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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
25.07.2026 Riapriamo i manicomi solo per loro: i folli inclusivi
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 25 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Riapriamo i manicomi solo per loro: i folli inclusivi»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Riapriamo i manicomi solo per loro: i folli inclusivi" 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

“La rivoluzione è come Saturno, divora i propri figli” è la frase pronunciata dal deputato girondino Pierre Vergniaud. Descrive come i movimenti rivoluzionari finiscano per eliminare i loro stessi promotori, si chiamino giacobini o i comunisti italiani finiti nei Gulag

Durante un concerto a Gand in Belgio, la cantante Sophie Straat ha chiesto agli “uomini bianchi” di spostarsi indietro per fare spazio a donne, persone queer e persone di colore. 

Eureka!

Tre anni fa, proprio a Gand, la capitale delle Fiandre, era stata lanciata una campagna di “sensibilizzazione contro l’omofobia” nelle scuole, quando un centinaio di studenti musulmani entrano, sputano sulle bandiere Lgbt, lanciano bottiglie e gridano “Allahu Akbar”. Due dipendenti comunali e un volontario arcobaleno in ospedale. 

Pensavano che gli ebrei fossero bianchi e che i musulmani fossero incasellabili fra le persone di colore e così finirà la loro rivoluzione, con gli uomini bianchi, i queer e le donne in fondo e l’Islam in testa.

Barbara Butch è una cantante, è lesbica, è di sinistra, è dissacrante ma…è anche ebrea. 

Il suo concerto al festival di Grenoble è stato interrotto da duecento militanti pro-palestinesi, tra cui membri de La France Insoumise, che le rimproverano di aver firmato un appello a sostegno della proposta di legge contro l’antisemitismo (la sinistra francese è fieramente antisemita) e di aver partecipato a un concerto alla casa dell’ambasciatore di Francia a Tel Aviv.

Butch stava anche cantando Imagine di John Lennon, quell’inno laico alla fratellanza universale, al mondo senza confini, religioni o proprietà. 

Immagina se non ci fossero più ebrei…

A Grenoble non è difficile se ci provi: nella città il cui sindaco ecologista Éric Piolle ha proposto di cancellare i riferimenti alle feste religiose nel calendario e che organizza il mese decoloniale in cui è stato “processato l’uomo bianco” metà degli ebrei se ne siano già andati. 

Immagina se non ci fossero più ebrei…

E poi uno si domanda perché un pronipote del capitano francese Alfred Dreyfus dovrebbe oggi essere giudice militare in Israele. 

Robespierre mandò al patibolo Danton, poi fu a sua volta inghiottito dal Terrore che aveva contribuito a scatenare. Oggi assistiamo alla stessa dinamica. 

La sinistra “inclusiva”, che ha fatto dell’oppressione gerarchizzata il proprio vangelo, scopre che l’intersezionalità funziona solo finché l’ebreo resta nella casella della vittima designata. Quando l’ebrea è lesbica, grassa, atea e di sinistra, la somma delle oppressioni si annulla magicamente. Il vettore dell’aggressione proviene dal “campo buono”, quindi non conta. 

Lo studioso Gad Saad, che è ebreo, è nato in Libano ma è fuggito dal paese con la famiglia nel 1975 durante la guerra civile e si è poi stabilito in Canada, avverte che la civiltà occidentale è sull’orlo del collasso. Nel suo nuovo libro, Suicidal Empathy: Dying to Be Kind, Saad sostiene che l’Occidente si sta suicidando. 

“Non sto affatto sostenendo che l’empatia sia una cosa negativa, ma come ci ha spiegato Aristotele diversi millenni fa, tutte le cose buone vanno prese con moderazione”, ha dichiarato Saad al New York Post. “Se non sei per niente empatico, è probabile che tu sia uno psicopatico; se sei troppo empatico, se questa empatia si attiva in modo iperattivo, se si rivolge alle persone sbagliate nelle circostanze sbagliate, allora diventa empatia suicida. Molte delle decisioni politiche che hanno causato devastazione in occidente derivano da questa scarsa capacità di empatia. Il risultato è una società che sta galoppando verso l’abisso della follia più totale”. Saad sostiene che un’empatia malriposta si trasforma alla fine in quello che lui chiama “seppuku civilizzazionale”, riferendosi al suicidio rituale storicamente associato ai samurai giapponesi.

 

Ecco un brano di questo libro magnifico in attesa della sua uscita in italiano: 

“Nella mitologia greca, Narciso rappresenta la forma ultima di autoassorbimento. È così innamorato della propria bellezza che muore ipnotizzato dalla sua immagine riflessa in una pozza d’acqua. I pericoli di un amore eccessivo per se stessi sono catturati anche dai sette peccati capitali, di cui la superbia è la trasgressione suprema da cui derivano tutti gli altri. Ora immaginate che, invece di ammirare il vostro riflesso come fece Narciso, inventiate la forma ultima di narcisismo morale: sarete l’epitome della gentilezza, della compassione, della simpatia e dell’empatia. Mentre vi ammirate nello “specchio della purezza e della pietà morale progressista”, vedete il riflesso del meglio dell’umanità: non giudicate mai gli altri; non criticate mai altre religioni; accogliete tutti gli immigrati clandestini; capite che l’islamofobia è la vera piaga; lottate per i diritti dei criminali perché meritano una seconda chance (cioè la settantacinquesima); piangete ogni volta che fate il pieno di benzina; marciate per la Palestina Libera e sottolineate che i terroristi di Hamas stavano compiendo una nobile difesa dei loro diritti umani. Siete una brava persona. Continuate ad accarezzarvi i capelli mentre ammirate la vostra purezza morale. Sebbene non sia certo un fan della psicoanalisi freudiana, si può forse applicare qui il suo concetto di pulsione di morte, che include le due fasi del sadomasochismo e dell’ideazione suicidaria. Piuttosto che dirigere l’impulso di distruzione verso l’esterno, cosa potrebbe essere più “piacevole” che distruggere la propria società? Rivolgete la distruzione verso l’interno e commettete un “Seppuku Civilizzazionale”. L’empatia suicida è guidata da un senso di colpa esistenziale malriposto, non diverso dal senso di colpa del sopravvissuto che può colpire chi esce vivo da un incidente aereo. La persona empaticamente suicida si sente in colpa per essere nata in Occidente, mentre altri non hanno avuto la stessa fortuna. Si sente in colpa per essere nata con la pelle bianca e dunque soffre di “Peccato Originale Dermatologico”. Commettendo il Seppuku Civilizzazionale può dimostrare le sue nobili virtù sotto forma di un pio odio verso se stessa. Riconoscendo il proprio supposto privilegio esistenziale e distruggendolo dall’interno, può cercare penitenza per i suoi vantaggi “immeritati”. Confessare la propria colpa di privilegio è diventato un riflesso comune tra gli intellettuali occidentali. Credo inoltre che l’empatia suicida sia in parte plasmata da quello che chiamo “sindrome dell’impostore collettivo”. A livello individuale, la sindrome dell’impostore è quel sentimento rodente che provano alcune persone di successo: la sensazione di non meritare davvero i propri riconoscimenti e di essere quindi dei falsi impostori. Immaginate ora che questo schema ruminativo autodistruttivo si diffonda a livello sociale. L’Occidente soffre di questa malattia collettiva: è diventata una “verità” definitoria che questa civiltà abbia raggiunto la sua grandezza in modo fraudolento (colonialismo e schiavitù), e che ciò possa essere rimediato solo attraverso l’empatia suicida. L’empatia suicida è collegata alla sindrome di Stoccolma, quella affiliazione favorevole che una persona prigioniera prova verso i suoi rapitori? In diversi aspetti è molto diversa. Primo, mostrare simpatia ed empatia verso il proprio carceriere può, in molte occasioni, essere una strategia di sopravvivenza efficace. Un predatore sessuale seriale potrebbe astenersi dall’uccidere la vittima se la vede come un essere umano reale invece che come un oggetto sessuale da scartare. Secondo, anche se i sentimenti positivi verso i rapitori sono genuini, il risultato probabilmente protegge la vittima da possibili danni. L’empatia suicida è invece la volontà proattiva di essere vittimizzati per un supposto nobile obiettivo superiore. Lo psichiatra e storico Kenneth Levin ha proposto un altro “disturbo scandinavo”, da lui chiamato sindrome di Oslo. Si riferisce al pensiero illusorio di Israele durante gli Accordi di Oslo del 1992, quando si credette erroneamente che, cedendo un po’ di più, i palestinesi avrebbero accettato di convivere pacificamente. A proposito, Yahya Sinwar, il leader di Hamas e mente dell’eccidio del 7 ottobre, stava scontando l’ergastolo in un carcere israeliano quando gli fu diagnosticato un tumore al cervello. Rispettando il giuramento di Ippocrate, che vale anche per i nemici dichiarati, un chirurgo israeliano gli salvò la vita eseguendo l’intervento necessario. Nel 2011, nell’ambito di uno scambio di prigionieri, Israele lo liberò. Si potrebbe pensare che Sinwar avrebbe poi attenuato il suo odio genocida verso gli ebrei. Purtroppo, le vittime israeliane di quel tragico giorno scoprirono che nessuna quantità di empatia e gentilezza offerta a Sinwar poteva estirpare il cancro non trattato e più maligno che da tempo aveva devastato il suo corpo, la sua mente e la sua anima: il cancro dell’odio verso gli ebrei, che consuma tutto ciò che incontra. Mentre la sindrome di Oslo può sfociare in una manifestazione di empatia suicida, ne è distinta perché quest’ultima è molto più proattiva: cerca attivamente di distruggere la propria esistenza come atto ultimo di virtù. I Piromani (Die Feuerprobe, 1953) è un’opera teatrale che cattura l’assurdità di ignorare realtà profondamente ovvie che altrimenti rappresentano una minaccia esistenziale. Il protagonista accoglie in casa due individui che mostrano segnali chiarissimi di essere gli incendiari che stanno appiccando fuochi in città. L’autoimmolazione civilizzazionale dell’Occidente tramite l’empatia suicida è la tragica manifestazione nella vita reale di questa pièce assurda”. 

In Occidente girano queste strane paladine della sessualità fluida che si divertono a inneggiare ai loro carnefici, intellettualine che non durerebbero due minuti a Gaza e a Teheran, neanche il tempo di implorare il boia. 

A Gaza o Teheran non ci sono safe spacetrigger warning o bagni non-binari. Solo muri, fruste e forche per chi osa deviare dalla sharia. 

Bourdieu l’ha teorizzato: l’arte è uno spazio di potere tanto quanto uno spazio di creazione. Reputazione, riconoscimento, posture militanti e legittimità morale costituiscono un capitale simbolico, che si perde o si consolida. 

Michela “io sto con Hamas” Murgia lo aveva capito e faceva la furba. 

Sapeva che come donna queer non sarebbe sopravvissuta un minuto a Gaza, eppure si disse “con Hamas”. E andò anche a Teheran a presentare il suo libro

Murgia non ha mai denunciato che in Iran le donne vengono arrestate, picchiate e uccise dalla “polizia morale” per non indossare il velo obbligatorio.

Murgia non ha mai fiatato sul fatto che a Gaza e Ramallah le persone queer vengono torturate o eliminate.

Murgia non ha mai fiatato sui matrimoni forzati di bambine e sulle mutilazioni genitali femminili ancora praticate nei territori a maggioranza musulmana.

Murgia non ha mai denunciato le “leggi d’onore” che in Pakistan, Giordania e altri paesi islamici permettono ancora di uccidere donne e ragazze per “salvare l’onore” della famiglia.

Meglio allearsi con chi ti ucciderebbe, purché l’alleanza consenta di restare nel “campo buono”? 

Questa è la Libia nei giorni scorsi: 100 frustate a una donna per strada.

Libia? 

La Murgia fu una perfetta figlia di Saturno: consapevole di essere destinata, un giorno, a essere divorata a sua volta, ma decisa a far mangiare prima gli altri.

Dicevamo che Butch è lesbica e anche grassa. Sulla carta, la “griglia intersezionale” dovrebbe attivarsi all’istante: vulnerabilità, somma delle oppressioni, tutti i criteri riuniti per scatenare la mobilitazione. Tranne che la somma non si fa, o non si fa più, quando l’aggressore si rivendica del “campo buono”. 

Come dopo il 7 ottobre, dove le donne violentate, mutilate, assassinate non sono bastate ad attivare il riflesso femminista, perché erano ebree e israeliane.

Butch appartiene a quella sinistra detta “progressista” e soprattutto “inclusiva”. Ne difende i codici, le battaglie, gli elementi di linguaggio, ne era diventata un’icona. Era stata persino scelta come volto delle Olimpiadi di Parigi. Chi meglio di una cantante lesbica, grassa ed ebrea per favoleggiare sulla “diversità”? 

 

Ma ora vige la logica interna di un movimento che, avendo sostituito la lotta di classe con la guerra tra identità, ha bisogno di un nemico permanente. E l’ebreo è il nemico a sinistra. 

Anche J.K. Rowling è donna, è di sinistra e aveva anche la tessera di Amnesty International. Ma non ha impedito ad Amnesty International di metterla nella sua lista nera perché crede che donna si nasce. 

O per dirla con Salman Rushdie, “oggi gli amici di sinistra non mi difenderebbero”.

“Oggi gli amici di sinistra non mi difenderebbero”

La prima cosa che viene in mente evocando il nome di Salman Rushdie è quanto avvenne nel 1989, cinque mesi dopo la pubblicazione dei Versetti satanici, quando l'Ayatollah Khomeini ne ordinò la morte e Rushdie iniziò un decennio di fuga e nascondigli. Rushdie oggi è molto critico di quella che oggi è conosciuta come

E così, mentre cantano Imagine, si scopre che nella loro immagine di un mondo senza odio, alcuni odii sono più uguali di altri. 


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