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Il Riformista Rassegna Stampa
06.08.2026 Bibi il capro espiatorio
Commento di Enrico Cerchione

Testata: Il Riformista
Data: 06 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: Enrico Cerchione
Titolo: «Bibi il capro espiatorio»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Enrico Cerchione dal titolo: "Bibi il capro espiatorio"

 

Non esiste una sentenza definitiva. Esiste un processo per corruzione ancora in corso. Esistono accuse. Esiste un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale. Una Corte il cui principale procuratore, Karim Khan, è stato sospeso e poi rimosso il 24 luglio 2026 con voto degli Stati membri per abusi sessuali su una subordinata. Una Corte che continua a mantenere in vita quei mandati nonostante la rimozione di chi li aveva chiesti.

Finché non c’è una condanna, chiamarlo “criminale” non è un fatto giuridico. È una scelta retorica.

Eppure molti di noi sperano che vinca Gadi Eisenkot, o un altro sfidante. Non perché Netanyahu sia innocente di tutto, il processo per corruzione esiste, la gestione della guerra ha avuto costi umani altissimi, la coalizione con estremisti di destra ha un prezzo politico e morale. Ma perché così finisce finalmente la tiritera. Quella che riduce ogni discussione su Israele a una sola formula facile: “è tutta colpa di Bibi”. Quella che permette a troppi di sentirsi a posto mentre sparano a zero contro lo Stato ebraico.

Si sente ripetere che la colpa dell’antisemitismo dilagante nel mondo è dei comportamenti di quel primo ministro. Eppure, quando la controffensiva israeliana al 7 ottobre non era ancora partita, già si manifestava contro il “genocidio” e si attaccavano gli “ebrei” (badate bene, non gli israeliani o i suoi militari, ma gli ebrei) per le strade di tutto il mondo occidentale, a partire dalle università.

In Medio Oriente e in Africa settentrionale gli ebrei non potevano più essere perseguitati perché erano già stati cacciati, dopo secoli di presenza. Erano circa ottocentocinquantamila. Non hanno avuto un’agenzia per i rifugiati. Sono stati assorbiti e integrati in Occidente e in Israele. I palestinesi, invece, restano “rifugiati” con uno status tramandato a vita dai bisnonni. Non è un incidente storico. È una costruzione politica deliberata che tiene vivo il conflitto. E chi grida al genocidio a Gaza raramente chiede la fine di questo status ereditario.

Siamo in una curva di stadio.

Non conosciamo i nostri vicini, non sappiamo chi sono davvero. Ma basta che qualcuno intoni lo slogan giusto  (“Netanyahu è un criminale!”) e improvvisamente tutti esultano come fratelli. Si crea un’unità momentanea, superficiale, rassicurante. Non richiede conoscenza. Non richiede distinzioni. Non richiede responsabilità. Richiede solo di urlare insieme.

Ed è questa costante trasversale che unisce, come l’Italia ai Mondiali dei bei tempi, tutto l’elettorato, da destra a sinistra. Questo meccanismo non risparmia quasi nessuno. Neanche tra chi si dichiara amico di Israele.

Il governo attraverso Meloni e Tajani hanno mantenuto una certa continuità nel sostegno, ma non hanno esitato a condannare anche quando gli episodi erano non verificati e si sono poi rivelati false accuse o ricostruzioni dell’apparato comunicativo di Hamas. I rappresentanti del nuovo centro, per quanto compatti nella condanna a Putin, restano all’interno della cerchia influenzata dal mainstream progressista: amici di Israele fino a un certo punto, quello del vox populi.

Pina Picierno ha scritto nero su bianco di non avere problemi a chiamare crimini di guerra le responsabilità di Netanyahu e ha accostato il suo nome a quello di Putin. Carlo Calenda, che pure ha sempre difeso il diritto di Israele a esistere e a difendersi, ha definito il governo Netanyahu “un governo criminale” e ha parlato di ministri che “si comportano da razzisti e criminali di guerra”. Qui la colpa può essere delle ragioni di consenso elettorale o delle frequentazioni dei salotti in cui la cultura di sinistra, con i suoi orpelli anticapitalisti e antiamericani, si traduce facilmente in odio verso un politico di destra vicino ai repubblicani americani.

A sinistra, tra chi non è apertamente antisionista, lo slogan è diventato quasi obbligatorio. Si fa a gara nel “campo largo” per chi ha la parola più infame per il primo ministro a Gerusalemme.

I crimini certi e giudicati? Per ora nessuno.

Ma è di destra. E nonostante abbia governato in anni di crescita economica e abbia affrontato una delle guerre più difficili e complesse della storia recente di Israele, rimane sempre e comunque “il criminale”.

Eppure ha sconfitto un’organizzazione terroristica che aveva distrutto il Libano (quello che era un paese cristiano e florido) e lo aveva tenuto sotto scacco per decenni. Ha colpito duramente i vertici iraniani e ha impedito, finora, il nucleare a una potenza teocratica e fascista che massacra i propri giovani e li impicca a ritmo serrato anche in questi giorni, senza che quasi nessuno tra i progressisti manifesti davanti alle ambasciate e senza che l’Onu eserciti pressioni paragonabili a quelle sulla fame a Gaza. Fame che, secondo i dati dello stesso apparato di Hamas, non miete le vittime che si raccontano, mentre è certificato che una parte rilevante dei camion con alimenti e beni di necessità (che Israele non ha mai ostacolato del tutto neanche nei momenti peggiori) venga sistematicamente derubata da quei terroristi. Senza che le Flottilla amate da tutti i terzomondisti li abbiano mai condannati con la stessa veemenza.

Ma Netanyahu è un “criminale”.

È comodo.

È semplice.

Unisce a noi anche l’odiato vicino di casa.

Adesso, nonostante non esista una condanna, speriamo che uno dei suoi sfidanti vinca. Così chi cercava solo un bersaglio facile per criticare Israele non lo avrà più. E chi continuerà a costruirlo comunque, a inventarlo dove non c’è, dovrà finalmente essere chiamato per quello che è: un antisemita.

Perché la storia ci insegna che prima di Netanyahu l’odio c’era già. Dopo Netanyahu l’odio ci sarà ancora.


redazione@ilriformista.it

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