Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas Commento di Paolo Montesi
Testata: Setteottobre Data: 04 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Paolo Montesi Titolo: «Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "Piano per Gaza. Una porta aperta al ritorno di Hamas"
La roadmap accettata dalle fazioni palestinesi promette un nuovo governo e il controllo delle armi, ma rinvia le decisioni decisive e impone a Israele concessioni immediate
La nuova roadmap per Gaza viene presentata come il primo accordo con cui Hamas accetta di rinunciare al governo della Striscia e di sottoporre il proprio apparato militare a un controllo esterno. Letto con attenzione, tuttavia, il documento offre molte promesse e poche garanzie. Le armi pesanti dovrebbero essere rese inutilizzabili e custodite da un organismo palestinese, i tunnel chiusi, il potere trasferito a una commissione di tecnocrati. Restano indefiniti i tempi, le procedure di verifica e soprattutto le conseguenze di un’eventuale violazione.
Il testo elaborato dal Consiglio per la pace prevede che Gaza venga amministrata secondo il principio di «un’unica autorità, un’unica legge e un’unica arma». La Commissione nazionale per l’amministrazione di Gaza dovrebbe assumere progressivamente le competenze civili e di sicurezza, mentre Hamas e le altre fazioni cesserebbero ogni attività militare e politica diretta. Il disarmo verrebbe accompagnato dal ritiro graduale delle forze israeliane e verificato da osservatori internazionali.
Sulla carta è un cambiamento rilevante. Per la prima volta l’organizzazione islamista accetta un documento che prevede la perdita del controllo formale esercitato dal 2007. Il passaggio dalla formula generale all’applicazione concreta è però affidato a un calendario ancora da scrivere. Entro quattordici giorni dovranno essere stabiliti la definizione di arma pesante, i criteri per rendere inutilizzabili razzi e infrastrutture, l’accesso ai tunnel, la quantità di territorio evacuata da Israele a ogni fase e il comportamento da adottare quando una delle parti accuserà l’altra di aver violato gli impegni.
Anche il termine scelto nel documento merita attenzione. Si parla di decommissioning, cioè di messa fuori servizio e immagazzinamento, anziché di distruzione completa. Gli arsenali potrebbero quindi restare nella Striscia sotto la responsabilità di una commissione palestinese della quale devono ancora essere provate indipendenza, capacità operativa e forza coercitiva. Hamas sostiene inoltre che ogni passaggio sulle armi debba procedere parallelamente al ritiro israeliano, mentre Gerusalemme considera il disarmo completo una condizione preliminare.
La sequenza iniziale del piano alimenta altre perplessità. Israele è chiamato a sospendere le operazioni militari e gli attacchi mirati, a ritirarsi sulle posizioni già concordate e a ripristinare integralmente il protocollo umanitario. Solo dopo dovrebbe iniziare il processo di consegna e neutralizzazione degli arsenali. Un’interruzione prematura della pressione militare potrebbe offrire ad Hamas il tempo necessario per occultare parte delle armi, trasferire uomini nei nuovi apparati e prepararsi alla fase successiva.
Il documento esclude formalmente i membri delle milizie dalla futura polizia, mentre consente al personale delle strutture amministrative e di sicurezza esistenti di sottoporsi a un processo di selezione. Proprio qui si trova uno dei rischi principali. Hamas ha governato Gaza attraverso ministeri, servizi d’intelligence, polizia, reti assistenziali e organismi locali profondamente intrecciati con il movimento. La sua uscita dagli uffici governativi avrebbe un valore limitato qualora migliaia di funzionari fedeli all’organizzazione conservassero incarichi e capacità di condizionamento.
Il previsto contingente internazionale dovrebbe separare le parti e sostenere la transizione, senza assumere direttamente tutte le funzioni di polizia. Nel caso in cui la nuova amministrazione palestinese evitasse di intervenire contro le cellule di Hamas, Israele potrebbe trovarsi costretto a negoziare ogni operazione con il governo locale e con il comando internazionale, perdendo una parte sostanziale della libertà d’azione rivendicata come indispensabile dopo il 7 ottobre.
La roadmap apre inoltre un percorso politico verso la futura costituzione di uno Stato palestinese. È un elemento destinato a provocare forti tensioni nella coalizione israeliana, poiché contraddice una delle posizioni più volte sostenute da Benjamin Netanyahu. Nell’agosto 2025 il primo ministro aveva indicato tra le condizioni per concludere la guerra il disarmo di Hamas, la completa smilitarizzazione della Striscia, il controllo di sicurezza israeliano e un’amministrazione distinta sia dal movimento islamista sia dall’Autorità Palestinese. Il nuovo quadro realizza solo in parte quegli obiettivi.
Il possibile risultato resta rilevante: Gaza senza un governo dichiaratamente guidato da Hamas, il ritiro dell’esercito israeliano e una presenza internazionale sostenuta dagli Stati Uniti e dai Paesi arabi. Per trasformare questa prospettiva in un successo serviranno verifiche intrusive, scadenze vincolanti e la possibilità di reagire immediatamente alle violazioni. In loro assenza, Hamas potrà consegnare una parte degli arsenali, occultare il resto e attendere che l’attenzione internazionale diminuisca.
Il piano rappresenta dunque una possibilità, ancora lontana da un risultato acquisito. Il suo valore dipenderà da ciò che verrà scritto nei protocolli operativi e dalla disponibilità dei garanti a farli rispettare. Gaza ha già conosciuto accordi solenni, controlli internazionali e promesse di smilitarizzazione. La vera prova arriverà quando qualcuno dovrà entrare in un tunnel, aprire un deposito e stabilire quante armi Hamas abbia davvero deciso di consegnare.