sabato 01 agosto 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

I palestinesi stavano organizzando un altro 7 ottobre (Video di Ciro Principe) 30/07/2026


Clicca qui






Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
01.08.2026 Cosa è successo da quel terribile giorno
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 01 agosto 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Cosa è successo da quel terribile giorno»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Cosa è successo da quel terribile giorno"

Immaginate la scena: una messa celebrata in un’antica chiesa in Normandia, tre parrocchiani, due suore e un prete anziano. Sei persone in tutto. E due terroristi armati di coltello che interrompono il rito e sgozzano sull’altare il sacerdote.

Era già successo. 

1996: sette monaci francesi massacrati in Algeria. 

2006: un prete ortodosso decapitato in Iraq. 

Ma il 26 luglio 2016 questo orribile rituale si è consumato nel cuore della cristianità europea. 

Danièle è suora nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, banlieue di Rouen. 

Il 26 luglio, padre Jacques Hamel aveva preparato le valigie per partire in vacanza con la famiglia. Ma celebrava, come di consueto, la messa alle 9 del mattino nella chiesa di Saint-Étienne. Il Vangelo del giorno profetizza che “il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità”. 

La suora si ricorda bene dell’irruzione dei due jihadisti dalla sacrestia, subito dopo che Hamel aveva congedato l’assemblea: “Andate in pace”. I due giovani sono entrati urlando in arabo. 

“Mi sono detta: ‘Ecco, è finita per noi’”, racconta la suora a Le Figaro. Gli assassini scandivano “Allah Akbar”, urlavano che “i cristiani sono i nemici dei musulmani”. Uno infila una telecamera nelle mani di Guy Coponet, 87 anni, e lo costringe a filmare, l’altro si precipita su padre Jacques: “Ma cosa fate? Calmatevi!”. Il prete è costretto a inginocchiarsi, resiste, riceve un primo colpo di coltello, un secondo, mortale. Urla: “Va’ via, Satana!”. 

La suora scappa e ferma un camion: “Presto, chiami la polizia”. I terroristi verranno eliminati poco dopo. 

Lontano dalle sale da concerto del Bataclan, lontano dalla Promenade des Anglais affollatissima di Nizza, il terrorismo aveva scelto la navata di una chiesetta di pietra che domina un territorio operaio, in cui Danièle serviva da diversi anni. 

Saint-Étienne, parrocchia di banlieue operaia, decristianizzata, dominata prima dal Partito Comunista, poi dall’Islam, “oggi è un quartiere musulmano”, confessa suor Danièle indicando le donne velate e gli uomini in qamis. 

Padre Hamel non è morto per un malinteso culturale. È morto perché in nome dell’Islam hanno deciso che il corpo del sacerdote era il luogo più sacro da profanare. Lì, dove il Verbo si fa carne, qualcuno ha deciso di far diventare la carne un messaggio.

Anche Guy Coponet fu testimone e vittima dell’assassinio.

Dopo la comunione, la porta della sacrestia si apre. “Mi pugnalano al braccio, alla schiena e mi tagliano la gola”, racconta il parrocchiano. “Premo sul collo dove sento scorrere il sangue”. I terroristi riversano sui fedeli la loro propaganda. Racconta la moglie di Guy: “Ci interrogano, specialmente suor Hélène. ‘Gesù non può essere figlio di Dio’. ‘Conosci il Corano?’”.

Il settimanale La Vie ha reso pubblici i messaggi che i terroristi si erano scambiati prima di colpire. “Una sinagoga è buona?”, chiede uno. “Va tutto bene”, risponde il suo capo dalla Siria. Ma non vuole “concentrarsi sugli ebrei”, perché “la gente pensa subito al conflitto israelo-palestinese. Prendi un coltello, vai in chiesa, taglia due tre teste. Nessuna pietà per queste persone”.

La commozione e lo scandalo per l’uccisione di Hamel è durata solo il tempo servito all’inchiostro in pagina il giorno dopo per asciugarsi. 

Quali giornali italiani hanno ricordato questa settimana l’anniversario? 

Per capire quanto siamo disonesti e impauriti basta leggere Martyr, vie et mort du père Jacques Hamel (prefazione del solito Andrea Riccardi) del teologo belga Jan De Volder, docente di “Religioni e Pace” presso l’Università Cattolica di Lovanio, membro della comunità laica di Sant’Egidio, molto coinvolto nel dialogo interreligioso. 

Jan De Volder ci consegna l’immagine di un prete protagonista a Rouen dell’Associazione per la pace che milita nell’ala “alternativa” della Chiesa francese che fa capo all’arcivescovo Joseph Duval, avversario del cardinale Jean-Marie Lustiger. “Anziché concentrarci sulle questioni etiche e sulla battaglia culturale dei valori, Duval cerca di costruire una comunità cristiana che dialoga con la società”, si legge nel libro. 

I titoli dei capitoli del libro di De Volder sono un programma: “La nuova teologia”, “critico ma fedele”, “lo spirito di Assisi”, “l’incontro con la comunità islamica”, “vivere insieme”. Hamel è descritto come “un protagonista del dialogo islamo-cristiano”. Prende parte alla festa islamica dell’Aïd al Fitr. La partigianeria ideologica di Jan De Volder tocca il grottesco: “Padre Jacques resta convinto che solo il dialogo con il mondo musulmano possa mantenere la pace. Dopo gli attentati a Charlie Hebdo, intensifica gli incontri islamo-cristiani”. 

Il giorno in cui questo 85enne sacerdote francese è stato ucciso in odium fidei nessuno ha detto: “Siamo tutti cattolici”. Nessuno. Perché dire quella frase avrebbe significato ammettere che esiste ancora un “noi” capace di essere ferito. E l’Europa preferisce fingere di non avere più un “noi”.

Prendiamo l’omelia del 31 luglio 2016 dell’arcivescovo di Rouen Lebrun in memoria di Hamel: “Visto dall’Africa, dalla Cina o dal Medio Oriente, la nostra società occidentale non ha forse il volto dell’uomo ricco del Vangelo? Essa demolisce i suoi granai per costruirne di più grandi; demolisce le sue automobili, le sue case, i suoi negozi, per costruirne di più grandi; passa dal 3G al 4G, getta i suoi telefoni per comprarne di più sofisticati; chiude le sue fabbriche per costruirne di più redditizie altrove. Chi può negare che contribuisca alla guerra, tra gli uomini, a volte di una stessa famiglia, in ogni caso tra i popoli?”.

Ecco, ci sgozzano sull’altare ed è colpa nostra. Che la sinistra al potere diffonda la sua ideologia masochista e autodistruttiva facendo passare il nemico per una vittima, ci si era abituati. Che lo faccia anche la Chiesa, era meno previsto.

Papa Francesco, dopo l’uccisione di Hamel, disse: “Se parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica”. 

Che nostalgia per la lectio di Ratisbona di ben altro Papa. 

Si fatica a capire perché nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma si sia sentito il Corano alla cerimonia per don Hamel. Come se il testo stesso da cui i carnefici trassero forza potesse diventare, magicamente, strumento di riconciliazione. È una forma di magia al contrario: si crede che toccando la ferita con la stessa arma che l’ha prodotta si possa guarirla. Ma non si guarisce. Si umilia il morto.

Si fatica a capire perché, a Saint-Étienne du Rouvray, il vescovo Duval abbia regalato un pezzo di terra confinante con una delle chiese nella città di Hamel per costruirvi la moschea. Non era generosità. Era una resa. Una resa mascherata da dialogo. Perché il dialogo, quando uno dei due interlocutori tiene ancora in mano il coltello, non è dialogo: è costrizione sotto minaccia.

Due anni fa è andata a fuoco proprio la cattedrale di Rouen, la città della cattedrale dipinta trenta volte da Monet. La città dei “cento campanili” e dove Giovanna d'Arco fu bruciata viva nella Guerra dei Cent'anni.

Un gruppo di giovani ha poi fatto irruzione in una chiesa ad Avignone, gridando “Allahu Akbar” e minacciando di incendiarla. La polizia è stata costretta a mettere sotto protezione la chiesa. Racconta don Milan che i giovani hanno lanciato insulti contro il cristianesimo. “Gridavano ‘Allahu Akbar’ e ci hanno ripetuto più volte: ‘Torneremo e bruceremo la vostra chiesa’”.

Poi hanno bruciato anche la sinagoga di Rouen

Quando Hamel venne ucciso telefonai a Rémi Brague, il filosofo della Sorbona, che mi disse

“Sono in campagna e ho dimenticato a Parigi la mia sfera di cristallo. Non so predire il futuro. Al massimo, posso dire quello di cui ho paura. Diversi scenari sono possibili, compreso il peggiore. Tra i peggiori, c’è una guerra civile di cui si comincia a parlare. Eppure, mi chiedo se non ci sia qualcosa di peggio. Mi permetta il paradosso: il peggio è che non succede nulla, che continui così. L’obiettivo è più importante dei mezzi. E lo Stato islamico ha lo stesso obiettivo dell’‘islam moderato’: il dominio del mondo sotto la sharia. I mezzi violenti non sono gli unici, e sono forse controproducenti nella misura in cui potrebbero risvegliare le nazioni che attaccano. I mezzi morbidi, discreti, pazienti come la pressione sociale, la propaganda, sono forse più pericolosi, perché più efficaci”.

A giudicare da quello che è successo dopo l’uccisione di Hamel - l’omelia dell’arcivescovo, la messa col Corano a Roma, la vendita alla moschea locale, le parole del Papa, la biografia ideologica - direi che Rémi Brague ha visto giusto anche senza avere la sfera di cristallo. 

La suora alla quale i terroristi avevano chiesto se conoscesse il Corano disse loro di apprezzarne i versetti in cui si parla di pace. 

Nella risposta geniale dei terroristi alla suora c’è tutta la morale di questa strana storia: “La pace, è proprio quello che vogliamo”. 


Chi vuole può regalare agli amici un abbonamento alla newsletter, ottenere mesi gratuiti di lettura e far continuare a esistere questo spazio di cultura e informazione. Grazie a tutti coloro che vorranno e potranno.


giuliomeotti@hotmail.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT