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Setteottobre Rassegna Stampa
28.07.2026 Israele, tornare a vivere
Cronaca di Monica Ricci Sargentini

Testata: Setteottobre
Data: 28 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Monica Ricci Sargentini
Titolo: «Israele, tornare a vivere»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Monica Ricci Sargentini dal titolo: "Israele, tornare a vivere"

Israele, tornare a vivere

Da Gaza al confine libanese, viaggio in un Paese che cerca di tornare alla normalità senza dimenticare il massacro e con la sicurezza diventata un’ossessione

 

Dall’osservatorio di Givat Kobi, alla periferia di Sderot, la Striscia di Gaza è visibile a occhio nudo. «Ogni giorno inviamo 500 camion di aiuti umanitari con forniture di cibo, acqua e medicine, ma non sappiamo a chi arrivano e questo è frustrante perché noi vogliamo aiutare la popolazione palestinese». Ariella Mazor, 41 anni, tenente colonnello dell’esercito israeliano, fa un lungo sospiro: «Noi siamo stati educati al rispetto degli altri, queste organizzazioni terroristiche adorano la morte mentre noi adoriamo la vita. Nel nostro esercito ci sono cristiani, musulmani, arabi, accogliamo tutti. Certo commettiamo errori perché lavoriamo in uno stato di tensione. E in quel caso si apre un’inchiesta». 

Ariella ha quattro figli. Quando le chiediamo che cosa abbia pensato dopo il 7 ottobre, non parla per prima cosa di sé ma dei suoi bambini: tre di loro, crescendo, dovranno servire nell’esercito. Le chiedo come ha potuto conciliare la maternità con il servizio militare. «Abbiamo l’asilo già a partire dai quattro mesi» sorride.

Accanto a lei c’è la soldata Alma Cohen, 19 anni, i capelli biondi raccolti e lo sguardo da bambina. Ci mostra la linea gialla: «Hamas cerca di oltrepassarla, il nostro compito è impedirlo ed evitare che i terroristi ricostruiscano le infrastrutture. Quello che vorremmo è che consegnassero le armi. La speranza non ci lascia: questo è un Paese meraviglioso. Qualcosa succederà e potremo vivere in pace». Alma non ha ancora deciso cosa farà una volta finito il servizio militare, ma ci tiene a ribadire che l’IDF rispetta i diritti umani e non prende mai di mira i civili.

Lontano dal confine, la guerra non scompare: si confonde con i gesti della vita quotidiana. A Gerusalemme capita di vedere uomini e donne che camminano con un fucile d’assalto appeso alla spalla. Alcuni tengono per mano un bambino, altri fanno la spesa o aspettano il tram. Sono soldati e soldate in licenza, autorizzati a portare con sé le armi anche quando non sono in servizio. La Città Vecchia è insolitamente vuota di turisti, al Santo Sepolcro si entra senza fare la fila, fuori si aggira un uomo vestito da Gesù Cristo, un gatto gli fa le fusa. Al Muro Occidentale gli uomini e le donne si dividono ordinatamente per pregare. Qui e là piccoli gruppi celebrano il Bar Mitzvah dei loro figli.

A Tel Aviv la stessa tensione assume una forma diversa, nascosta dietro una normalità quasi ostentata. La sera i bar e i ristoranti di Rothschild Boulevard e di Florentin si riempiono di giovani che ridono, bevono e ballano. Sembra di essere in una qualsiasi città occidentale, ma gli aerei che volano a bassa quota ti ricordano che il pericolo incombe e in albergo ci hanno spiegato che, al suono dell’allarme, abbiamo sette minuti per raggiungere il rifugio.

Al nord, invece, il pericolo torna visibile e ha un’altra geografia. Il kibbutz di Sasa è immerso nel verde dell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine con il Libano. A indicarcelo è Luciano Assin, 68 anni, arrivato qui dall’Italia nel 1976 inseguendo il sogno socialista della vita comunitaria: stipendi uguali per tutti, case delle stesse dimensioni, pasti consumati insieme e bambini cresciuti dal kibbutz per il kibbutz. «Da quella parte c’è Hezbollah», dice indicando le colline. In caso di attacco, spiega, il tempo per mettersi al riparo è quasi inesistente: «Qui prima arriva il missile e poi suona la sirena». Lo dice senza enfasi, con la naturalezza di chi da anni ha incorporato il rischio nella propria quotidianità. 

Dopo il 7 ottobre la comunità è stata trasferita per un anno e mezzo in un luogo sicuro ma poi sono tutti tornati qui: «Siamo molto coesi — racconta Luciano tra gli schiamazzi dei bambini che giocano nel prato — ma ora sicuramente siamo molto meno disponibili al compromesso, al primo posto per noi viene la sicurezza personale». E a questo proposito c’è rammarico per l’odio che alcune persone nel mondo esprimono verso Israele: «Io penso che siano comunque una minoranza — dice Luciano — ma preferisco essere vivo e odiato che amato e morto».

Per mettere al sicuro il Nord, l’esercito israeliano conduce operazioni contro le postazioni di Hezbollah nelle aree di confine. «In ogni villaggio sciita nel sud del Libano abbiamo trovato diverse infrastrutture militari, tunnel, munizioni, missili e droni» ci dice un alto ufficiale militare dell’esercito israeliano di stanza nel Comando del Nord del Paese. «Agiamo per preservare la nostra sicurezza — precisa — e non vogliamo attaccare i civili». Soltanto la realizzazione di una zona demilitarizzata fino al fiume Litani, sostiene il militare, potrebbe mettere al sicuro le popolazioni che vivono qui. Lo spera Naela Eldin, mamma di Alma, morta insieme ad altri 11 bambini a causa di un razzo che ha colpito un campo di calcio nel villaggio druso di Majdal Shams, nel Golan. Vestita di nero, con una foto della figlia stampata sulla maglietta, oggi la donna gira il Paese per raccontare la storia di Alma e dei suoi amici, sperando che il suo dolore possa mettere fine alla violenza.

Mettere Israele al sicuro perché il 7 ottobre non si ripeta. È questa l’ossessione che attraversa il Paese. La memoria del massacro riaffiora a ogni angolo, a cominciare dalla Route 232, la strada che corre parallela alla Striscia di Gaza. Le fermate dell’autobus sono blocchi di cemento armato che servono anche da rifugi antirazzo e sono ricoperte dalle fotografie degli ostaggi e delle vittime.

A prima vista questa esposizione continua del dolore sembra impedire a Israele di voltare pagina. Arrivando al kibbutz di Kfar Aza si capisce che non è così. Da settembre tornerà a viverci il 60 per cento degli 850 abitanti, ma la maggioranza vorrebbe spostare il «quartiere dei giovani», dove undici ragazzi furono uccisi e sette rapiti. In tutto nel kibbutz i morti furono 64. Quelle case sono ancora come allora, con i segni dei proiettili, i mobili a soqquadro e le fotografie di chi le abitava. Un ricordo troppo forte per ricominciare a vivere, ci dice Orit Zadikevitch, 55 anni: «La nostra proposta è costruire un memoriale all’ingresso del kibbutz, ma i genitori delle vittime hanno presentato un ricorso all’Alta Corte».
Lo stesso dilemma attraversa piazza degli Ostaggi, nel centro di Tel Aviv. La clessidra è vuota. Il grande orologio che contava i giorni della prigionia è stato spento il 27 gennaio 2026, quando è rientrato anche l’ultimo ostaggio. Le tende del Forum delle famiglie e gran parte delle installazioni vengono progressivamente smontate, ma una parte della piazza rimarrà come luogo permanente della memoria.

Durante il viaggio incontriamo anche il giornalista arabo-israeliano Khaled Abu Toameh. È musulmano e rivendica con orgoglio la propria identità israeliana. «Israele è la mia casa», dice. «Non giudicatemi per la mia religione. Giudicatemi per il fatto che sono un cittadino». Prima di salutarci ci chiede più volte di fare una foto insieme. Poi ci spiega il motivo: «Molte persone non vogliono farsi fotografare in Israele. Non vogliono far vedere che sono state qui». Ci mettiamo accanto a lui e sorridiamo all’obiettivo.


info@setteottobre.com

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