Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Die Zeit dal titolo: "All’ombra del terrore. Per anni l’Autorità Palestinese ha sovvenzionato terroristi detenuti nelle carceri israeliane. Ora afferma d’aver cessato quei pagamenti indifendibili. O forse no?"
Scrive Jan Ross: Quasi un anno e mezzo fa, il 10 febbraio 2025, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) firmò a Ramallah un decreto di notevole importanza.

Jan Ross
Il provvedimento riguardava i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e le famiglie dei cosiddetti “martiri” morti in attacchi contro israeliani o in scontri con israeliani.
La questione principale era di natura economica: secondo il decreto di Abu Mazen, i detenuti non avrebbero più ricevuto assistenza finanziaria in base alla durata della detenzione, bensì in base ai criteri dello stato sociale, secondo le loro necessità, proprio come le famiglie dei “martiri”.
Sembra strano ma fino ad allora, per molti anni, l’Autorità Palestinese aveva sostenuto finanziariamente i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in base alla durata della pena. Quindi, chi scontava una pena più lunga per aver commesso crimini più gravi riceveva più denaro.

21 febbraio 2025. Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen al Conisglio Rivoluzionari di Fatah: “Ribadiamo ancora una volta il nostro orgoglio per i sacrifici compiuti dai martiri, dai prigionieri e dai feriti. Ve l’ho già detto e confermo la mia parola: anche se ci rimanesse un solo centesimo, sarebbe per i prigionieri e i martiri. Non accetterò, e non accetterete nemmeno voi, di ridurre alcun obbligo, alcun interesse o alcun centesimo a loro destinato. Devono ricevere tutto, come è sempre stato, e sono più preziosi di tutti noi” (clicca per la videoregistrazione PMW con sottotitoli in inglese)
C’è di più: fino ad oggi è oggetto di aspra controversia se questo sistema sia stato effettivamente abolito.
Il problema dei pagamenti ai detenuti e alle famiglie dei “martiri” è diventato una test sulla capacità di riformarsi dell’Autorità Palestinese, sulla sua affidabilità come partner della comunità internazionale e sul suo potenziale ruolo futuro nella risoluzione del conflitto mediorientale.
Nel microcosmo di questo tema si riflette la grossa questione se l’Autorità Palestinese sia irrimediabilmente invischiata con il terrorismo, e quindi inadatta a essere una controparte in un processo di pace. Questa la tesi dell’attuale governo israeliano.
Oppure se, nonostante tutti i suoi difetti, l’Autorità Palestinese rappresenti la migliore speranza per un’intesa israelo-palestinese. Così vedono la questione gli europei, ad esempio.
In che cosa esattamente consisteva il sistema di sostegno di cui Abu Mazen ha annunciato l’abolizione lo scorso anno?
I beneficiari non erano criminali comuni. I pagamenti erano piuttosto destinati a detenuti incarcerati “per la loro partecipazione alla lotta contro l’occupazione” quindi, dal punto di vista palestinese, combattenti della resistenza.
Tuttavia, tra loro anche quelli le cui vittime erano civili: di conseguenza criminali che, anche in un’accezione estremamente restrittiva del termine, devono essere considerati terroristi.
Lo stesso vale per i “martiri” uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, le cui famiglie ricevevano anch’esse dei sussidi.
Israele ha a lungo denunciato questa pratica di pagamento come un incentivo sistematico a commettere atti terroristici: un sistema pay for slay (“paga per uccidere”) in base al quale chiunque attacchi israeliani può contare su un sostegno finanziario per sé e per la propria famiglia.
Nel 2018, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il “Taylor Force Act”, dal nome di una vittima di un attentato, che vieta in larga misura gli aiuti economici diretti all’Autorità Palestinese finché il sistema di sostegno rimane in vigore.

3 giugno 2026. Conduttore della radio palestinese Al-Hurriyah: “L’ascoltatrice Suhaila Al-Najjar chiede: Non ci sono notizie sugli stipendi dei prigionieri? In realtà, ci sono. Gran parte è stata pagata tramite le banche. Potete contattare gli organi competenti. Non vogliamo parlare molto dell’argomento in diretta, perché sapete che gli israeliani cercano di raccogliere tutte le informazioni. Ma credo che siano già state pubblicate. Ci sono rapporti che hanno parlato degli stipendi dei prigionieri, e i parenti dei martiri e le famiglie dei feriti, e credo che gran parte di questi siano già stati pagati” (clicca per la registrazione PMW con sottotitoli in inglese)
L’amministrazione Biden aveva già esercitato forti pressioni sull’Autorità Palestinese affinché cessasse questi pagamenti inaccettabili.
Nel tentativo di ingraziarsi l’amministrazione Trump, che non è esattamente filo-palestinese, Abu Mazen ha infine ceduto alle richieste degli Stati Uniti.
O invece no?
“Tutta l’assistenza sociale – afferma un funzionario palestinese – viene ora fornita attraverso un programma di assegnazione unificato e viene concessa esclusivamente sulla base dei requisiti di ammissibilità e del bisogno”.
I precedenti meccanismi di pagamento per le famiglie di “martiri” e prigionieri non sono più in vigore: “Oggi, ogni nucleo familiare, comprese quelle famiglie, può ricevere sostegno solo se presenta la domanda attraverso il sistema unificato e soddisfa i criteri di ammissibilità stabiliti”.
Numerosi richiedenti privi delle condizioni di bisogno avrebbero ricevuto un rifiuto dall’autorità di assistenza sociale Tamkin, e non riceverebbero più alcun sussidio.
La procedura, che gli israeliani avevano attaccato come pay for slay, sarebbe stata completamente abolita.
Pochi giorni fa, l’autorità Tamkin ha citato un rapporto (non ancora accessibile) di una società di consulenza gestionale internazionale che certificherebbe il nuovo meccanismo di sostegno come professionale e di alta qualità.
Gli israeliani, tuttavia, non credono a questi annunci di esito positivo.
Il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha recentemente dichiarato: “L’Autorità Palestinese parla di riforme, ma continua a pagare stipendi ai terroristi”.
Un funzionario israeliano spiega che esistono pagamenti occulti al di fuori del sistema di sostegno ufficiale recentemente istituito: “Ex-detenuti o famiglie di detenuti ricevono pagamenti attraverso vari altri canali che l’Autorità Palestinese ha deliberatamente creato per aggirare il meccanismo Tamkin, spesso in contanti”.
I fondi proverrebbero in parte dal bilancio dell’Autorità Palestinese o dal bilancio del partito Fatah del presidente Abu Mazen.
A volte i pagamenti Tamkin rappresenterebbero anche una sorta di sussidio di base, che verrebbe poi integrato da altre fonti.
In breve, pay for slay non sarebbe morto: avrebbe semplicemente subito una metamorfosi.
Senza accesso alle informazioni di intelligence su cui si basano, è impossibile verificare le affermazioni israeliane.
D’altro canto, una valutazione positiva del nuovo sistema di welfare non prova ancora che il problema del finanziamento del terrorismo sia stato risolto.
Dopotutto, l’accusa israeliana non è che il meccanismo Tamkin venga utilizzato in modo improprio, bensì che venga aggirato.
Pertanto, in assenza di certezze definitive, cosa si può dire plausibilmente?
Gabriel Epstein, del think tank statunitense Israel Policy Forum che si è occupato a fondo della controversa pratica del sostegno economico e della sua riforma, conferma l’eliminazione dei pagamenti di tipo sussidio ai detenuti e alle famiglie dei terroristi uccisi. “Ma ovviamente – avverte – questo non significa che gli ex beneficiari non possano essere risarciti, ad esempio, con l’assegnazione di incarichi nell’apparato statale”.
Epstein ricorda una discutibile dichiarazione pubblica del presidente palestinese dello scorso anno: “Il fatto che Abu Mazen abbia sottolineato quanto sia importante per lui l’assistenza dei prigionieri non ispira fiducia in una netta rottura con il passato”.
Allo stesso tempo, tuttavia, Epstein fa notare che la revisione del sistema di sostegno economico ha scatenato notevoli proteste nella società palestinese: “Se si guarda al livello di frustrazione per la riforma espresso sui social media, alle persone che manifestano davanti al palazzo presidenziale o bruciano pneumatici per le strade, questo sembra indicare che i cambiamenti siano sostanziali”.
Anche un diplomatico europeo a Ramallah porta l’opposizione alle nuove normative come argomento a sostegno della serietà della volontà di riforma: il fatto che il ministro delle finanze dell’Autorità Palestinese necessiti di protezione personale e che le modifiche siano state oggetto di acceso dibattito al recente congresso del partito al governo, Fatah, non depongono a favore dell’idea che la ristrutturazione del sistema dei pagamenti sia meramente di facciata.
Effettivamente è difficile negare che l’Autorità Palestinese si trovi a superare ostacoli significativi nei suoi sforzi di riforma e si trovi in un vero e proprio dilemma.
Da un lato, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’istituzione madre dell’attuale Autorità Palestinese, ha rinunciato alla lotta armata contro Israele all’inizio degli anni ’90.
Allo stesso tempo, i detenuti incarcerati da Israele per attività militanti godono di grande rispetto e di enorme popolarità all’interno della società palestinese.
Inoltre, non sono tutti terroristi secondo i criteri universalmente accettati: ampio è lo spettro delle violazioni della sicurezza per le quali i palestinesi vengono incarcerati.
Il funzionario palestinese già citato osserva: “Sappiamo che questi cambiamenti sono difficili e siamo consapevoli che potrebbero avere ripercussioni sociali. Ma questa è la situazione di legge e deve essere applicata. La nostra responsabilità è garantire che l’assistenza pubblica raggiunga coloro che soddisfano i criteri di ammissibilità e ne hanno bisogno”.
Molti elementi suggeriscono che la verità sul destino dell’ex programma pay for slay sia ambigua: una riforma significativa è effettivamente avvenuta, ma non si possono escludere ulteriori agevolazioni nei confronti dei terroristi e delle loro famiglie.
Dare più peso a ciò che è stato fatto, o alle carenze, è in definitiva una questione politica.
“Ciò che si vuole fare riguardo al pay for slay – afferma Dan Rothem, collega di Gabriel Epstein all’Israel Policy Forum – dipende in larga misura dalla propria posizione generale nei confronti dell’Autorità Palestinese: se la si considera fondamentalmente utile oppure un pericolo. Se si punta a una relazione tra partner con l’Autorità Palestinese, allora si potrebbe adottare un approccio meno binario e più qualitativo a questo tema, concentrandosi maggiormente sul fatto che si è avuto un progresso, anche se la situazione non è ancora perfetta”.
Rothem ritiene che sia del tutto possibile che un nuovo governo israeliano voglia perseguire con maggior forza un’intesa con l’Autorità Palestinese e che, di conseguenza, la riforma del controverso sistema di sostegno possa essere vista in modo meno negativo.
(Da: Die Zeit, 16.7.26 – traduzione a cura di Giuliano Bernini)