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Informazione Corretta Rassegna Stampa
03.08.2026 Nonostante la guerra e le persecuzioni, gli iraniani continuano ad avere una grande sete di cambiamento
Commento di Ben Cohen

Testata: Informazione Corretta
Data: 03 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: Ben Cohen
Titolo: «Nonostante la guerra e le persecuzioni, gli iraniani continuano ad avere una grande sete di cambiamento»

Nonostante la guerra e le persecuzioni, gli iraniani continuano ad avere una grande sete di cambiamento

Commento di Ben Cohen 
(Traduzione di Yehudit Weisz)

https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/amid-war-and-persecution-iranians-remain-hungry-for-change


Ben Cohen

La stragrande maggioranza degli iraniani disprezza il regime islamico che li governa con il pugno di ferro dal 1979. Una netta maggioranza di iraniani si oppone al progetto del regime di dotarsi di un'arma nucleare. Un numero significativo di intervistati esprime approvazione per il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (44%) e per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu (51%), mentre il Presidente russo Vladimir Putin gode di un'opinione positiva solo da parte del 15%. La maggior parte degli iraniani detesta gli slogan del regime come “Morte a Israele” – rifiutati dal 62% di loro – mentre oltre il 70% approva gli slogan del movimento di protesta della società civile, tra cui “Donne, Vita, Libertà” e “Morte al dittatore.”  Queste sono solo alcune delle rivelazioni più eclatanti emerse dall'ultimo sondaggio d'opinione condotto tra gli iraniani residenti in Iran, pubblicato la scorsa settimana dal Gruppo per l'Analisi e la Misurazione degli Atteggiamenti in Iran (GAMAAN), un progetto di ricerca con sede nei Paesi Bassi. È comprensibile che molti lettori possano mettere in dubbio l'affidabilità di questi dati, dato che i governanti iraniani gestiscono una brutale teocrazia che imprigiona, tortura e giustizia chiunque abbia opinioni dissenzienti. Per questo motivo, GAMAAN si premura di spiegare la propria metodologia, ed è anche abbastanza onesta da riconoscere che le difficoltà di lavorare all'interno dell'Iran possono comportare un margine di errore maggiore, senza tuttavia compromettere la credibilità fondamentale dei dati.    Le risposte di oltre 31.000 intervistati sono state ponderate in modo da corrispondere alle caratteristiche demografiche della popolazione “alfabetizzata” di età pari o superiore a 15 anni, ossia a 60 milioni di persone (per questo motivo è importante ricordare che l'Iran è un Paese in cui oltre il 40% della popolazione ha meno di 30 anni, mentre circa il 73% è nato dopo la Rivoluzione islamica del 1979). Le risposte sono state sollecitate e ricevute tramite interazioni online condotte attraverso tre strumenti VPN – Psiphon, Lantern e MahsaNet – che aiutano gli iraniani a eludere i tentativi del regime di censurare internet. L'utilizzo di questi strumenti genera dati molto più affidabili rispetto alle risposte ottenute tramite telefonate, che indurrebbero molti, se non la maggior parte, degli intervistati ad autocensurarsi per timore di ritorsioni. A questo proposito, una delle statistiche più eclatanti dell'indagine riguarda la partecipazione alle manifestazioni di gennaio contro il regime – sei settimane prima che Stati Uniti e Israele lanciassero il loro attacco militare congiunto contro l'Iran il 28 febbraio – durante le quali oltre 40.000 manifestanti furono massacrati e ben oltre 50.000 arrestati. Secondo il sondaggio, il 25% della popolazione campione, pari a circa 14 milioni di persone, ha partecipato alle proteste di gennaio. Un altro 50% ha dichiarato di non aver partecipato, mentre il 25% ha preferito non rispondere alla domanda. Tra questi ultimi due gruppi, si può ragionevolmente supporre che ci fossero diverse persone che, di fatto, hanno protestato, ma che comprensibilmente non volevano rischiare di rivelare la propria identità, nemmeno utilizzando una VPN. Ciò che è innegabile è la profondità dell'avversione per la Repubblica Islamica tra i suoi cittadini, da tempo oppressi. Il 71% degli intervistati ha indicato “l'insoddisfazione nei confronti della Repubblica Islamica” come motivo principale per aderire alle proteste. Tra le altre ragioni citate figurano la rabbia per la corruzione e i prezzi elevati che caratterizzano la gestione economica del regime, l'adesione all'appello del principe in esilio Reza Pahlavi e persino l'incoraggiamento, iniziale, di Trump a proseguire le proteste. Analogamente, alla domanda sulla guerra in corso, il 52% ha affermato di non essere rattristato dalla notizia dell'eliminazione della “Guida Suprema” del regime, l'Ayatollah Ali Khamenei, avvenuta il primo giorno delle ostilità, mentre un ulteriore 24% ha saggiamente preferito non esprimere un'opinione sulla sua rimozione dalla scena. Per quanto riguarda le ambizioni nucleari, il 59% si è dichiarato contrario allo sviluppo di armi nucleari da parte dell'Iran. Questo quadro suggerisce che gli iraniani comprendono il loro regime con molta più chiarezza rispetto ai governi occidentali che continuano a assecondarlo, così come ampie fasce dell'opinione pubblica occidentale che sono indifferenti o addirittura simpatizzanti nei confronti del regime, per una sorta disconsiderato, vago senso di “anticolonialismo.”  Mentre la guerra contro il regime iraniano procede a singhiozzo, intrappolata in uno schema in cui ai duri attacchi statunitensi seguono giorni di stasi, l'indagine di GAMAAN ci ricorda opportunamente che l'attuale conflitto è scoppiato sullo sfondo di una nuova ondata di proteste contro il regime. Questa constatazione ripropone ancora una volta la questione se e come sia possibile realizzare un cambio di regime. In particolare, il sondaggio GAMAAN non indica un percorso ovvio per rovesciare e sostituire la Repubblica islamica. Tra gli intervistati, il 47% ha dichiarato di sostenere un cambio di regime totale, mentre solo il 13% si è espresso a favore della sua sopravvivenza. Ma all'interno di questa enorme massa di opposizione emergono alcune importanti divisioni. Sebbene il sostegno a Pahlavi sia aumentato negli ultimi mesi, il pretendente al Trono del Pavone non gode di un consenso universale: il 48% degli intervistati esprime un'opinione positiva nei suoi confronti e il 35% negativa. Gli iraniani sono inoltre divisi sul tipo di sistema politico che dovrebbe sostituire la Repubblica Islamica: il 34% sostiene una qualche forma di monarchia, mentre il 28% opta per una repubblica. Le divergenze sorgono anche sui mezzi per raggiungere questi risultati: il 44% ritiene che la chiave sia il movimento di protesta interno, mentre il 14% appoggia la resistenza armata al regime e il 30% si dichiara favorevole a un intervento militare straniero. Tali divisioni sono prevedibili e certamente non dovrebbero essere interpretate come una ragione – o più precisamente, una scusa – per mantenere il regime al potere. Forse il segno più tangibile della sete di cambiamento significativo degli iraniani risiede in uno dei risultati meno evidenziati dal sondaggio: nonostante tutte le sofferenze causate dal regime, il 46% degli intervistati ha dichiarato di non avere intenzione di emigrare dall'Iran, dimostrando un reale impegno da parte di quasi la maggioranza a farsi carico del processo di cambiamento e a raccogliere i benefici che, si spera, ne deriveranno. Per gli Stati Uniti, indubbiamente leader mondiali nel contrasto ai governanti iraniani, vi sono ragioni sufficienti per includere la popolazione iraniana nei calcoli relativi alla futura condotta della guerra, compresa la probabilità che le proteste si riaccendano. La definitiva demolizione del regime porrà quasi certamente fine ai suoi programmi nucleari e di missili balistici, nonché al suo sostegno a gruppi terroristici nella regione. L'altra faccia della medaglia riguarda la creazione in Iran di istituzioni durature e responsabili, volte ad accrescere la libertà e la prosperità del popolo iraniano: un obiettivo indubbiamente molto più arduo, ma che gli iraniani stessi desiderano chiaramente raggiungere.


takinut3@gmail.com

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