Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Luigi Yitzhak Diamanti dal titolo: "Il manifesto dei riformisti del Pd se la prende con Bibi ma ignora il terrorismo islamista"

Il manifesto promosso dai riformisti del Partito democratico e pubblicato da Il Riformista lascia una domanda inevitabile: dov’è Hamas? Dov’è il terrorismo? Dov’è il 7 ottobre? Ancora una volta il centro della discussione non è l’organizzazione terroristica che ha massacrato, stuprato, rapito e assassinato civili israeliani, ma il governo democraticamente eletto dello Stato di Israele. Ancora una volta l’imputato è Benjamin Netanyahu, mentre il terrorismo islamista sembra scomparire dal quadro.
È una narrazione che continua a capovolgere il rapporto tra causa ed effetto. Israele non combatte una guerra per espandersi. Combatte una guerra perché il 7 ottobre ha subìto il più grave massacro di ebrei dalla Shoah. Da allora continua a essere bersaglio di Hamas, Hezbollah, degli Houthi e di un sistema di milizie sostenute dalla Repubblica Islamica dell’Iran. In questo contesto, parlare genericamente di una “politica aggressiva” significa ignorare il diritto fondamentale di ogni Stato: garantire la sicurezza dei propri cittadini.
Il manifesto insiste ancora sulla soluzione dei due Staticome se nulla fosse cambiato. Ma è una proposta che oggi si scontra con la realtà. Per decenni, le leadership arabe e palestinesi hanno respinto diverse proposte di compromesso. ì Dopo il 7 ottobre la domanda diventa ancora più concreta: chi dovrebbe governare un eventuale Stato palestinese Hamas, che l’Unione europea considera un’organizzazione terroristica? Oppure un’Autorità Nazionale Palestinese gravemente delegittimata, accusata da molti osservatori di corruzione e che continua a glorificare terroristi attraverso stipendi e celebrazioni pubbliche? Nessuno dei firmatari affronta questa domanda. Nessuno spiega come impedire che un nuovo Stato diventi un’altra base militare contro Israele. Eppure questa è la questione decisiva.
Colpisce inoltre che il manifesto chieda pressioni e sospensioni di accordi nei confronti di Israele, ma non chieda con la stessa forza il disarmo di Hamas, la fine dell’arsenale di Hezbollah o il ridimensionamento della strategia regionale dell’Iran, principale sponsor del terrorismo jihadista contro Israele. Senza la smilitarizzazione delle organizzazioni terroristiche non esiste alcuna prospettiva di pace. Esiste soltanto la preparazione della prossima guerra.
Infine non può passare inosservata una contraddizione politica. Tra i firmatari compare Graziano Delrio, promotore di una proposta di legge contro l’antisemitismo che non recepisce integralmente la definizione operativa dell’IHRA, oggi adottata da numerosi Stati democratici e istituzioni internazionali. Una definizione che riconosce come, in determinate circostanze, anche la delegittimazione sistematica dello Stato di Israele possa costituire una forma di antisemitismo. È difficile non vedere una coerenza tra quella scelta e un manifesto che concentra quasi esclusivamente le proprie critiche su Israele, relegando il terrorismo islamista a elemento secondario.
La pace non nascerà da nuove pressioni contro l’unica democrazia del Medio Oriente. Nascerà quando il terrorismo verrà definitivamente sconfitto, quando Hamas sarà disarmata, quando Hezbollah non potrà più minacciare il nord di Israele e quando l’Iran cesserà di finanziare e armare organizzazioni che hanno come obiettivo dichiarato la distruzione dello Stato ebraico. Fino ad allora, chiedere a Israele di rinunciare agli strumenti necessari per garantire la propria sicurezza significa chiedere a una democrazia di accettare ciò che nessun altro Stato al mondo accetterebbe. La pace richiede realismo, non slogan. E il primo passo verso la pace non è indebolire Israele, ma eliminare la minaccia del terrorismo.
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante