Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "La saldatura tra antagonisti e pro-Pal: sfidare il sistema e attaccare le forze dell’ordine"

Dal 20 al 22 luglio 2001 a Genova si tenne il G8 con gli incontri dei capi di Stato e di governo ospitati a Palazzo Ducale. Quelle giornate sono ricordate non solo per il vertice internazionale, ma anche per le grandi manifestazioni del movimento no-global; gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine; la morte di Carlo Giuliani avvenuta il 20 luglio 2001; l’irruzione della polizia nella Scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 e i fatti della Caserma di Bolzaneto. Sono trascorsi 25 anni da quegli avvenimenti, e il 20 luglio a Genova i gruppi antagonisti si sono riuniti per ricordarli; in particolare si è celebrata la morte di Giuliani, rimasto ucciso durante i disordini. Le commemorazioni hanno visto cortei e iniziative a Genova, con la partecipazione di migliaia di persone. Le autorità avevano predisposto un ampio dispositivo di sicurezza, ma le manifestazioni si sono svolte senza episodi di violenza rilevanti. C’è stata, però, una variante: molti partecipanti hanno sventolato bandiere palestinesi, che sono state presenti in gran numero per tutta la durata delle cerimonie.
Questo evento non ha fatto altro che confermare la saldatura dei vari gruppi cosiddetti antagonisti con le varie organizzazioni di pro-Pal, che hanno evidentemente molto da dirsi e molta strada da fare insieme. Vediamo che cosa li lega. Innanzitutto sono tutti palesemente antisistema e, quindi, nelle manifestazioni sono dalla parte opposta alle forze dell’ordine. Ne sono testimonianza un grandissimo numero di cortei e sit-in svoltisi in questi anni in cui le nostre città sono state messe a ferro e fuoco. Le città più colpite sono state Genova, Bologna, Torino, Milano, Modena dove i pro-Pal sono stati presenti a tutte le evenienze, a prescindere dall’oggetto. Il motivo è semplice: la bandiera palestinese oramai è un simbolo, e chiunque la esponga si sente partecipe di una tragedia entrata a far parte della quotidianità. Rappresenta l’oppresso, il paria, l’infelice, il profugo, l’esiliato, l’affamato, il perseguitato, il bambino ucciso e, quindi, tutto il cosiddetto “sud del mondo”.
Per converso, tutto ciò che è contro questo sud è “ebraico”, il che lava la coscienza dell’Occidente, che può permettersi di non nascondere più il suo antigiudaismo, ma soprattutto di imputare agli ebrei “la qualunque”. Joseph Goebbels, ministro per la propaganda di Hitler, diceva: “Racconta una menzogna all’infinito e diventerà realtà”. Da tutto ciò deriva che è perfettamente inutile spiegare la storia a chi espone questa bandiera, come è perfettamente inutile dimostrare i numeri veri che tutto raccontano meno che un genocidio. È, anzi, assolutamente controproducente mostrare la “cartella clinica” di Sinwar, cui il chirurgo israeliano Soroka, su diagnosi del dott. Yuval Bitton, ha salvato la vita, estirpandogli un ascesso cerebrale. Né si può dire a un palestinese che il vice sindaco di Tel Aviv è l’arabo israeliano Amir Badran, perché gli preferirà sempre un qualunque sindaco di sinistra di una qualsiasi città italiana.
Prima di giungere a conclusioni, vediamo la definizione di “paradigma”: “Il paradigma è una cornice di riferimento che orienta il modo di pensare, interpretare o agire” e, in senso figurato, indica un cambiamento di prospettiva. Il “palestinese” e la sua bandiera sono dei “paradigmi” che hanno assorbito, digerito e modificato un profondo cambiamento di prospettiva che durerà fino a che non si troverà un “paradigma altrettanto valido”, ma, soprattutto, facile da mostrare.
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