Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giuliano Ferrara dal titolo: "L’odio contro l’ebreo da Sofia fino al Michigan ci ricorda perché reagire alla politica vergognosa che ha sdoganato antisionismo eantisemitismo"

Giuliano Ferrara
Ci sono molte persone senza macchia che odiano Israele, eufemisticamente lo “criticano”, considerandolo a torto uno stato coloniale, pura potenza, un paese tragicamente diverso perfino dalla sua origine sionista-socialista, una nazione corrotta dal Likud, dai Begin, dagli Sharon, dagli Shamir, che spinge elettoralmente delinquenti di portata biblica come un Ben-Gvir o un Bezalel Smotrich, serviti all’odiatissimo Netanyahu per resistere con la guerra, e che guerra distruttiva, al pogrom del 7 ottobre 2023, e che forse gli consentiranno di restare al potere dopo le prossime elezioni per fare esattamente quello che farebbero senza di lui i suoi più rispettabili (per ora) rivali politici: disarmare Hamas a Gaza dopo la decimazione, distruggere le radici di Hezbollah sul fronte nord, colpire duramente l’Iran e le sue ambizioni sterminatrici di tipo nucleare, fronteggiare l’isolamento internazionale e le anime belle di tutto il mondo. Queste persone senza macchia devono farsi due gite istruttive: a Sofia in Bulgaria e nel Michigan. Non basta leggere Philip Roth o il suo doppio letterario, Moishe Pipik, quel magnifico ma infido trattato sul diasporismo che è “Operazione Shylock”, appena ripubblicato da Adelphi. Il progetto dell’ebreo americano del New Jersey, di tutti i diasporisti, è il rimpatrio degli ebrei in Europa, una fine dolce per Israele al fine di scongiurare il triste esito sterminatore di un popolo che si è consegnato a un incubo, dominare palestinesi e arabi con ogni mezzo per non essere distrutto, dopo
aver creato quel che è stato creato, partendo dalla lingua ebraica biblica rimessa a nuovo miracolosamente al posto della gloriosa ma impolverata parlata yiddish. C’è Israele del 1948, quello dell’indipendenza che vince la guerra per esistere scatenata da trecento milioni di arabi, e c’è l’Israele del 1967, quello che occupa la Cisgiordania e vuole adesso annettersela, chiamandola Giudea e Samaria, nomi storici che suonano a morte per il doppio stato ebraico e palestinese, in epoca di islamismo politico negazionista, di cui si è vociferato a Oslo e che i palestinesi hanno rifiutato in blocco. Leggere va sempre bene, ma chi può si faccia quei due viaggetti.
A Sofia una combriccola di ragazzini ebrei è stata assediata nella sua residenza estiva al grido di Sieg Heil. Evitata una bastonatura o peggio, ma è stato uno spettacolo molto istruttivo, come sono istruttivi tutti gli spettacolini antisemiti sparsi nei paesi che dovrebbero riaccogliere gli ebrei, secondo il doppio di Roth, Moishe Pipik, e fare finta che nulla sia accaduto, tanto Auschwitz, Treblinka, Belzec, Dachau eccetera sono solo un mito creato per dominare con la potenza e la forza dell’Apartheid gli arabi di Palestina. Come ci spiega tutti i giorni l’ambasciatrice dell’Onu che non nomino per decenza, quella che ha detto a un sindaco della gloriosa Reggio Emilia, sporcandola, di pentirsi per aver menzionato gli ostaggi del 7 ottobre, ancora nei tunnel, garantendogli in quel caso il suo perdono. O come dice Pankaj Mishra, un sofisticato diasporista, un po’ come il suo darling e mio amico Gad Lerner. Da Sofia si deve poi passare a Detroit.
Primarie elettorali per i democratici, in discussione un seggio al Senato degli Stati Uniti. I democratici sono storicamente un baluardo, erano, degli ebrei della diaspora e di quelli di Israele. Finanziamenti, donazioni, attivismo, discorsi, impegno, l’antisemitismo non passerà. Ora nel Michigan le primarie le ha vinte Abdul El Sayed, un medico musulmano dei dem nato in Egitto, imparentato con la Fratellanza, quella all’origine di Hamas e del Jihad islamico, un dottore che non pratica, che è in politica e in politica porta il suo linguaggio. Punto primo: definanziare Israele, togliergli ogni sostegno, fare come il sindaco di New York Mamdani, che vuole arrestare Netanyahu. Punto secondo: non sono qui per cominciare una rissa, io la rissa la finisco. E al mio fianco ho anche un maoista che dice: “Gli americani l’11 settembre se lo sono meritato”. E così via dicendo e argomentando. Ha vinto, perché è passata l’idea che gli ebrei di Israele rompono i coglioni, fanno aumentare il prezzo della benzina, opprimono quelli che sono al di qua della linea del colore, sono rei di genocidio malgrado le parole assennate di Boy George (“tu dici genocidio, io dico guerra”), sono una lobby danarosa che punta su politicanti corrotti e meritano una lezione. E questa lezione per adesso l’hanno avuta, in Europa e anche in America. Forse si sarà capito, sebbene sia improbabile, ma non sicurissimo, che Abdul El Sayed le prenda poi alle elezioni di novembre da un repubblicano cazzuto, per il quale voterei anche se fosse il pupillo di The Donald o la sua pallina da golf, che il diasporismo ha un difetto di realtà, e che Israele, con i suoi governi, i suoi delinquenti, i suoi coloni odiosi, i suoi deputati di maggioranza e minoranza, la sua politica e il suo esercito, la sua democrazia, i suoi scrittori, cantanti, artisti, medici, scienziati, businessmen eccetera, va difeso punto e basta.
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