché, Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?”. Domanda davvero imbarazzante, perché qualsiasi uomo normale, nelle condizioni di Perlasca, avrebbe certamente pensato innanzitutto a salvare la pelle, senza rischiarla per delle persone che non conosceva, e verso le quali non aveva alcuna responsabilità. Da vero Giusto, Perlasca non si gloriò in alcun modo di quanto aveva fatto, e solo dopo la caduta del Muro di Berlino la sua vicenda fu conosciuta, ed ebbe pubblici riconoscimenti per il suo immenso coraggio.

George non rischia la vita, ma comunque sta già pagando un alto prezzo per la sua scelta. Ha rotto col suo manager, ha dovuto ritirare la sua partecipazione da importanti spettacoli, è subissato da messaggi di odio sui social, la sua canzone è stata cancellata da molte piattaforme, perderà certamente buona parte del suo pubblico. Eppure, anche lui, come Perlasca, dice di non considerarsi un coraggioso, ma solo di essersi voluto comportare da essere umano. 

Nessuno, nel mondo del rock, si è comportato come lui. 

Sorge la domanda: come mai? I suoi colleghi musicisti che “belano come pecore” credono veramente alle menzogne sul genocidio e cose del genere, o fanno finta di crederci? Hanno una vera ripugnanza verso gli ebrei, o fanno finta, non gliene importa davvero niente delle ragazze catturate, stuprate e sgozzate, o preferiscono disinteressarsene per tornaconto, ignavia, convenienza?  Perché sventolano tutti la stessa bandiera? 

Com’è noto, è sempre difficile rispondere a domande come questa. E, tutto sommato, importa poco.  Anche George, in un suo video, ha esibito una bandiera. Quella che, in tutto il mondo, tranne un solo Paese, si vede solo quando viene bruciata. Nella “guerra delle bandiere”, direi che non c’è proprio gara.  

Ma non a caso i Giusti sono solo trentasei, in un mondo di otto miliardi di persone.

Mi piace pensare che George sia uno di loro. Ma non dobbiamo dirglielo, perché non lo deve sapere.


redazione@ilriformista.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT