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Shalom Rassegna Stampa
27.07.2026 Il cambiamento necessario della guerra Usa-Iran
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 27 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Il cambiamento necessario della guerra Usa-Iran»

Riprendiamo da SHALOM l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "Il cambiamento necessario della guerra Usa-Iran"

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Ugo Volli

 

Attacchi poco efficaci

Ormai il nuovo ciclo di attacchi americani sull’Iran dura da due settimane, e anche il blocco navale dei porti iraniani è di nuovo in atto da diversi giorni, senza risultati risolutivi. Il problema che si pone anche Trump è come rafforzare l’azione in corso, per esempio con bombardamenti più intensi o sbarchi limitati nelle isole da cui i pasdaran cercano di controllare il traffico attraverso Hormuz. Il dato di fatto è che l’azione in corso non è sufficiente. Le ragioni di questo insuccesso sono diverse. Intanto l’esercito americano ha svolto nelle ultime settimane (ma anche nei cicli precedenti) bombardamenti piuttosto limitati, con l’obiettivo non di distruggere l’apparato militare e industriale del regime, ma di spingere l’Iran a un accordo. Dunque, molti colpi sono dimostrativi e i danni che provocano possono essere riparati abbastanza velocemente. Per gestire senza interferenze questa modalità di guerra dimostrativa o punitiva, fra l’altro, Trump ha escluso Israele dagli attacchi, perché la dottrina militare israeliana attuale è molto più realistica e punta a togliere al nemico la possibilità di azione offensiva e non solo a spingerlo con il bastone e la carota più vicino a un accordo, come vuol fare Trump. Il risultato è che la guerra nata con gli attacchi a Israele ad opera degli eserciti iraniani per procura (Hamas, Hezbollah, Houthi) allo scopo di distruggere lo Stato ebraico, è diventata una guerra fra Iran e Usa per il controllo delle rotte marittime e l’egemonia nel Medio Oriente. Che Israele non debba in questo momento subire bombardamenti e lamentare vittime, a differenza dalle basi americane e dagli Stati arabi della regione, è certamente un vantaggio. Ma altrettanto certamente questa estraneità toglie potere negoziale a Israele e rischia di portare prima o poi a una soluzione precaria e inefficace, un nuovo memorandum di intesa che sarebbe presto violato.

La capacità di resistenza del regime

Un altro aspetto della mancanza di risultati degli attacchi americani e certamente una delle cause di questo stato di cose, è la capacità del regime iraniano di resistere ai colpi che subisce. Ciò deriva da un lato dal fanatismo islamista che dà scarso peso al benessere del popolo e addirittura alla vita umana. Dall’altro è la conseguenza di una pianificazione preventiva molto attenta della guerra. Come avevano fatto anche Hamas e Hezbollah, il regime iraniano aveva previsto che la sua guerra di aggressione avrebbe portato a una reazione più forte, cui non avrebbe potuto opporsi frontalmente. Da questa analisi è derivato un assetto difensivo delle forze e degli apparati militari: asserragliati in tunnel costruiti in decenni di investimenti, organizzati per agire in autonomia se i collegamenti coi comandi fossero stati interrotti, con strutture di comando ridondanti, addestrati non a combattere frontalmente con i nemici, ma a tendere agguati al nemico, a danneggiarlo sul piano economico, a coinvolgere terze parti innocenti per creare una situazione di caos generalizzato. Anche il progetto di armamento nucleare è in partenza segmentato, sepolto in fortificazioni difficili da attaccare, con molti doppioni per prevenirne la distruzione.

Guerra asimmetrica

Di fronte a un’opposizione del genere una potenza militare superiore, se non abbastanza decisa a usare tutta la propria forza e sostenuta dalla propria opinione pubblica, rischia di doversi ritirare senza riuscire a distruggere il nemico, come era già accaduto agli Usa in Vietnam e in Afghanistan e alla Francia in Algeria. Questa “guerra asimmetrica” una volta caratteristica delle guerriglie, ora è diventata il metodo di combattimento dell’esercito di uno Stato di 90 milioni di abitanti, come è l’Iran, con l’aiuto in più di tecnologie micidiali, come i droni e i missili, per non parlare della minaccia atomica che senza dubbio diventerà un pericolo imminente, se gli Usa non vinceranno questa guerra.

I vincoli della strategia americana

È dunque urgente che gli Stati Uniti cambino mezzi e anche scopi in questa guerra, che si rendano conto che non solo per Israele ma anche per loro la posta è essenziale: se non la sopravvivenza dello Stato (come nel caso di Israele), la credibilità militare e politica della più grande potenza internazionale. Probabilmente è questo il discorso che Bibi Netanyahu, che sarà di nuovo in visita negli Usa da lunedì, porterà nel colloquio con Trump: la linea del memorandum di intesa è completamente sbagliata, è il frutto di un’illusione pericolosa coltivata nell’amministrazione americana soprattutto dal vicepresidente Vance. Gli Usa devono mettersi nell’ottica di distruggere il regime iraniano, senza farsi ingannare dall’autopropaganda dei risultati ottenuti coi bombardamenti. In generale è estremamente difficile vincere una guerra senza occupare il territorio nemico; il dominio aereo costituisce una premessa inevitabile della vittoria ma non la assicura. La battaglia di terra però, soprattutto su un territorio vastissimo ed estremamente aspro come l’Iran, produce perdite che una democrazia moderna, come quella americana, difficilmente riesce a sostenere. A questo vincolo non si può aggiungere la limitazione degli obiettivi per evitare di danneggiare troppo il nemico e portarlo più facilmente a un accordo. La scelta inevitabile è di rendere molto più incisive e mirate sulle infrastrutture le azioni dell’aviazione; ma su questo passaggio Trump è ancora perplesso perché ancora spera che la sua dimostrazione di forza spaventi la dirigenza iraniana e la induca a più miti consigli.

L’ottimismo di Trump e i suoi problemi

Questo ottimismo operativo è un metodo consolidato dell’azione di Trump, ma spesso non funziona. Il presidente americano ha promesso a Erdogan gli aerei F35 su cui si basa la superiorità militare israeliana; ma il Dipartimento di Stato ha certificato in una lettera al Congresso che la Turchia non ha realizzato i cambiamenti richiesti dalla legge americana per la fornitura di quest’arma e Israele ha denunciato molto fortemente il pericolo della politica imperialistica e revanscista di Erdogan. Di recente poi il presidente americano ha dichiarato di aver concordato la concessione all’Arabia Saudita degli apparati nucleari e del know-how per realizzare delle centrali atomiche, di cui certo non ha bisogno energetico, viste le sue risorse petrolifere; ma anche questo è un pericolo evidente per Israele, dato che con queste centrali si può produrre il materiale di base per l’esplosivo atomico e sulla base di questa concessione potrebbe facilmente iniziare una corsa alle armi nucleari in Medio Oriente. È chiaro che il piano dell’Arabia va in questa direzione. Anche in questo caso, Israele ha protestato, ma Trump ha detto di aver condizionato il suo via libera all’adesione saudita agli Accordi di Abramo. Ciò sarebbe certamente un risultato importante, ma appare in contrasto con tutta la politica più recente dell’Arabia. La precisazione di Trump non ha suscitato per ora conferme pubbliche da parte saudita. Anche questo sarà senza dubbio un tema importante dei colloqui di martedì alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu.


redazione@shalom.it

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