Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Luigi Yitzhak Diamanti dal titolo: "Hamas guarda all’Europa. Il vero rischio è continuare a non volerlo vedere"

Per anni l’Europa ha pensato che Hamas fosse un problema esclusivamente israeliano. Un’organizzazione terroristica confinata nella Striscia di Gaza, lontana dalle nostre città e dalle nostre vite. È stata un’illusione. Il terrorismo non conosce confini. Si alimenta con la propaganda, sfrutta le società aperte, utilizza i social network, raccoglie fondi, recluta simpatizzanti e cerca di trasformare l’odio in consenso. Il suo obiettivo non è soltanto colpire Israele, ma indebolire le democrazie occidentali e diffondere un’ideologia fondata sulla violenza e sul fanatismo.
Il 7 ottobre 2023 avrebbe dovuto rappresentare uno spartiacque morale. Di fronte al massacro di civili, ai rapimenti, agli stupri e alle torture perpetrati da Hamas, il mondo democratico avrebbe dovuto parlare con una sola voce. E invece, troppo spesso, abbiamo assistito a distinguo, silenzi e giustificazioni che hanno finito per offuscare la gravità di quei crimini. In diverse piazze europee sono apparse bandiere di Hamas o simboli riconducibili a organizzazioni terroristiche, insieme a slogan che invocavano la distruzione di Israele e a manifestazioni nelle quali l’antisemitismo è stato spesso mascherato da antisionismo.
Chi minimizza le responsabilità di Hamas o contribuisce a presentare i suoi terroristi come presunti “combattenti della libertà” alimenta, anche involontariamente, un clima favorevole alla radicalizzazione. È difficile ignorare come, in alcuni ambienti politici e culturali europei, si sia diffusa una crescente indulgenza nei confronti di movimenti che fanno dell’ostilità verso Israele il proprio principale collante ideologico. Questa ambiguità non favorisce la pace: rischia invece di indebolire la lotta contro il terrorismo e di legittimare, almeno sul piano culturale, chi ricorre sistematicamente alla violenza.
La storia insegna che il terrorismo prospera quando le democrazie esitano. Prospera quando si abbassa la guardia, quando si preferisce l’ambiguità alla chiarezza e quando il timore di apparire impopolari prevale sul coraggio di difendere i princìpi dello Stato di diritto. Israele è oggi il primo bersaglio di Hamas, ma sarebbe ingenuo credere che l’Europa sia al sicuro. I ripetuti allarmi lanciati dai servizi di sicurezza europei dimostrano che il terrorismo jihadista rappresenta una minaccia concreta anche per il nostro continente. Ogni rete estremista che mette radici nelle nostre società costituisce un pericolo per tutti, indipendentemente dalla religione o dalla nazionalità delle sue vittime.
Per questo serve una risposta ferma: contrastare il finanziamento del terrorismo, reprimere l’apologia della violenza, combattere l’antisemitismo in tutte le sue forme e impedire che università, piazze e social network diventino strumenti di radicalizzazione. Difendere Israele nella sua lotta contro Hamas non significa soltanto sostenere uno Stato alleato. Significa difendere un principio universale: nessuna causa politica, nazionale o religiosa può giustificare il terrorismo. L’Europa è chiamata a una scelta. Può continuare a sottovalutare il problema oppure riconoscere che la battaglia contro il terrorismo jihadistariguarda tutti noi. Di fronte al terrorismo non esistono zone grigie. La neutralità verso chi fa della violenza il proprio linguaggio finisce, inevitabilmente, per favorire chi usa il terrore come arma politica. La storia insegna che ignorare i segnali d’allarme non rende le nostre società più sicure: le rende semplicemente più vulnerabili.
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