Iran, il regime arretra ma il pericolo non è finito Analisi di Lodovico Festa
Testata: Setteottobre Data: 04 agosto 2026 Pagina: 1 Autore: Lodovico Festa Titolo: «Iran, il regime arretra ma il pericolo non è finito»
Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE l'analisi di Lodovico Festa dal titolo: "Iran, il regime arretra ma il pericolo non è finito"
L’indebolimento dei proxy di Teheran apre nuovi scenari in Medio Oriente, ma il fanatismo del regime potrebbe ancora provocare una pericolosa escalation regionale
Nonostante il deleterio narcisismo di Donald Trump nel condurre la politica estera americana, i risultati della guerra, che dura ormai da sei mesi, tra Iran e Stati Uniti/Israele (e ora anche Arabia Saudita), non possono considerarsi complessivamente negativi.
Nelle ultime settimane la Siria ha chiesto a Israele di organizzare un sistema di sicurezza per la Penisola arabica; aerei americani e sauditi hanno bombardato congiuntamente milizie filoiraniane in Iraq, con il più o meno esplicito assenso del governo sciita di Baghdad; gli Houthi hanno dovuto compiere un’azione contro l’Arabia Saudita nel Mar Rosso su richiesta di Teheran, ma si sono subito fermati quando Riyadh ha organizzato un’ampia coalizione di Stati musulmani, con anche un largo sostegno europeo, contro Sana’a; il Libano continua i suoi colloqui con lo Stato ebraico per isolare e poi disarmare Hezbollah; persino quei serpenti velenosi dei leader di Hamas lanciano segnali – naturalmente ben poco affidabili – di tregua.
Se si pone attenzione a questi fatti, non si può non concludere che i proxy del regime khomeinista si trovano in una drammatica difficoltà. Il che produce due effetti: da una parte entra in crisi la strategia politica cinese, che ha usato l’Iran per cercare di costruire intorno a sauditi e turchi un’area intermedia tra Washington e Pechino. Dall’altra si erode un elemento fondamentale della legittimità del regime khomeinista: l’idea che Teheran potesse essere l’avanguardia di una rivoluzione islamica universale. L’appoggio alla resistenza afghana contro i sovietici, l’umiliazione di Jimmy Carter, i legami più o meno espliciti con al Qaida, l’avanzata jihadista dopo la guerra in Iraq, le cosiddette «primavere arabe» promosse da Barack Obama, l’umiliazione di Joe Biden a Kabul fino al 7 ottobre, che ha fatto saltare gli Accordi di Abramo: la leadership iraniana, pur scontando un dissenso maggioritario nel proprio Paese, ha sostenuto il proprio potere autoritario anche grazie al suo prestigio internazionale. Ed è proprio questo ruolo globale del khomeinismo che si sta sgretolando giorno dopo giorno.
Peraltro il jihadismo iraniano ha una vocazione apocalittica e, nonostante i freni posti da Pechino, che nel medio periodo non vuole una crisi economica globale, può sempre tentare una mossa spericolata capace di sconvolgere gli scenari internazionali. L’attacco con i droni a una petroliera americana in un porto egiziano lascia intendere come questa vocazione suicida possa provocare catastrofi su scala mondiale.Proprio per questo motivo chi si batte per un ordine internazionale fondato sulla coesistenza tra sistemi diversi deve porsi il problema di come intervenire se Teheran tentasse un’estrema strategia di disgregazione globale.
Il punto debole della coalizione americana-israeliana contro il jihadismo iraniano consiste nel fatto che soltanto lo Stato ebraico è oggi politicamente in grado di impiegare truppe di terra negli scontri militari, cosa che gli Stati Uniti non possono fare per ragioni politiche e che gli Stati arabi del Golfo non possono sostenere per le loro dimensioni.
Da questa riflessione nasce dunque l’esigenza di promuovere, nell’ambito di un accordo per la sicurezza della Penisola arabica, patrocinato dagli Stati dell’area insieme a un ampio schieramento internazionale guidato da Stati Uniti e Unione europea, una «legione araba» in grado di sconfiggere – peraltro con il consenso della maggioranza della popolazione iraniana – le forze politico-militari di un jihadismo khomeinista che facesse la scelta di incendiare il pianeta per perseguire gli obiettivi dettati dal proprio fanatismo religioso.