Accordo Ucei-Anpi e i dubbi di un provinciale
Commento di Lidano Grassucci

Lidano Grassucci
L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e i partigiani dell'ANPI hanno firmato un'«Entente cordiale» sul 25 Aprile, nel segno del reciproco rispetto.
Sono sionista, convintamente sionista: sto con Israele e con il suo diritto ad esistere in sicurezza e in armi. Sono sionista perché socialista, convinto che un'utopia di giustizia possa incarnarsi nella realtà, così come è rinata la patria degli ebrei dopo sei milioni di morti per mano nazista e fascista. Sono un socialista sionista che vede in quella rinascita lo spirito dei kibbutz — il lavoro eguale tra eguali — ricordando che lo stesso Marx era ebreo.
Sono stato tra i fondatori dell'ANPI di Sezze, il mio paese, proprio perché credo che «esistano diversità meravigliose», per citare il Profeta dell'Islam, mentre il fascismo è un'unicità triste, priva di ogni meraviglia. Lo sono da socialista, nel ricordo delle Brigate Matteotti e di Giustizia e Libertà, che hanno combattuto al fianco di tutti gli altri: comunisti, monarchici, liberali, militari, repubblicani, cattolici. Nessuno esclude l'altro. Eppure ho incontrato chi si sentiva "resistente in esclusiva", negando queste meravigliose diversità. Negare l'apporto degli ebrei alla libertà, in nome di chi un tempo stava con Hitler e Mussolini, è un dolore puro e una menzogna storica.
Non amo la pace se è ingiusta. Durante la Resistenza sarebbe stato ingiusto subire il giogo straniero; era invece doveroso resistere in armi e muovere guerra, proprio come avvenne nel Risorgimento.
Accolgo quindi il dialogo con la consapevolezza di chi sa che la differenza va affrontata nel confronto, non spegnendo le luci per sostenere con comoda certezza che «tutte le vacche sono nere». Il dialogo presuppone che i dialoganti abbiano l'onestà di riconoscere la storia nella sua durezza, non di riscriverla per il proprio tornaconto.
Sono antifascista perché sionista. Sono socialista perché sionista e credo che Israele abbia il pieno diritto di difendersi con le armi da chi lo attacca in armi. Sono occidentale perché credo che la religione debba parlare all'anima e non avere voce d'autorità nella vita civile degli uomini.
Il dialogo vive nella chiarezza rigorosa delle posizioni, non nella resa dell'indifferenza